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Full text of "La canzone delle virtv̀ e delle scienze di Bartolomeo di Bartoli da Bologna ..."

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LA 



CANZONE DELLE VIRTV E DELLE SCIENZE 



LA 

CANZONE DELLE VIRTV 
E DELLE SCIENZE 

DI 

BARTOLOMEO DI BARTOU 

DA BOLOGNA 



TESTO INEDITO DEL SECOLO XIV 
TRATTO DAL MS. ORFOINALE DEL MU- 
SEO CONDÉ ED ILLVSTRATO A CVRA DI 

LEONE DOREZ • • . • 



BERGAMO 

ISTITVTO ITALIANO D'ARTI GRAFICHE EDITORE 
MDCCCCllI 1 



f 

I 



TUTTI I DIRITTI RISERVATI 






• •• 

• • • 






Officine dcir Istituto Italiano d'Arti Grafiche - Bergamo 






ILLVSTRISSIMO VIRO 
DOCTISSIMO AEQVE AC BENIGNISSIMO MAGISTRO 

LEOPOLDO DELISLE 

HOC VOLVMEN DEPICTUM 
OLIM VISCOiNTEAE NVNC CONDAEANAE BIBLIOTHECAE 

INSIGNE ORNAMENTVM 
MODESTO GRATOQVE ANIMO 

COMMENTATOR 
D. D. D. 






INTRODUZIONE 



PANORAMA Di BOLOGNA. 



STORIA DEL CODICE. 



RA i codici più ammirabili della suntuosa biblioteca raccolta 
nel palazzo di Chantilly dalla venerata memoria del duca 
d'Aumale, tien precìpuo luogo il volume nel quale leggesì 
trascritta ed illustrata una Canzone morale, dedicata da 
Bartolomeo di Bartoli da Bologna a Bruzìo di Luchino 
Visconti.' Interessante per chi studii i gusti letterari d'uno 
de' più turbolenti bastardi di casa Visconti, esso è importantissimo per la storia 
dell'arte italiana sul terminare del medio evo. 

E si può dire senza esagerazione che niun cimelio meritava più dì questo 
d'essere integralmente riprodotto dalle officine dell'Istituto Italiano d'Arti Grafiche. 
Speriamo che gli archeologi giudicheranno non vana la nostra fatica, anzi al 
contrario d'utilità non lieve per quegli studf artistici di cui certo vorrà compia- 
cersi, come il secolo testé spirato, quello or ora incominciato. 

Prima di dare sull'autore ed il titolare della dedica le notizie che abbiamo 
potuto ricavare da cronache e documenti del tempo, è d'uopo dire dove si con- 
servasse almeno nel secolo XVIII questo prezioso volume. 

Primo a discorrerne è stato quel diligentissimo indagatore della letteratura 
e della storia milanese che !u Filippo Argelati, il quale nella sua Bibliotkeca 
scrive cosi : " Ma poiché pariiamo di Bruzio Visconti, crediamo far cosa grata 
" agli studiosi, accennando ad un codice in cartapecora, elegantissimo, in foglio, 
" conservato nella biblioteca Archinto, ricco d'ottime miniature messe ad oro. 



1.0 LEONE DOREZ 

" Esso offre questo titolo : Incipit Cantica ad gloriam et honorem magnifici 
" militis domini Brutti nati incliti ac illustiis principis domini inchini Vice- 
" comitis de Mediolano, in qua tractatur de Virtutibus et Scientiis vulgarizatis, 
" Amen „. - Anche il Litta compilando le sue Famiglie celebri italiane circa 
Tanno 1820, ottenne dal conte Archinto comunicazione del poema di Bartolomeo 
di BartoH, e se ne valse per far riprodurre a colori, non troppo felicemente però, 
la prima miniatura, magnifica davvero, che rappresenta l'autore inginocchiato 
dinanzi al suo mecenate. ^ Ed in casa Archinto li volumetto rimase fino al giorno 
ormai lontano, in cui un tal Robinson di Londra, che si diceva agente della 
nobii famiglia milanese, lo vendette al duca d'Aumale. ^ 



IL 



BARTOLOMEO DI BARTOLI 



r 



OSA facile è stata a rintracciare il nome dell'autore, dacché egli stesso si 
^■^ appalesa nell'invio della sua Canzone. La quale parla così: 

Bartholomeo da Bologna di Bartholi 

Me fé', perch'io m'incartholi 

Cum miser Bruze, et feme a lui depinzere. 

Cosa meno facile è riuscita all'opposto l'identificazione di questo scrittore 
piuttosto oscuro e che pare sconosciuto a tutti gli storici della letteratura italiana. 
La Canzone sua è in verità cosa tanto poco notevole, così priva di ispirazione 
poetica, che non è da stupire se la veggiam presto caduta nel giusto obblìo che 
preme le elucubrazioni non che de' minori poeti, dei minimi. Ma felice Barto- 
lomeo in confronto di tanti altri, perchè ha fatto sì artisticamente " depinzere „ 
un componimento tanto mediocre 1 L'opera del pennello ha salvato quella della 
penna. Bartolomeo di Bartoli era uno di que' calligrafi, non del tutto privi 
di cultura, che per ricchi signori o per conventi eseguivano manoscritti talvolta 
splendidissimi. Noi siamo stati così avventurati da ritrovare quattro di questi codici 
trascritti dal Nostro, oltre quello di Chantilly, dei quali due ci mostrano suo 
collaboratore il famoso miniatore Niccolò da Bologna. Di tutti daremo qui una 
succinta descrizione. 

1, (Anno 1349). Primo vada 1' " Officium sancte Marie virginis „, che ora 
appartiene alla badia benedettina di Kremsmunster nell'Alta Austria. In esso in 
fine dell'ultima carta (82 t.) si legge: Ego Bartholomeus de Bartholis de Bononia 
scripsi hoc officium sancte Marie Virginis. Anno Nativitatis Domini millesimo 
trecentesimo quadragesimo et nono, indiciione secunda, die martis XXIIIL In 
vigillia Beate Virginis explevi. De mense Martii, A e. 83 t. segue V Officium in 
peragendo mortuorum (sic), che finisce a e. 184 t. colla sottoscrizione : Finito libro, 
refferamus gratias Christo, Qui scribit scribat. Semper cum Domino vivai. Vivai 
in celis Bartholomeus. In nomine Felix. Amen. Le miniature di questo codice 
sono di Niccolò da Bologna. ^ 



12 LEONE DOREZ 

2. (Anno 1374). II secondo faceva parte della Palatina di Mannheim, ed ora 
si conserva nella R. Biblioteca di Monaco di Baviera {Lat, 10.072). È un Missale 
secundum consuetudinem Romane Curie, dove a e. 360 r. si legge : Explicit 
officium missalis secundum consuetudinem romane curie, Deo gratias Amen. 
Correctum et scriptum per me Bartholomeum de Bartholis de Bononia scrip- 
torem. MCCCLXXIII, indictione XII, XXIII Februarii. La prima miniatura, di 
cui il Vaien tinelli ha dato una descrizione particolareggiata, e quella delle e. 161 
t.-162 r. portano il nome di Nicol aus de Bonomia, ed anche a lui attribuisce il 
sullodato autore le ^ due centinaia di lettere iniziali, contenenti gruppi di figure 
" tolte dal vecchio e nuovo Testamento, come pure dalla vita de' Santi che 

, " sembrati fattura del medesimo dipintore „. ^ 

3. (Senza data). Nella Chigiana di Roma (L. V. 167) ha ritrovato il visconte 
Colomb de Batines un ** codice della Divina Commedia^ membranaceo in 4., del 
^ sec. XIV (circa il 1370), in grosso carattere tondo gotico, ^ con titoli e argomenti 
^ latini in inchiostro rosso, e inizialette fregiate a colori per ogni canto, ed altre 
" più grandi nel principio di ciascuna Cantica, di lettera e conservazione bellis- 

* sima „. In fine vi si legge : Explicit tertia Cantica Comedie Dantis Aldigherii 
de Florentia, in qua tentai [tractqtf\ de gloria Paradisi. Ad quam anima cuius 
\eiusf\ et omnium fidelium per misericordiam omnipotentis Dei requiescat in pace. 
Amen. Ego Bartholomeus de Bartólis scripsi. Soggiunse il de Batines: " L'ama- 
" nuense mette il suo nome anche dopo le sottoscrizioni poste alla fine delle 

* prime due Cantiche „. * Forse trascrisse il Bartoli quell'esemplare del poema, 
quando Benvenuto di Buoncompagno d'Imola circa l'anno 1369 cominciò a 
leggere pubblicamente Dante in Bologna. ^ 

4. (Senza data). Finalmente la Nazionale di Parigi, pochi anni fa, ricuperò 
un esemplare miniato del Decretum di Graziano, già appartenuto al Presidente 
Bouhier, e di cui la sottoscrizione finale dice : Explicit textus Decreti. Deo gratias. 
Correctus per dominum Francisscum (sic) de Prato et per Bertholomeum Bertholi 
de Bononia in ecclesia Sancii Barbatiani. — Frater Adigherius condam Ugolini 
de Castagnolo^^ scripsit. {Nouv. acq. lat. 2508). ^* La prima parte di detta sotto- 
scrizione è certo della mano di Bartolomeo di Bartoli, come può assicurarsene chi 
confronti il facsimile qui riprodotto (v. Tav. 11) colla scrittura del codice di Chantilly. 
Anche da questa sottoscrizione come da quella del Messale di Monaco di Baviera 
risulta che il Bartoli non si contentava della modesta gloria di scrittore elegante, 
ma aspirava altresì alla fama di diligente revisore. Chi farà uno studio critico del 
testo del Decreto e del Messale romano, dovrà decidere se tal pretensione del 
Nostro fosse fondata. 

Ecco tutto quanto ci è avvenuto di trovare intorno alla persona ed a' lavori 
dello scrittore e correttore bolognese. Altri sarà forse più fortunato di noi; ci 
sia però permesso di osservare che queste poche notizie sono pel nostro argo- 
mento assai rilevanti. Bartolomeo ha trascritto con evidente piacere l' opera 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 15 

dell'Alighieri ; onde sì può forse dedurre che avesse qualche relazione colla patria 
del sommo poeta, il che, come vedremo più oltre, non sarebbe di poco momento 
per !:i storia del codice di Chantilly. Di più si potrebbe dalle sottoscrizioni dei 
codici di Kremsmùnster, di Monaco di Baviera e di Parigi, come anche dalla 
collaborazione del Nostro con Niccolò di Giacomo da Bologna argomentare che 
egli non lasciasse mai la città nativa, ma quivi esercitasse costantemente la pro- 
fessione sua. Ed anche cib non è senza interesse per la genesi della Canzone a 
Bruzio Visconti. 



Tav. Il — DECRETtJM GRATIANI. 
(Blblloleca Nazionale di Parigi, Naur. aeq. lai. 



III. 



LUCHINO E BRUZIO VISCONTI. 



^^ECONDOCHÈ si rileva dal titolo preposto alla Canzone indirizzatagli, Bruzio 
^^ era figliuolo di Luchino Visconti, fratello del celebre Giovanni, l'arcive- 
scovo di Milano. Anche Luchino, come tutti gli altri membri della sua casata, 
aveva creduto buon partito tenersi amici i poeti, fors'anche non facendone gran 
conto. A Fazio degli liberti, che gli aveva rivolto una supplica con un sonetto, 
disgraziatamente oscurissimo, egli replicò per le rime con un componimento che 
se è povero d'arte, non è meno digiuno di cortesia. Vogliono pure che col 
Petrarca stringesse legami d'amicizia; certo solo è questo: ch'egli nel 1347 pregò 
messer Francesco di mandargli de' versi e delle pianticelle raccolte nell'orto di 
Parma, e che il poeta si die premura d'appagarlo, inviandogli insieme alle pian- 
ticelle una lettera ed un' epistola poetica. 

Alquanto più tardi, indirizzava il Petrarca a Luchino un'altra epistola metrica, 
nella quale glorificava l'Italia, esortando il principe a tenere nel debito conto le 
lettere, e citandogli l'esempio di parecchi antichi capitani, fra i quali si può 
notare anche Nerone. ^^ 

Anche Fabrizio o, come lo chiamano gli scrittori contemporanei, Bruzio 
Visconti, il prediletto figliuolo di Luchino, ebbe relazioni letterarie, anzi più fami- 
gliari che non lo stesso Luchino, con Fazio ed il Petrarca. ^^ Non era di certo 
farina da far ostie l'uomo il quale tiranneggiò e con tanta cupidigia oppresse la 
povera città di Lodi, affidata alle sue cure dal padre; che, quando costui morì, il 
24 gennaio del 1349, non osò più da Genova, che allora assediava, ritornare né 
a Milano né in qualsivoglia altro luogo di Lombardia, e cercò rifugio nel Veneto. 
Sebbene uomo d'armi, in quanto a virtù morali gli andava innanzi il padre, il 
quale dall'Azario e dal Fiamma ci vien dipinto come austero, liberale, giusto, 
caritatevole. L'amore cieco che egli nutriva per il figliuolo, il quale otteneva 
da lui tutto quello che bramava ed era così divenuto tacitamente " un secondo 
* signore di Milano „, fu forse la causa più grave del pervertimento di Bruzio. 

Mentre teneva Lodi, Bruzio menava gran vita e spendeva senza contare. 
*" Aveva condotta in moglie una donna de' Castelbarco, della terra di Trento, 
** e come Nerone reggeva la città. I cittadini non osavano parlare. Egli non era 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 19 

^ vestito, secondo il Vangelo, della veste nuziale. Rapiva quello che voleva. 
** Non e' era più giustizia ; tutto si faceva secondo i suoi voleri, perchè era ripu- 
** tato astuto, ingegnoso e scienziato. Dappertutto acquistava libri morali, ed 
" avendo buoni e ragionevoli principi, giungeva a pessimo fine. Molte belle cose 
** si diceva che egli avesse grazie al proprio studio compilate ^. Così TAzario; ** 
il quale ci offre davvero la più chiara spiegazione della dedica del libro morale 
di Bartolomeo di Bartoli a quel " pessimo soggetto „. ^^ Lo spietato tiranno di 
Lodi amava i libri, e, con una ipocrisia fenomenale, affettava di leggere con 
predilezione speciale quelli che di materie morali trattavano. E difatti si conserva 
nella Nazionale di Parigi un'altra prova di questo gusto, cioè un codice più 
edificante ancora di quello di Chantilly, dedicato allo stesso Bruzio da Luca 
de' Mannelli, un fiorentino ascritto all'ordine dei Domenicani, di cui in seguito 
avremo occasione di parlare più a lungo. 

Ecco intanto il titolo originale del volume {Lat. 6467, e. 2 t.): Incipit com- 
pendium moralis philosophie. A e. 13 t. si legge: Incipit traciatus de quatuor 
virtutibus cardinalibus ; a e. 45 r.: Tractatus de amicicia, e a e. 52 r.: Explicit 
opus breve moralis phylosophie compilatum per Reverendum virum fratrem 
Lucam de Manellis ordinis Predicatorum. Deo gratias. Amen, Nella dedica 
afferma il Mannelli di aver compilato il suo trattato per ordine del suo signore : 
In hac inquam morali philosophia a me vestro familiari compendiosum et 
clarum rogatus tractatum... E un po' più oltre : 

Ne vero mihi ad arrogantiam asscribatur quod scriba, possem causam reprehensionis in 
vobis referre; \nd\m si insipiens factus sum sapientium usurpans officium, Vos, domine, me 
coegistis, Dominorum enim rogamina etiam si supplicent cogunL Sed aliam excusationem 
afferò, quia quicumque hoc opus culpare voluerit cognoscat quod que in hoc opere expressi 
ab Aristotele ex libro Ethicorum, a Tullio ex libro de Officiis et Tusculanis questionibus, a 
Thoma ex prima et secunda secunde collegi^ pauca de meis cogitationibus preter formam 
procedendi subiungens; et ideo non me, sed supradictos auctores ledit, qui has sententias 
depravare conatur. 

Fra le sue autorità fra Luca cita ancora nel testo dell'opera Seneca e 
sant'Agostino. Del resto, questo compendio, che così materialmente come lette- 
rariamente è opera mediocre, sarebbe libro oscuro e di poco valore, se non 
fosse preceduto da un bellissimo frontispizio rappresentante Bruzio, 1' autore, le 
tredici principali città di Lombardia in altrettanti piccoli medaglioni, e di nuovo, 
nel mezzo di sei tra autori antichi e santi, ^^ Bruzio che sotto la figura della 
Giustizia calpesta la Superbia. Pittura che certo non è del tutto conforme alla 
verità storica, ma che senza dubbio uscì dal pennello di Niccolò da Bologna, 
colui che riconoscemmo aver collaborato col Bartoli. iVed. Tav. III). 

Molto più colto del padre, a cui il Petrarca diceva nell'epistola del 1347, 
esortandolo ad amare la poesia, che nel poema inviatogli insieme alle pianticelle 



20 LEONE DOREZ 

" avrebbe gustato la primizia delle lettere „, Bruzio era un " vero letterato e 
** poeta non affatto mediocre „, come ce lo dimostrano le sue poesie diligente- 
mente pubblicate e con grande acutezza studiate dal Renier. Anche a lui il 
Petrarca scriveva una " lettera poetica che si legge nelle stampe intitolata a un 
** Zoilo qualunque o senza titolo, e nel codice [Strozziano 141, a e. 64, nella 
** Laurenziana di Firenze] porta invece V intestatura : Epistola ad dominum 
" Bruzum de Vicecomitibus Mediolanensem „. Ma " non portava cortesie ,,, ed è 
una risposta del poeta toscano alle satire dal Visconti dirette contro di lui. ^"^ 
Quanto a Fazio degli Uberti egli indirizzava a Bruzio un sonetto in cui vanta 
la propria fedeltà verso di lui : 

El re Artù, né altro tempo aspetto; 
Tutto son dato all'amor ch'io vi dico, 
OndMo v'ho per signor et per amico, i» 

Ma nell'esistenza di un tiranno visconteo le poesie ed i trattati morali sono 
un accidente ed un lusso: nulla più. La vera vita, l'imperiosa passione di un 
uomo siffatto rimane la politica. Probabilmente nel 1355, stanco della vita 
oscura che fin dal 1349 menava nel Veneto, venne Bruzio in Bologna, dove fu 
amichevolmente accolto dal cugino, Giovanni da Oleggio, capitano e luogote- 
nente del comune, ^'^ il quale, mancando di fede a Matteo Visconti, coir aiuto 
della parte Maltraversa e de' Ghibellini, aveva poc'anzi tolto per sé la signoria. ^^ 
Fra i due congiunti non durò a lungo l'amicizia; poiché, dopo la morte di 
Matteo, avvenuta il 29 di settembre 1355, Bernabò Visconti divisò di strappare 
Bologna dalle mani dell' Oleggio e seppe assicurarsi la connivenza di Bruzio. 
Il quale senza dubbio poco cautamente ordì la congiura, e dal cugino fu all' im- 
provviso arrestato nel febbraio 1 356 e cacciato dalla città " colle sole vesti „ ed 
un " ronzino „. Di nuovo fuggì nel Veneto, in un luogo che l'Azario chiama 
*" Achatum „ (forse Cattaio, o meglio Gatta, nella provincia di Padova), dove 
morì tra le distrette d' un' estrema miseria. Vedremo più avanti quanto importino 
queste circostanze alla storia del codice di Chantilly. 



IV. 



DESCRIZIONE DEL CODICE DI CHANTILLY. 



/\ /\ A egli è oramai tempo di descrivere il prezioso codice del Museo Condé. 
-^ ^ *^ Di formato in foglio (0.333x0.226), scritto su pergamena, e legato in 
velluto rosso, esso consta di 20 carte, adornate di 20 grandi acquarelli e di 
iniziali dipinte. ^^ Le rubriche sono in latino, il testo in italiano. Eccone il titolo : 
Incipit cantica ad gloriam et honorem magnifici militis domini Brutiiy nati incliti 
ac illustris principis domini Luchini (questo nome è stato deliberatamente can- 
cellato) Vicecomitis de Mediolano, in qua tractatur de Viriutibus et Scientus 
vulgarizatis. Amen. 

La Canzone è divisa in due parti, delle quali ciascuna consta di nove stanze 
di ventun versi ciascuna, più un congedo. La prima parte contiene la descrizione 
delle Virtù ; la seconda quella delle Scienze. 

Nella stanza iniziale Fautore dichiara il suo disegno, quello di descrivere 
cioè in rima volgare le figlie della Discrezione, madre delle Virtù, e quelle della 
Docilità, madre delle Scienze. La seconda stanza racchiude un' invocazione a 
sant'Agostino, dalle opere del quale saranno ricavate le rubriche latine preposte 
a ciascuna stanza della Canzone. Le otto altre stanze sono consacrate alla 
Teologia, alla Prudenza, alla Fortezza, alla Temperanza, alla Giustizia, alla Fede, 
alla Speranza ed alla Carità. La prima parte finisce col congedo, innanzi al quale 
si trova una specie di riassunto del tutto a mo' d'albero genealogico. 

Nella seconda parte sono descritte le Scienze: Filosofia, Grammatica, Dialet- 
tica, Retorica, Aritmetica, Geometria, Musica, ed Astrologia ovvero Astronomia. 
Essa termina, come la prima, con un congedo nel quale T autore si nomina 
(Bartolomeo da Bologna di Bartoli), aggiungendo che ha fatto dipingere questo 
volume per messer Bruzio Visconti. 

Ciascuna delle pagine consacrate alle Virtù ed alle Scienze sì scompone 
in tre parti : nella superiore è trascritta la definizione della Virtù o della Scienza, 
estratta dalle opere di sant'Agostino ; nella mezzana vedesi espressa a colori 
la rappresentazione della Virtù o della Scienza ; per ultimo nell'inferiore si legge 
la stanza dedicata alla Virtù o alla Scienza stessa. 



22 LEONE DOREZ 



PRIMA PARTE - Le sette Virtù. 

Carta I r. - Sotto il tìtolo dell'opera con arte maravigiiosa è dipinta una 
scena, nella quale si vedono a sinistra tre cavalieri, il primo chiamato Vigor^ il 
secondo Dominus Brutius Vicecomes, il terzo, colla berretta di dottore, Sensus, 
Innanzi al cavallo di Bruzio stanno due donne, Circumspectio (mantello partito 
rosso e verde cogli orli azzurri ; benda verde intorno al capo) e Intelligentia (vestita 
come la sua vicina, gli orli eccettuati), quest' ultima fornita di due grandi ali, 
che guidano pel morso il cavallo del giovane Visconti a cui sta davanti inginoc- 
chiato un uomo, il compositor operis^ cioè Bartolomeo di Bartoli. Accanto a costui 
trovansi altre due donne : la prima, colla corona in capo, è Discretio, mater o 
sai Virtutum (velo bianco, mantello verde e veste azzurra) ; la seconda, più 
vecchia, che posa la mano sinistra sulla spalla del poeta, si chiama Docilitas, 
mater Scientiarum (veste rossa con maniche azzurre e mantello verde ; cuffia 
rossa e bianca). 

Il primo cavaliero dal cavallo leardo. Vigor, ha lunga chioma, la barba 
intera, e sopra il giaco di maglia porta una veste mezza rossa e mezza verde. 
Chi confronti questa figura coi noti ritratti che ci sono pervenuti di Bernabò 
Visconti (e particolarmente poi colla celebre statua equestre eh' or si ammira 
sotto il porticato della Corte Ducale nel Castello di Milano) non esiterà a rico- 
noscervi rappresentato il futuro marito di Regina della Scala.^^ Se, come crediamo, 
quest'identificazione risponde al vero, essa è assai importante, secondochè vedremo 
più sotto, per determinare la data esatta dell'esecuzione del nostro codice. 

Molto grazioso di viso e d'attitudine è Bruzio Visconti, il quale, imberbe, 
di una bellezza quasi femminea, il corpo un po' inchinato indietro ed il capo 
coperto di un cappuccio rosso che scende sopra il collo nudo e le spalle, appoggia 
tranquillamente la mano destra sulla chioma del cavallo di Bernabò e la sinistra 
sul collo del proprio bianco destriero. Di questo la gamba destra, la sola che si 
possa vedere, è molto mal disegnata, eccessivamente lunga e rigida, come del 
resto sono quasi sempre le gambe anteriori dei cavalli nelle pitture del medesimo 
secolo. 

Il terzo cavaliere, il quale porta in capo una berretta di dottore bianca ed 
azzurra e, sotto il mantello rosso, una veste verde, cogli orli delle maniche 
rossi, alza le due mani neir atto di chi parla. Chi è questo dottore di leggi ? 
Quasi senza dubbio noi possiamo identificarlo con quel Franceschino de' Cristiani, 
giudice pavese, che da Luchino fu nel 1349 mandato a assistere il figliuolo 
nell'assedio di Genova. In questa spedizione chi faceva da esecutore era Rinaldo 
degli Assandri, cavalier mantovano ; il consigliere era il Cristiani. Così nel primo 
veggiamo la " Mano „, nel secondo il " Senno ^.^^ 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 23 

Ho detto che il dottore alza le mani come uomo che parli; ed infatti, 
siccome risulta dalla prima stanza della Canzone, egli parla alla Discrezione ed 
alla Docilità, le quali dal canto loro pregano Bartolomeo di Bartoli a voler 
descrivere a Bruzio le loro figliuole, cioè le Virtù e le Scienze. Il poeta, ben 
lungi dal respingere l'offerta, dà loro piena soddisfazione, aiutandosi di testi 
estratti dalle opere di sant'Agostino, per compiere il lavoro che offrirà poi ai 
due Visconti : 

Testo della prima stanza. 

** De, chavalieri, eh* avi dongelle voscho. 

Possa eh' a voi prima parlar ei piaque, 

A noi ditìee o' naque 

Quello a ehi guidan queste el chaval biancho ,. 

Respoxe Senno: " I' maneho 

Senza voi, donne, in ehi ferme ho le ciglie; 

Mo le nostre famiglie 

Intelligentia et Acehorteza parme, 

E che Vigore in arme 

Ben eognoschai ; per eerto in voi il eognoscho ; 

El ehavalier eh' è noscho. 

Chiamato è miser Bruze „; e si i compiaque ; 

Discretion non taque. 

Né han Docilità ehi v' è dal fiancho, 

Vegiendo el baron francho ; 

Ma dissenme ambe due per miraveglie: 

' Descrivi a lui mie figlie 

In rima per vulgare «. E satisfarme 

Conuen loro et aitarme 

Choi testi d' Agustino e farmen ponti ; 

Poi darle in man di dui magiur Veschonti. 



Carla IL- Questa carta introduttiva è consacrata alle Scritture canoniche. 
È divisa in otto scompartimenti, dove siedono sopra semplici cattedre di legno, 
presentandoci i loro scritti, sei personaggi barbuti: Mosè, san Giovanni Evan- 
gelista, sant'Ambrogio colla mitra vescovile, a sinistra; Ezechiele, san Paolo, e 
san Gregorio, colla tiara papale, a destra. Nel centro, ritratto in proporzioni 
maggiori, occupa il posto d'onore l'egregio dottore sant'Agostino (mitra bianca 
ricamata d'oro, veste bianca e mantello azzurro foderato di rosso), sotto il quale 
nel proprio studio siede san Girolamo col solito cappello cardinalizio. Tutti i 
dottori ed i profeti, Ezechiele e san Girolamo eccettuati, rivolgono gli occhi 
verso il vescovo d' Ippona. 



-1 



24 LEONE DOREZ 

Mosè (veste Sizzurra. e mantello rosso) reca parecchi libri, di cui ecco i 
titoli : Deuteronomi (sic), Genesi, Exodus, Leviticus, Numerorum, 

Nelle mani di san Giovanni (veste verde, mantello rosso) troviamo le sue 
scritture e cioè : Evangelium, Epistole, Apochal\y\psis. 

Sant'Ambrogio, adorno degli indumenti episcopali (mitra bianca, veste bianca 
e mantello azzurro), stringe un rotolo su cui è scritto : Hunc in Christo genui. 

Ezechiele (veste verde e mantello azzurro) ha pur egli dinanzi un rotolo 
disteso, sul quale si legge: Hic erat divisio discurrens, animalium splendor, ignis. 

San Paolo (veste rossa e mantello bruno) impugna colla sinistra una spada 
ignuda, mentre s'appoggia colla destra sul codice delle sue Epistole. 

San Gregorio (tiara papale bianca ricamata d'oro, mantello rosso foderato 
di drappo azzurro) ha spiegato un grande rotolo che reca questa sentenza : Si 
delicioso pabulo cupitis sudari, opuscula Augustini legite et ad comparationem 
illius nostrum furfurem non queratis : esempio raro e veramente pontificio di 
letteraria modestia I 

Sant'Agostino, rivestito di tutti gli ornamenti vescovili (veste azzurra fode- 
rata di drappo rosso) tiene nella mano sinistra ed indica colla destra un rotolo 
su cui sono scritte queste parole : Non meo vel ingenio vel merito, sed Dei 
dono sum, si quid laudabiliter sum. 

San Girolamo (veste bruna e cappello rosso) tiene nella destra ed indica 
colla man manca un rotolo dove son iscritte queste parole : Ecce quicquid didici 
potuit et sublimi ingenio de scriptarum scientiarum harum fontibus a te positum 
atque dis[s]ertum (?). 

La stanza relativa contiene la debita invocazione a sant'Agostino, di cui le 
opere precisamente in questa pagina cominciano a fornire le rubriche sopra 
accennate. 

TlìSTO DELLA SECONDA STANZA, 

Augustinus In epistola Scripturus cunonicus solus ita sequor ut scriptores earum 

ad Jeronlmum. 

nichil in eis omnino errasse vel fallaciter posuisse non dubitem. 

Oi, Agustin, cinto de la gran stola 

Del Spirito Santo, a mi de la tua pace 

Dame, doctor verace, 

Sì che i tuoi testi a mi facian rubriche, 

E le mie rime amiche 

Siano a Moyses, Zechia ^4 e Polo 

Et agli altri che volo 

Fanno a la rota et al bel san Ziovanni ; 

Sì che di facti ossanni 

Comprehenda alquanto qui chome un di schola, 

Et al tuo fil mia spola 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 25 

Sempre se tegna a far tela tenace. 

E i tri doctur mi piace 

Anchor preghare; a ciò che le mie spiche^ 

D'ogne mal far nemiche, 

Meglio gharnischan; chi preghin ti solo 

Che me condughi a volo, 

Che possa le Vertù ponere in schanni 

E le Scientie in panni, 

Ch'el le cognoscha in vulgar chi n' à voglia, 

E chi non pò de scriptura aver zoglia. 



Carta 2 r. - Nel margine superiore del foglio, fuor de' limiti fissati air illu- 
strazione, splende in maestà il busto nimbato di Cristo su fondo azzurro, e nella 
cornice che circonda la figura leggonsi queste parole : Omne datum optimum et 
omne donum perfectum desursum est des[c]endens a Patre. 

Sotto l'estratto di sant'Agostino, dal triplice cerchio di una ruota sorge la 
Teologia, incoronata e coperta di bianco manto attaccato al collo con una 
fibbia ; rivolge gli occhi verso Cristo, alzando colla sinistra un piccolo spec- 
chio, donde sprizzano raggi rossi ed in cui si riflettono le sembianze del 
Redentore : la Sapientia. Nella destra, che scende lungo il corpo, la donna 
tiene un altro specchio, azzurro e bianco : la Scientla, La stanza relativa ci 
spiega che la Teologia accende i due specchi, l'aureo e l'argenteo (il quale 
illumina a sua volta tutto il cerchio), al gran lume, cioè alla gloria di Cristo. 

I quattro animali simboleggianti gli Evangelisti contornano il cerchio onde 
la Teologia si solleva ; il miniatore ha con artificio infelice voluto che le loro 
ale s' incrociassero 1' une colle altre ; e n' è uscita fuori una raffigurazione che 
non piace punto all'occhio ; il pittore voleva forse toccare la sublimità e non è 
riuscito che a cadere nel goffo. 

Nel primo cerchio della rota si legge: Testamentum vetuSy nel terzo Testa- 
mentum novum, nell' intermedio : Sensus litteralis, sensus moralis, sensus nata- 
ralis, sensus anagogicus, sensus ystor[i]ografuSf sensus allegoricus. Nel libro 
aperto che copre il mozzo della ruota sta scritto : Ezechielis primo. Apparali 
rota una super terram habens quatuor facies et opera quasi rota in dimidio 
rote etc. 

I due specchi simboleggiano le due luci con cui si può e si deve interpre- 
tare la Bibbia ed il Vangelo, cioè la Sapienza e la Scienza. I sei ^ sensi „ poi 
sono quelli cui ricorre l'ermeneutica sacra nell'interpretazione delle Scritture 
stesse. Si può notare che l'autore aggiunge due sensi ai quattro già additati dal 
suo maestro sant'Agostino nel libro primo del Commentario sopra la Genesi, 
cioè il senso naturale ed il senso ** istoriografo „. 



26 LEONE DOREZ 

In queste due carte (1 t. e 2 r.) sarà forse permesso di riconoscere, oltre la 
scienza del poeta stesso, V ispirazione di don Francesco da Prato, in compagnia 
del quale nella chiesa di San Barbaziano Bartolomeo correggeva e rivedeva il 
testo del Decreto di Graziano trascritto da fra Adighiero di Ugolino da Castagnolo. 

Testo della terza stanza. 
Attgusiinus in epistola Hunc amavi et quesivi et eam (sic) a iuventute mea amator 

ad Macedonium. 

factus sum forme illius. Ex ipsa sapientia que vere est una, si 
quid a Deo sumpsi, non a me presumpsi. 

Contempia questa donna el fin cristallo 

In chi M divino amor tutto respiende, 

E del gran lume accende 

Dui richi spicchi ch'in man ten la damma. 

E l'uno e l'altro infiamma : 

Prima quel d'oro e poi quel de l'arzento, 

Sì eh' ogne Testamento 

Ghiar ce dimostra per sensi in la rota. 

E Ila minor dinota 

Quei ch'alia grande fan de penne el ballo; 

E ciò che nel metallo 

De luce appare, in lo cerchio discende. 

Theologia m'intende 

Ben quel eh' io narro, e so eh' ella ce chiamma 

A quel che ciaschun amma 

Et o' dovemmo havere el nostro intento ; 

Ch'el solo è '1 compimento 

De le Vertuti e dan l'eternai dota; 

Onde Prudentia, mota 

Da bon pensier discreto, piegha el chollo 

In quel per triumphar chol sommo Apollo. 



Carta 2 1. - Incomincia qui la descrizione delle Virtù Cardinali ; e, prima 
figlia della Discrezione, appare dinanzi a noi la Prudenza. 

Siede questa Virtù (veste rossa ed azzurra lievemente tirante al verde), 
incoronata, sovra un ligneo trono sobriamente scolpito. Nella destra ha un cero 
acceso, nella sinistra un gran disco, sulla zona esterna del quale sono inscritti i 
nomi delle varie fasi della vita umana e del tempo : In/antia ; tempus presens, 
pueritia el adolos[c\entia ; preteritum, iuventus et senectus ; futurum, mors. Nel 
centro del disco sta un libro aperto, in cui si legge: Memoria Intelligentia Pru- 
dentia Circumspectio Docilitas Ratio et Cautio, cui seguono alquanti segni indeci- 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 27 

frabili, tracciati al solo intento di non lasciar vuoto il rimanente della pagina. Tra 
il circolo ed il libro il miniatore effigiò superiormente con una palla nera Nox^ 
la Notte ; inferiormente con altra palla, per metà bianca e per metà azzurra, Dies, 
il Giorno. 

Sotto i suoi piedi la Prudenza conculca Sardanapalo (veste rossa con collare 
verde), incoronato, dalle mani del quale sono caduti la conocchia ed il fuso. 

Testo della quarta stanza. 
De prudentia edidit PrudeìiHa Bst virtus cuius totu vigUantiu bona discernit a 

Augustinus li b rum 

unum qui intituiaiur malis, ut iìi UUs appetefidis istisque vitandis nullus subripiat error, 

de salutaribus docu- 
mentisi quam sic di/- 

finii libro 19 de Givi- Qucsf è la donna che la nocte e M zorno 

tate Dei. ^ 

Pensa chel (/. chol?) tempo passato el presente^ 

E ten volta la mente 

Ver quel che de* vegnir, per provederse 

Sì che le chose averse 

Schivar e' insegna e temperare el bene. 

Onde a noi ce convene, 

Vogliendo el modo suo nobel seguire, 

Inanci el dìKinire 

Di dubii in le sententie far sezorno ; 

E poi senza ritorno 

Ce guida al punto che Raxon consente. 

Eccho vertù excellente, 

Ch' examina i consegli in vie diverse, 

Per le iustc roverse 

Che V incredibel dà, eh' al ver se tenel 

Donqua ferma la spene 

Doven de V intellecto in lei tegnire, 

Ch'Amor, eh' è '1 nostro sire, 

L'à per suo spicchio, e qui ce la pon prima; 

E ten choi pei Sardanaphano ad ima. 



Carta 3 r. - Segue la Fortezza {FortUudo). Sopra un monte, che ha il 
sinistro fianco adorno di fiorite pianticelle (papaveri selvatici e margherite), sorge 
una torre a due piani. Di questi il secondo, più stretto dell'altro e senza finestre, 
reca queste parole: Magnanimitas Magnificentia Fiducia Pacientia Perseve- 
rantia Constantia Securitas Tollerantia (sic). A pie del monte si vede, a sini- 
stra, un giovane incoronato, armato da capo a piede, di cui una vesta partita di 
verde e di rosso ricopre il giaco di maglia ; è Sansone, che con ambo le mani 
divarica le mascelle dell'atterrato leone. A destra, sotto un padiglione, sovra un 



28 



LEONE DOREZ 



letto coperto di drappi bianchi ed azzurri giace il barbuto Oloferne, cui domina 
ludith, inginocchiata, con una grande squarcina mozza il capo. Al capezzale del 
letto, l'ancella delPeroina, donna d'età piuttosto avanzata, ravvolta in un cappuccio 
bruno, aspetta il compimento dell'opera per serrare in un sacco, di cui già tien 
aperta la bocca, il teschio del nemico {Olloffernes), 

Testo della quinta stanza. 



De fortitudine edidit 
Augustinus li b rum 
unum qui intitulatur 
de bona perseverantie; 
quam sic diffinit li- 
bro 4 queslionum, que- 
stione 63. 



Fortitudo est firmitas animi adversus ea que temporaliter 
molesta sunt. 

Segue mo' V altra magnanima e grande 

Donna, doppo la prima el suo bel stile, 

Valoroxo e zentile, 

Si chome se convene a sua francheza. 

Ch' er è torre e fermeza 

D' ogne vertute, e sì d' inzegno althiera, 

Che mette la gran fiera 

Cum le sue mani arma quaxe a la morte. 

Or si* constante e forte, 

Tu, che voi far di suoi bei fiur ghirlande, 

E per dona o se pande 

Che poi vendecta fare in atto humile ; 

E s'alchun pensier vile 

In ti regnasse, i vedrai pur la treza. 

Mo s' tu voi la chiareza 

Di suoi begli occhi haver[ej per tua lumiera. 

Vivi in chotal mainiera 

Liber[o1, sechuro, aliegro. e poi la corte 

D*amor t'avran consorte, 

Si chom fiducia [in] Judith Olloferne 

Havé, che '1 vixo dal chorpo glie dicerne. 



Carta 3 t. - Sopra una grande cattedra, donde sorge a destra una torre 
merlata a due piani, siede la Temperanza, incoronata, rivolta a sinistra (veste 
verde con orli rossi e mantello rosso), che colla destra introduce una chiave 
nella porta della torre per rinchiudervi le passioni violente e gli appetiti disor- 
dinati. Dal braccio sinistro le pende legato ad un filo un freno. Dalla finestra 
della torre rivolta verso lo spettatore si protende all' infuori una specie di pensile 
giardinetto, donde fra altre pianticelle spicca un palmizio, di cui le larghe foglie 
portano questi nomi : Clementia Abstinentia Castltas Coniugium Honestas 
Caritas Continentia Sobrietas Virginitas Mode ratio Modestia Verecundia. 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 29 

La Temperanza preme sotto i suoi piedi Epicurus voluptuosus (veste azzurra 
e calzari verdi), che giace rovescioni sulla predella del trono. 

Testo della sesta stanza. 
De temperanza edidit Tempcrantia est cohercetis et cohibens appetitum ab hiis rebus 

Augusiinus librum u- 

num qui iniituiatur que turpUef appetufitur, 

de continentia, quatn 



sic diffinit Ubro P de 
libero arbitrio. 



La terza donna che 1 nostro apetito, 

Ch' à '1 soperchio dexio, domma e refrena, 

Sempre è d' onestà piena 

E volze al suo chastel discreta chiave: 

Avre e serra soave, 

Cum voi raxone a la cupiditate, 

Et in sobrietate 

S'aviva, con fa '1 corpo in nui per Palma 

E de vertù gran palma 

Produce e fructo bon suo dolce lito ; 

E poi chi voi nel sito 

Esser d' amore amante, chostei M mena 

A la sua real cena. 

Ma d' ogne vanitate e parlar brave 

Prima eh' i' va, se lave, 

Ch' ivi è pur zente de benegnitate. 

Sì ch'onne dignitate 

A lor s'aven, però pun giù la salma 

D' ogni viltà che scalma 

In r inferno Epichurio, che non volse 

Vivere modesto e mo sotto lei dolse. 



Caria 4 r. - Sopra la solita cattedra di legno siede la Giustizia, incoronata 
(veste azzurra, mantello rosso, foderato di stoffa verde), colla spada ignuda nella 
destra, e nella sinistra un libro rilegato in velluto rosso sul quale si legge : 
Religio Pietas Gratta Vindicatio Observantia Veritas Obedientia Inno- 
centia Concordia Amicitia Affectus Humanitas Liberalitas Legalitas. A 
sinistra, sulla predella della cattedra è posto un tavolino sormontato da un 
leggìo, su cui poggiano varf libri rilegati a diversi colori (rosso, verde, azzurro) 
ed intitolati Codes (sic), Infortiatum, F,F. vetus, F.F. novum. Vi si vede anche un 
libro aperto colle parole che formano il principio delle Institutiones di Giusti- 
niano : Imperatoriam maiestatem non solum armis decoratam, sed etiam legibus 
oportet esse armatam. 

Sotto i piedi della Giustizia giace boccone Nero iniqu[u]s, con veste verde e 
calzari rossi. La corona cadutagli dal capo sta al suolo. 



30 



LEONE DOREZ 



Testo della settima stanza. 



De iusHcia edidit Au- 
gusiinus librum u- 
num quiincipit: "Sa- 
lomon sapientissi - 
mas „ et librum de 
perfectione lustitie 
hominis ; quam sic 
diffinit libro de mo- 
ribus Ecclesie. 



lustitia est amor soli Deo serviens, et ob hoc bene imperans 
ceteris que homini subiecta sunt. 

Ultima e quarta de le cardinali 

È questa donna de vertù superna, 

La qual reze e ghoverna 

Per lege V universo e cum la spada ; 

Et ecce da quel dada, 

Che tutto pò che V umeltà nutrighi 

E chi nostri chor[i] lighi 

Cum ledei compagnia d*amor luntani, 

E gFintellecti humani 

Divida per pietà dagli animali. 

E non pur solo i mali 

Schiva chostei, ma chi i fesse gì' inferna, 

Et à sua roccha eterna 

Drittura per lieltà vera, e la strada 

Che ce mena o desgrada 

Li suoi statuti per nostri chastighi ; 

Li quai se ben destrighi, 

In pace i trovi e d' ogne equità piani: 

El chan crudel di chani, 

Neron, fiiol de niquità protervo, 

Trida[r]li questa ogne osso, polpa e nervo. 



Carta 4 t. - Con questa carta passiamo alla descrizione delle Virtù 
Teologali. 

La prima, la Fede, Fides Chatholica, incoronata, vestita di verde, con un 
velo, che, cingendole il volto, le ricopre i capelli, gli orecchi, il mento e il collo, 
stringe h-a le sue braccia un albero, dal tronco del quale escono quattordici 
rami, sette a destra e sette a sinistra. Ognuno di questi rami, adorno di fronde 
arabescate, porta un frutto a mo' di disco dove si legge un versetto del Simbolo 
degli Apostoli. Al disopra della Fede è dipinta una testina con tre visi, che, 
come mostra T iscrizione : trinus et unus Deus, simboleggia la Trinità. 

L'albero nasconde le sue radici in un piccolo tempietto, in mezzo al quale 
sta un altare, sul quale si legge la scritta: Petra autem erat Christus. Et super 
hanc p etram he[di/icabo] ec[clesiam\ meam. 

Dietro al tempietto, sotto i piedi della Fede, giace Arias hereticus (veste 
pavonazza, cappuccio rosso foderato di bianco, calzari rossi). 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 31 

Testo della ottava stanza. 
De fide sdidit Augusti- fidcs est Credere quod non vides, cuius est maximum offitium 

nus librum unum de 

fide rerum invisibi- Credere in unum Deum, quia ipse est ianua per quam introitar 

fidletoperihusiquam cid Dominum intelUgendum et amandum, ipsa est honorum omnium 

diffinit libro de ora- fundumentum et humane salutis initium. 

liane dommiea. I 



Fé è la prima che se ferma in pietra, 

Di quelle tre vertù che l'alma induxe 

Sopra '1 celeste luxe, 

Con ce dimostra in pomme el simbol santo; 

Ch'in septe e septe è '1 canto 

Distincto tutto e da quel sol procede, 

Che de vergene herede, 

Havè per spirito santo un figliol karo; 

Ch'el fé nostro riparo 

A trar l'umanità de la faretra 

Infernale chava e tetra. 

In qual punisse anchor le septe acchuxe. 

Questo eh' è '1 sopran duxe 

Unito e tripartito in un Dio tanto, 

La sua possanza è quanto 

Comprehender più si pò per nostra fede, 

E che ven per mercede 

In carne e sangue de nui su l'altaro. 

Et Arrio el niegha, e chiaro 

La Gliexia el dampna lui cum la sua sépta 

A l'inferno, e la nostra in ciel confetta. 



Carta Òr,- Sopra una semplice cattedra di legno siede una graziosis- 
sima giovane, incoronata, colla testa un po' inclinata a destra e coperta di sot- 
tilissimo velo : la Speranza. Essa sorride e tiene fra le mani una piccola 
àncora a tre branche. La veste, foderata di rosso, è bianca cogli orli delle 
maniche rossi. La Speranza conculca ludas disperatus (veste azzurra, mantello 
rosso, piedi ignudi), il quale giace sul dorso, colla fune ancora attaccata al collo. 

Nel cielo azzurro, raffigurato a destra, splendono il Sole e la Luna, e due 
mani si protendono, Tuna ad offrire alla Virtù una corona, Taltra a mostrare un 
rotolo su cui si leggono distribuite in due colonne le parole seguenti: 

Beatitudines anime: Sapientia Beatitudines corporis: Claritas 

Amicitia Agilitas 

Concordia Voluptas 



32 



LEONE DOREZ 



Honor 






Libertas 


Potentia 






Longevitas 


Securitas 






Sanitas 


Visio 






Pulcritudo 


Fruiiio 






Fortitudo 


Tentio 






Impassibilitas 




Et deinde oritur 


gaudium 




beatitudinis 


eterni 






amoris. 







Testo della nona stanza. 



De spe edidit Augusti- 
nus librum unum de 
spe habenda in Chri- 
sto qui vocat[urJ con- 
templationis , inci- 
plens: ' Quoniam in 
medio laqueos (sic) 
positi sumus „ ; et ip- 
sam spem diffìnil li- 
bro de Verbi s Apostoli. 



Spes est omnium honorum expectatio certa, secundum quam 
per Dei gratiam creditur et operatur. 

Fé è sta' quinta e Speranza seconda 

Ad orden lei, sì eh' in lo cerchio è sexta ; 

De chi doven far festa, 

Ch' amor la manda per nostra salude 

A trarce del palude 

Mondano e fuora del profundo fiume 

Di rei pensier che sume 

La mente nostra in adversa fortuna ; 

E con più mal ci aduna, 

Chostei de \ anchor suo lor ce fa sponda, 

E d' ogni ben ioconda, 

Expecta gratia dal ciel manifesta, 

E la sua vita honesta 

Divide nove da nove in due mude 

Beatitudin ignude 

D'ogni diffecto e falle suo costume; 

E '1 suo perfecto lume 

Infunde in nui chon fa '1 sole in la luna. 

Per indurce a la cruna 

Che perde Juda, disperà trahitore, 

Ch' a sì de' morte e tradì '1 suo segniore. 



Carta 5 t, - Sulla solita cattedra siede la CaritX, incoronata ed alata. 
Essa è coperta d'abito rosso sontuosamente ornato e d'un ampio mantello pure 
rosso foderato di verde, allacciato sul petto da un fermaglio. Al posto del cuore 
porta le parole Amor Dei, Christi, amici, inimici, " segno „ della quadruplice 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 



33 



sua pietà verso Dio e gli uomini. Essa tiene nelle mani due rotoli, su cui si 
leggono in cinque versi i dieci comandamenti di Dio : 

Sit Ubi patris honor, sit Ubi mairis amor. 
Non sis occisor, fur, mecus, tesUs iniquus, 
Vicinique thorum resque caveto suas. 

Sperno deos, /agito periaria^ sabbata colo, 
Habens ani Deo amorem, Umorem et honorem. 

Dalla Virtù si calpesta Herodes impias^ incoronato, supino, con barba e 
chioma lunga, veste verde, mantello azzurro e calzari rossi. 

Testo della decima stanza. 



De karitate edidit Au- 
gustinus librum u- 
num de laudibus ka- 
ritatis et librum de 
subsiantia karitatis 
et librum de quatuor 
virtutibus karitatis ; 
quam sic diffinit li- 
bro J" de Doctrina 
Christiana. 



Karitas est motus animi ad fraendum Deo propter se ipsum 
et se atqae proximo propter Deum, 

Ogne vertù senza chostei si perde: 

Karitate è, eh' è d' ogn' altra sostegno, 

Come ce mostra in segno 

Amor che i ven dai cor da quatro parti, 

Et ha in man due carti: 

A Dio va r una, e V altra a nui riverte, 

E ten sue aile averte 

Ciaschun chiamando; e s' alcuno hom la schiva, 

Si stesso d'onor priva, 

E sta com'albor seccho in zardin verde. 

In la sua vita, e ver de' 

Per tal diffecto ametter V alto regno ; 

Che '1 suo zentile inzegno 

È de condurce tutti in quelle parti 

O i seraphyni én sparti 

Del del choi sancti a veder chose certe. 

Fé e Speranza experte 

En di tal donna che da lor deriva; 

Septima in ziro e viva 

In Dio se trova eternai questa zemma. 

Che lassò Herodes, onde è ben ch'el zemma. 



Carta 6 r. - \i\ essa noi rinveniamo il riassunto di quanto contengono le 

carte precedenti. 

Sopra una cattedra siede Discretio, mater Virtutum, donna incoronata, 
velata, coperta d'una veste azzurra orlata di verde, che, stando in atteggia- 



34 LEONE DOREZ 

mento immobile e quasi ieratico, tien colle mani i lembi della veste, dove sono 
sparsi de' fiorì misti a spine. 

Dietro alla cattedra sorge un albero, donde partono sette rami terminati 
da altrettanti frutti stilizzati a modo di dischi in cui sono rappresentate le sette 
Virtù cardinali e teologali. 

È da notare che i simboli delle Virtù non appaiono quasi mai gli stessi che 
vedemmo già loro attribuiti. Le quattro Virtù cardinali seggono bensì sulla 
solita cattedra ; ma se la Giustizia, che sta al disopra della Discrezione, 
stringe pur sempre nella destra la spada sguainata, nella sinistra, in luogo del 
libro, porta una bilancia. Né il colore della veste rimane lo stesso : che la veste 
azzurra è divenuta rossa. Più notevole ancora è la trasformazione della For- 
tezza. In luogo d' essere accompagnata da Sansone col leone e da Giuditta 
con Oloferne, la Virtù appare qui sola, vestita d'abito partito rosso e verde; col 
braccio sinistro essa regge una torre merlata e col dritto la clava di Ercole. 
Dirimpetto ad essa la Temperanza, in veste verde, ha mutato la sua torre e 
il freno in una brocca d'oro ed un bacino d'argento nel quale debbono mesco- 
larsi l'acqua calda e l'acqua fredda (o l'acqua e il vino) ; a sinistra, sì vede 
sulla cattedra un'altra brocca. Al disopra, più fedele a' suoi primi simboli, la 
Prudenza (veste verde e mantello azzurro) tiene sempre nella destra il cero 
acceso e nella sinistra il disco colle sole parole : Presens, preteritum et futurum^ 

Più profonde modificazioni hanno sofferto le tre Virtù teologali. La Fede, 
vestita di verde, con un velo bianco, inginocchiata, porta nella destra un 
crocifisso e rivolge gli occhi verso il Cristo in maestà, tutto rivestito di rosso 
e benedicente con le mani alzate, come fa pure la Speranza, ravviluppata in un 
bianco ammanto, inginocchiata, colle mani giunte, nel mezzo di una navicella, 
l'albero della quale è spezzato. Finalmente, in un disco quasi doppio degli altri, 
nel grembo At\Y Omnipotens Deus, vestito di verde, sta colle mani giunte la 
Carità alata (veste rossa, mantello rosso foderato di verde), alla quale venne 
riservato il posto d'onore. 

In questo riassunto, per dare maggior varietà alPopera propria, trasse il 
miniatore le rappresentazioni delle Virtù da un altro ciclo di pitture, di cui fra 
poco parleremo più a lungo. 

Nel margine inferiore, in un altro disco, vedesi il diabolico ceffo di un 
vecchio con barba e corna ; è il Vizio o Demonio, e da lui escono sette teste 
di chimere di color verde, i sette Peccati mortali, che fra ì denti acuti maciul- 
lano le teste sanguinose di Sardanapalo, Oloferne, Epicuro, Nerone, Ario, Giuda 
ed Erode. ^^ 

Ecco ora le inscrizioni metriche poste in bocca a ciascuno de' personaggi 
dell'Albero simbolico : 

Omnipotens Deus: V sono eterno et in eterno e' fui 

E sserò sempre e son quel che mai fui. 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 



35 



Karitas 



Spes 



Fides 



Prudentia 



Temperantia 



FORTITUDO 



JUSTICIA 



DlSCRETIO 



[VlTIUM] 



Karità sum eh' in Dio sempre m' abraxo, 

Et elio in mi se possa, et in lui giaxo. 

Chon più me trovo in fievoletta barcha, 

Più spiero in Dio, del ciel patre e monarcha. 

De vergen naque e po' fu crucifixo 

Quel che de giudicare lo mondo è fisso. 

E m' aspiecho in tri tempi, e sì i dispono 

Chon voi raxon: però Prudentia sono. 

De Tapetito inordinà la falda 

Cum Faqua freda amorto e cum la calda. 

Per mia forteza i' porto tutto il carcho 

D'ogne vertute, e done ai mei lo barcho. 

Defendo i boni e cum la spada offexo 

O qui eh' a la stadiera enno a mal pexo. 

Dieerno spin da belle roxe e fiuri, 

PerGh'o[m] no 'm lassi i primi e gli altri honori. 

Sardanaphallo, Olofferne, Epichurio, 

Nerone et Ario, Juda et Herode 

Cum la mia spada pereottendo i' schurio, 

Chon voi l'eterno re degno di lode. ^ 



Testo del congedo della prima parte. 

Chanzone, ogne vertù ven giù dal cielo 

Et al ciel tutte Charità le porta, 

O' l'amor ce conforta, 

Che de lei nasce, et ella in Dio ci anida. 

Chossì schiven le strìda 

Di sottoposti a le donne dolen[tri] 

Che de l'inferno i centri 

Provan per suoi difetti el caldo e '1 zielo. 

Nesun lor nome i' cielo; 

Mo i va narrando, e s' tu vi' che '1 sezorni 

In vitio alehun, fa eh' a vertù mei torni. 

EXPLICIT PRIMA PARS BrEUZE CANTICE, IN QUA 

tractatur de virtutibus vulgariter distinctis. 
Amen. 



A destra e a sinistra della Discrezione si legge il congedo della prima parte 
della Canzone. 



36 LEONE DOREZ 



PARTE SECONDA — Le Scienze ossia le Arti liberali. 

Segue adesso la descrizione delle Scienze del trivio (Grammatica, Dialet- 
tica, Retorica) e del quadrivio (Aritmetica, Geometria, Musica, Astronomia.) 

Carta 6 t. - Come alla prima parte della sua Canzone F autore aveva 
premesso una pagina introduttiva intorno alle Scritture canoniche ed ai principali 
dottori della Chiesa, così preludendo alla seconda parte s' è piaciuto mostrarci 
la Filosofia ed i principali autori dell' antichità che scrissero sulle cose morali. 
Ci presenta ei dunque la Filosofia, sotto figura di una donna austeramente 
ravvolta nelle pieghe d'un verde mantello, la mano destra sotto il mento, la 
sinistra sotto il gomito destro, che nell'attitudine della più profonda meditazione 
contempla 1' Universo che le sta al disotto, rappresentato sotto forma di circolo 
in cui si succedono le une alle altre tutte le sfere celesti, a cominciar dal 
primum mobile o nona spera^ discendendo per le sfere dei sette pianeti alle 
quattro degli elementi che circondano la sfera della terra. Tra il primo mobile e 
la sfera di Saturno corre la fascia zodiacale. 

Intorno a questa raffigurazione del Cosmos, a destra e a sinistra della 
Filosofia, meditano in alto, seduti su cattedre di legno, Aristotele {Aristoteles 
perypatheticuSy id est tendens ad veram scientiam), appoggiato il capo sul 
gomito sinistro, e Platone {Plato metaphysicus, id est transcendens naiuram), 
il quale abbraccia le proprie ginocchia. Aristotele porta una veste rossa e un 
mantello azzurro ; Platone, una veste azzurra e un mantello rosso. Tutti e due 
hanno barba e chiome prolisse ; la testa ricoperta d' un alto cappello, che 
richiama la forma prediletta poi da Luigi XI. Nella parte inferiore seggono a 
sinistra Socrate {Socrates stoycuSy id est reprehensibilis vitiorum aliorum) in 
atto di perorare ; ed a destra, Seneca {Seneca moralis\ il quale alza la man dritta 
come se additasse qualche cosa, forse la figura dell' Universo che gli sta davanti. 
Socrate ha la barba lunga, un cappello tondo di color rosso, una veste verde 
con maniche azzurre ed un mantello pure rosso, mentre Seneca, sbarbato, porta 
una veste rossa, un mantello azzurro ed una berretta di dottore bianca e rossa. 

Testo della stanza undicesima. 
Angustinus libro ae- Omnium Que sunt dedit mihi Deus scientiam veram, et que- 

cundo de Doctrina 

Christiana. cunque sunt et improvisa didici, Phylosophy, si qua vera dixerunt 

et fidei nostre accommoda, sunt ab eis tanquam ab iniustis pos- 
sessoribus in usum nostrum vindicanda. 

Àven P intento suo chostoro e gli animi, 
E sepen fino al centro de la terra 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 37 

Tutto quel chi reserra 

Divinità fino a la spiera octava. 

Aristotel spiechava 

La mente sua oltra gli atti visibili; 

Per li sensi invisibili 

Cognove e dechiarò, no men che Plato 

Che contempia da lato 

Phylosophya ; e gli altri dui magnanimi 

Che non for pusilanimi, 

Reprehesen chi' n viltà suo chor soterra. 

Socrates qui s' aferra, 

E Senecha moral pò de li i' chava 

Choi bei chostumi e lava 

Le menti e netta de certi rixibili. 

Chostoro foro incredibili 

Di nostra fede et hen quei eh' el bei prato 

Ci àn de scientia ornato, 

Per chui phylosophya tutta in praticha 

Haven sermocinale e mathematicha. 



Carta 7 r, - Prima delle Scienze, così neirordine logico come nelle rappre- 
sentazioni grafiche del medio evo, siede in cattedra la Grammatica, sotto figura 
di giovane madre, coronata di spiche, in atto d'allattare un bambino vestito di 
verde, che porta appesa al destro braccio una tavoletta in cui è scritto Tabbiccì. 
La scienza è armata di sferza, vestita d'abito azzurro, con una sopravveste verde 
foderata di rosso. Dai due lati della sua testa sono iscritte queste definizioni: 

Ortographya slve scientia recte scribendL 

Ethimologia sive scientia derivandi. 

Dyascintastica sive scientia recte construendi. 

Prosodia sive scientia recte pronuntiandi. 

A pie della gran cattedra, in un'altra cattedra più bassa e più piccola, 

siede Prissianus col berretto di dottore, azzurro, bianco e rosso, in atto di 

leggere un volume sul quale sono scritte le parole : Cam omnis eloquentie 

doctrinam et cetera, cioè l'inizio del proemio delle sue Instituzioni grammaticali,'^'^ 

Testo della stanza dodicesima. 
S^^g^l^^atii^ dictavit Gramatica est vocis artlculate custos et medlatrlx (sic ; 1. 

A ugu siin u s libra m u- 

num,utdiciri£bro r modcratrlx) discipline culus necessitate professione cogitar humane 

quam sic diffinit li- llnguc Omnia ctlam flgmenta colllgere que memorie llterls mandata 
ÌZ}rlm°^^^^^*^^^'^"^'^ 5a/i/^ non ea falsa faclens, sed de hlls veram quamdam docens et 

asserens ratlonem. 



38 LEONE DOREZ 

Bella, gentile, legiadra è Gramatlcha. 

È questa gioven che cum la mamilla 

Al fantulin distilla 

El senno literrale, ond'el cognosse 

Più per quel lacte e posse 

Perfecto fare et haver sapientia; 

Ch'ella d'ogne eloquenza 

Altrui ce dà de T ideoma el fructo. 

E '1 suo nobel constructo 

Sì ce dechiara ogni chosa salvaticha, 

E per tenera naticha 

S'imprende quel che de TA. B. ruptilla. 

Prescian la compiila 

In dui volumi et in latin la scosse 

Dai Greci et indoctosse 

Sì che per lui n' aven V esperientia. 

Quest' è d' ogni scientia 

Origen, fondamento, e suo reducto 

E quatro parti instructo 

Fan chi voi ben parlare e dritto scrivere, 

Né posse al mondo ben senza lei vivere. 



Carta 7 t. - Alla Dialettica è stato riservato il secondo posto. Ci sta 
davanti, seduta in cattedra, una bella donna bionda, d'età alquanto matura, 
coperta d'una veste per metà verde e per metà rossa con orli azzurri. Nelle 
mani alzate all'altezza del petto essa strìnge due serpi le quali, rizzandosi l'una 
di fronte all'altra con aperte fauci, attorcigliano insieme le code ; sulla testa della 
serpe di destra è scritta la parola : opponens ; su quella della serpe a sinistra : 
respondens. Dal collo della donna pende un medaglione ov' è rappresentata 
Ratio, 28 

A destra, presso al capo della Dialettica^ si leggono le tre parole : proba- 
bilisy demo[n]strativa, sophystica, vale a dire le tre specie di questa scienza. 

A sinistra, sullo scalino della cattedra dove siede la Scienza, è posto un 
altro seggio più piccolo, dove sta Zeroastes^ cioè Zoroastro, vestito di azzurro, 
con mantello rosso, in atto di scrivere sovra una corteccia d'albero. Sullo zoccolo 
dello scalino della grande cattedra corrono i due versi seguenti : 

Tempore priscorum calamo scribebantur (sic) agresti ; 
Bibula quoque fuit non nisi arbutea pellis; 

che chiaramente alludono all'uso del " calamo „, fatto colle canne del Nilo, e del 
papiro fabbricato con l'omonima pianta egizia. ^^ 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 



39 



Testo della stanza decimaterza. 



De diatetica dictavit 
Augustìnus librum u- 
num Retraetaiionum; 
quam sic diffinit li- 
bro y de ordine re- 
rum. 



Dialectica est disciplina disciplinarum, Hec docet discere; in 
hac se ipsam ratio demonstrat quid sit, quid velit, quid valeat ; 
scit se ire ; sola scientes facere non solum ostendit, sed etiam 
potest. 



Convence a questa la vesta dividere 

E farli in mano avolte due gran bisse 

Che se linguizin fisse 

In oppor r una e T altra in contrastare, 

Perch'in silogismare 

È sempre chosa eh' el fa variabile ; 

E la raxon probabile, 

E la dimostrativa fuor del pecto 

I ven, sì che Feffecto 

De la sophysta alquanto ce fa ridere. 

A costei che deridere 

Mai quel non lassa che segho s' unisse, 

Geroaste la scrisse 

In scorza primo, con depinto appare; 

El suo proprio afare 

De questa eh' è d' ogne scientia amabile 

E che ce dà notabile 

Ch' in lor per lei cognoscemo l' oiecto 

Del vero e '1 suo subiecto 

E come el falso in si minuto apedicha, 

Chossì d'ogn' altra el ver tutto ci predicha. 



Carta 8 r, - Rivolta a sinistra, la Rettorica siede in cattedra, giovane, 
bella, sorridente, vestita d'azzurro, con un mantello verde foderato di rosso; 
fra i capelli biondi risplendono fioretti vermigli. Nelle mani tien dessa un rotolo 
con la scritta : Universis et singulis qui sunt in civitate nostra. Al di sopra del 
capo, a sinistra, si leggono le tre parole : ludicialis, demo[n]strativa, delibe- 
rativa, cioè, secondo lo pseudo Cicerone {Rhet, ad Herennium^ I, 2), le tre 
specie di cause che dall'oratore debbono essere accolte. 

Dinanzi alla grande cattedra, siede su una più piccola Marcus Tullius 
Cicero, con un cappello ed un mantello rosso ; della veste azzurra eh' egli 
indossa s' intravvedono solo il collare e gli estremi lembi. Sulle ginocchia 
dell' illustre retore è aperto un libro, dove egli addita le parole seguenti : Quoniam 
igitur docilem, benivolum, attentum auditorem volumus habere, commodo (sic ; I. 
quomodo) quidque eorum confici \possit, aperiemus] (in Rhet. ad Herennium^ III, 3). 



40 



LEONE DOREZ 



Testo della stanza decimaquarta. 



De rectorica dictavit 
Augustinus libro s 
tres ad pulcrum et 
apium eloquiunif ut 
dicit libro r Confes- 
sionum ; quam sic 
diffinii libro r de 
Dottrina Christiana, 



Rethorica est qua vera suade[n\tur et falsa, Cum sit in medio 
posita facultas eloquii^ que ad persuadenda seu prava seii recta 
valet plurimuntj honorum tamen studio militai veriiatL 

De vario cholor sua vesta aptevele 

Porta chostei d'ornamenti depinta; 

E la sua testa cinta 

De fiur diversi in fra bel color d' erba, 

Perch' in divisar verba 

Sa minuir come vole et accrescere 

E redure a bene essere 

Overe a ben parer quel che raxona. 

Sì ben suo dir consona 

Questa benegna, acorta et intendevele, 

Pronuntiando piacevele. 

Ardita e prompta e simulando infinta, 

Sermocinale distincta, 

Phylosophya, matura et accerba, 

Humil parla e superba, 

E sa d' ogne bel fil suo drappo tessere. 

Chotal scientia incressere 

Mai non ci de', eh' è d' ogn' altra corona. 

Tulio la dissona 

Da r arte vechia in la nova Retoricha, 

Sì che l'aven prathicata e theoricha. 



Carta 8 t, - Dopo le scienze del Trivio sfilano quelle del Quadrivio. E prima 
agli nostri occhi si presenta seduta nella sua cattedra VArsmetrica, cioè TArit- 
metica, sotto figura di bella donna prossima alla quarantina, rivolta verso destra 
con una veste verde ed un mantello rosso foderato di azzurro, in atto di scrivere 
su di una pergamena le dieci prime cifre dell'abbaco. Al disopra della cattedra 
si legge : Species numerationis sunt novem, scilicet numeratio, additio, subtractio, 
mediatiOy duplatio (sic), mulliplicatio , divisto, progressio, et radicum extractio. Al 
disotto, in una cattedra più piccola siede Pitagora con la barba, il cappello 
rosso, il mantello azzurro e la veste verde ; sulle ginocchia esso tiene un libro 
aperto colle parole : Si quis in quatuor methaseos [1. matheseos] disciplinis 
exercitandus expositus etc. 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 41 



Testo della stanza decimaquinta. 
De arsmetrica dictavit Qn^ d^ numeris cst scientiu uUUs Bst ct Vera, probans omnia 

AugustinuslibrumP^ 

ut dicu ubro Retrac- im (sic) pofidere ìiumero et mensiira constare ; et cum sit ad omnia 

tationum; quam sic . ## . * . r # -^ • i» 

di/finit Ubro Questio- lanua quedam, nulla sme ea potest esse perfecta pernia , cum etiam 

""'"' Deus ipse suo in numero impari nobis a veritate probetur, 

Eccho cholei che consegna di numeri 

L'azungere e ^ sutrar multiplicando, 

Dimegiare adoppiando, 

Dividere e proceder per figura, 

E la radice pura 

Ce dà de quanti n' è circha '1 mileximo, 

Et in dispar lo dieximo 

Parte et in par qual se voglia lo torma. 

Questa scientia informa 

Le mathematice e voi ch'io dinumeri 

Da lei ciaschuna, e gli umeri 

A tutti porze e venie sostignando 

Chome matre, indoctando 

Chognoscer quantità, pexo e mensura 

Lor: discreta e matura 

Donna è, di tempo presso al quaranteximo. 

Da dui fino al vinteximo, 

A danda parte e fin li ce dà norma 

Di rotti e censi forma; 

Pitagoras com ella ziffra in tavola. 

Raxone a termen rechar da lei chavola. 



Carta 9 r. - Anche la Geometria, che viene dopo, è una donna di età 
matura, coperta il capo da un velo ondeggiante, vestita di azzurro, con mantello 
rosso foderato di verde ; siede in cattedra divaricando le gambe d' un grande 
compasso. Al disopra della cattedra sono scritte le parole : Al[ti]metria, Plani- 
metria, Subeometria (sic) ed è delineata una figura geometrica. 

A sinistra in una cattedra più piccola siede Euclide, con una berretta 
a cui il pittore ebbe l'intenzione di dare forma antica, vestito di rosso, col 
mantello verde foderato di azzurro. Esso è in atto di misurare col compasso un 
regolo. 



42 



LEONE DOREZ 



De geometria dictavlt 
Augustinus librum I 
Retractationum ; 
quam sicdifflnitlibro 
r An[n}otaiìonum. 



Testo della stanza decimasesta. 

Geometria est ars metiendi alta, plana et profunda, dans 
homini intelligere ne suam debeat ignorare quantitatent. 

Fermato el sexto in lo punto et extendere 

La man di fuora e fare a quel choperchio, 

Diamitrar po' il cerchio 

Chostei e' insegna per punti e ch'ai zira; 

Et a quadro cel tira 

Equilattero e pian la sua sustantia; 

E de trianghoi stancia 

Ci mostra equalità, eh' è molto bella. 

Regha su regha isnella 

Componvi dentro a chi la sa comprehendere. 

Per la qual demmo intendere 

La sumitate e saver d' ogni merchio 

E del chavo soperchio 

La raxon vera, che per nui s' amira 

O' V intellecto spira ; 

Et habia quanto el voi lungha distantia. 

Euclide ignorantia 

Non ha di quel che mo qui se favella. 

Questa scientia apella 

Geometria e per fugir dixordene 

Trella del centro e quel eh' io narro ad ordene. 



Carta 9 t, - Penultima nella schiera delie Scienze ci si offre seduta in 
cattedra la Musica, leggiadra donna bionda, sulla fronte della quale brilla un 
diadema. Essa canta le note di Guido di Arezzo : ut re mi fa sol la, ed in pari 
tempo suona un liuto che ha otto coppie di corde ; una specie di violino le posa 
in grembo. Al disopra della cattedra sono inscritte le principali divisioni delFarte : 

Organica fiata 
Armonica voce 
Ritimica pulsa. 
La cattedra stessa poi è ingombra di strumenti diversi: un salterio, una 
" regale „ ovvero organo portatile, un triangolo, delle trombe si veggon a destra; 
a sinistra una viola e de' flauti. Sul gradino giacciono pure de' tamburelli ed 
una piva. 

A sinistra, sullo stesso gradino, sta accoccolato il vecchio Tubalcain, 
coperto d'una tunica vellosa di color bigio. Ha in capo un berretto da fabbro e 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 34 

percuote con due martelli un'incudine. Dietro di lui sorgono due colonne, di cui 
la prima porta le note dell' ottava secondo Guido Aretino, e la seconda gli 
intervalli de' toni : acutus, gravls, thonus, dye[se\sis, unisonus, dyapason, dya- 
pente, dyatasaron, ditonus, tritonus, semitonus, ennanomius, dyatonus, croma- 
ticus, 

A destra di Tubalcain, sul plinto della cattedra principale si leggono questi 
quattro esametri: 

Iste Tubai cantum vocumque simphonie 

In geminis artem scripsit posuitque columpnis. 

Aure Jubal varios fer[r]amenti denotai Ictus. 

Pondera quoque librans consonantla queque facll (sic). 

Testo della stanza decimasettima. 
De musica dictavit Au- yj;.^ modulundi delUUs accomoduta mortalium numerorum ratio 

gustlnus libros 6 ; 

guam sic dif finii u- est invetiiens procul duòlo menti qualem in moribus servet tempe- 

bro de psalmo cantra _/.. ^t^- i» - 

Donatistas. rantic modum ne discrepando dissonet ab ordine rationis, 

Giovene vagha, inventa per confundere 

Fo questa e per fuzir melanchonia, 

Chome per simphonia 

In son di boccha per orghano e corda 

Appar quand'ella acorda 

Ciaschuna insemme a la nostra memoria: 

Per triumphi e vitoria 

In trombe e timpan talor se ribalta; 

Per lei se balla e salta, 

E sa d' ogne alegreza i chori infundere, 

Voce a nota respondere; 

Fa di canora e de bella armonia 

Sì dolce melodia, 

Che V alma e i spirti e la mente concorda 

A quel che la recorda, 

Sì ben consona a lo dito ogni instoria. 

Tubalchayn la gloria 

In septe voci trovò, bassa et alta, 

De musicha eh' exalta 

In pietra per mensura; e senza ruzene 

L' ave per pexo de malli e d' anchuzene. 



Carta IO r. - Il ciclo si chiude coli' ultima e più vetusta tra le Scienze, 
l'AsTROLOGiA sive ASTRONOMIA. Al disopra della cattedra dove siede l'austera 
matrona col capo velato, appare una parte del cielo azzurro sparso di stelle. 



44 



LEONE DOREZ 



Voltata a sinistra in atto di contemplare il cielo, l'Astronomia solleva colla destra 
un astrolabio ; dal braccio sinistro le pende una sfera. Innanzi ad essa è poggiato 
sulla cattedra un disco dove tra l' indicazione delle zone polari son collocati i 
nomi dei sette climi : 

Inhabitabilis 
frigida. 

Clima l. Yndorum sub Saturno. 
Clima 2. Ethyopia sub lovi. 
Clima 3, Est Egypti sub Marte, 
Clima 4, Est Babilonie sub Sole. 
Clima 5. Est Grecorum sub Venere. 
Clima 6. Gog et Magog sub Mercurio. 
Clima 7. Psieth sub Libra. 

Inhabitabilis 
calida. 

A sinistra siede in più umile stallo Tolomeo, incoronato, la barba fluente, 
lunghi i capelli, con veste rossa e mantello verde foderato d* azzurro ; esso 
tiene un libro aperto, e pare in atto di fare qualche dimostrazione. Sul libro si 
legge : Diserunt [1. dixerunt] Ptolomeus et Hermes quod locus lune est in ora 
que infunditur sperma, est gradus.... 

Testo della stanza decimottava. 



De astrologia dictavit 
Augustinus libra m /, 
ut dicit libro primo 
Retractatlonam ; 
quam sic diffinit in 
sermone de Ephy- 
phania. 



Astrorum peritia vera nonnisi motuum celestium corporum 
effectuumque in hec inferiora naturalis et vera ratio est a qua 
liberum arbitrium secernitur unde merito mathematicorum curio- 
sitas reprehensibilis reperitur. 



Habito honesto per più desiderio 

Darce e velate a nui porta le guanze 

Questa donna che tanze 

Di celi, e qui pianiti eh' en là suxo 

Come ai corpi qua zuxo 

Dano influentia, et un sol glie fa movere. 

Nuvol, sereno e piovere, 

Folgor, tempesta, roxa, gliaza e brina 

E con neve declina, 

Chostei e' insegna e sa chi n' à V imperio. 

Chossì d'ogne emisperio 

Le stelle tutte e qual di lor ci affranze. 

Per qual se ride e pianze, 

Effecti e moti, sua natura et uxo 

Cognosse e né mai chiuxo 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 45 

Liber arbitrio in noi ven per sue overe. 

Zenti eh' en riche e povere 

Sotto ogne clima en per vertù divina; 

Ma Ptholomeo declina 

Zuxo al quadrante, e lei per Fastralabio 

Cognosce el ver de più che non c'inchabio. 



Carta IO /. - Come la prima parte della Canzone finisce coir albero delle 
Virtù, così la seconda è chiusa dall'albero delle Scienze. Alle radici di esso siede 
la Docilità, donna incoronata e velata, con veste rossa e mantello verde fode- 
rato di azzurro, che nella destra ha una bacchetta e nella sinistra un libro aperto, 
dove si leggono le parole : Docilitas mater Scientiarum. 

Al disotto sta la Philosophya, con una vesta verde. La donna rassomiglia 
molto a quella della carta 6, ma si presenta interamente di faccia, alzando 
l'indice della destra e tenendo nella sinistra un disco, probabilmente la sfera del 
mondo. 

Dietro alla Filosofia sorge un albero, ai rami del quale sono appesi, come 
già si vide avvenire per la pianta delle Virtù, sette dischi racchiudenti le figure 
delle Scienze, le quali si discostano non poco dalle rappresentazioni che sopra 
ne abbiamo vedute. Ciascuna di esse proferisce una sentenza ; ma su questi versi 
ritorneremo più sotto (cf. Tavola B). 

Testo del congedo della seconda parte. 

F vo', chanzon, che per tutta l' Europia 

Tu vadi e ai barun eh' Italia rezeno 

Dì, si t' avreno e lezeno : 

** Bartholomeo da Bologna di Bartholi 

Me fé, perch'io m' incartholi 

Cum miser Bruze e feme a lui depinzere „. 

Nel suo valore infinzere 

Se volse in acceptar de ti la chopia; 

Benché richa d' inopia 

È V alma mia e queste scientie i taceno, 

Ch'in lui s'anidan cum virtuti e ziaceno. 

ExpLiciT secunda pars Breuze cantice 
DE scientiis vulgariter distinctis. Amen. 



V. 



LE FONTI ARTISTICHE E LETTERARIE DEL CODICE DI CHANTILLY 



I due cicli delle Virtù e delle Scienze che adornano la Canzone di Bartolomeo 
* di Bartoli s' incontrano con moltissima frequenza nell'arte del secolo XIV. 

Abbiamo già detto che il miniatore del nostro codice conosceva due serie di 
rappresentazioni delle Virtù; di una delle quali s'è giovato per delinearle singo- 
larmente, mentre dell' altra s' è valso nel riassunto da lui dipinto alla line della 
prima parte della Canzone. È dunque Topera sua molto eclettica ; onde consegue 
che egli non aspirasse all' originalità neir invenzione generale, ma stesse pago a 
introdurre varianti ne' particolari, com' è il caso per la pittura della Fortezza, 
dove due scene caratteristiche di questa Virtù hanno preso il luogo della Virtù 
stessa; ora ognuno sa che tale sdoppiamento è segno d'un' arte già avanzata, 
la quale, bramosa di ringiovanirsi, si discosta dall'originaria semplicità. Ma nelle 
altre figurazioni l'artista è rimasto in complesso fedele alla simbolica tradizionale, 
come hanno fatto del resto tutti gli artisti del medio evo ed anche della rina- 
scenza in Italia, in Francia, nelle Fiandre, in Germania. Però in questa stessa 
figura della Fortezza il Nostro non ha introdotto nulla che sia interamente 
nuovo : nei bassorilievi della tomba di papa Clemente II, eseguiti nel secolo XIII, 
di cui si vanta la cattedrale di Bamberga, questa Virtù è raffigurata sotto la 
forma d' un giovane che smascella un leone, e così pure è scolpita ne' basso- 
rilievi della fontana maggiore di Perugia {Sanson fortis). 

La prima serie, quella delle singole figure, è la più nuova; la seconda, 
quella del riassunto, la più antica. Per esempio, nella tomba citata di papa 
Clemente II la Temperanza tiene fra le mani due brocche, versando dall' una 
r acqua fredda nella calda dell' altra ; ^ fa quasi la stessa cosa nella figura del 
riassunto, e nella guisa medesima era stata poco anzi rappresentata dagli scultori 
della fontana maggiore di Perugia e da Andrea Pisano sul campanile del Duomo 
di Firenze. Nella medesima tomba la Giustizia porta la bilancia nella destra, la 
spada nella manca : così nel riassunto, come anche nelle sculture di Andrea 
Pisano (Battistero e Campanile di Firenze), e molto più tardi nell' affresco di 
Raffaello (Stanza della Segnatura). ^* 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 47 

Ne' bassorilievi della cattedrale di Parigi (sec. XIII), la Fede non è inginoc- 
chiata : essa siede invece sopra un banco senza spalliera. Sullo scudo suo è 
scolpita una croce, la quale si ritrova alquanto più tardi nelle figure di Andrea 
Pisano, sulla porta del Battistero e nel Campanile di Firenze. 

Sul rosone della stessa chiesa, la Prudenza, incoronata, ha nella sinistra una 
sorta di disco attraversato da un bastone intomo al quale s'avvolge un serpente. 

Ad Amiens la Fortezza prende figura di donna vestita di maglia, coll'elmo 
e la spada ; anch'essa siede tranquillamente, e nello scudo porta un toro. 

Come si vede, se queste rappresentazioni del secolo XIU non sono del tutto 
identiche alle figure del codice visconteo, offrono però con esse una analogia 
innegabile ; talché può dirsi che le prime abbiano dato vita più o meno immedia- 
tamente alle seconde. 

Tre delle figure di questa serie delle Virtù sono per la storia dell'arte più 
curiose delle altre. All' opposto di quelle di cui già discorremmo, esse hanno un 
carattere che ci pare del tutto nuovo. Infatti la Carità, la quale ne' monumenti 
deir epoca apparisce sempre in figura di donna che allatta uno o due bambini 
(pulpito di Siena, altare di Or San Michele in Firenze), è rappresentata sulla 
pittura riassuntiva di Chantilly sotto la forma di donna alata, quasi raccolta nel 
grembo del Cristo trionfante : concezione moderna, la quale preannunzia le 
rappresentazioni dei secoli successivi. Anche la Speranza, sola sul mare nella 
sua navicella, confidante nella misericordia divina per giungere al porto bramato, 
è uno sviluppo pittoresco del simbolo, pur esso nuovo, dell'ancora salvatrice. ^^ 
Finalmente la Fortezza a sua volta è figura nuova nell'arte medievale: l'uomo del 
nostro riassunto, armato d' una clava, benché sia incoronato, non é altri che 
Ercole, quell'eroe, che Nicola Pisano aveva sculto nel pulpito del Battistero di 
Pisa quale personificazione del Valore, ^ Nei bassorilievi del Campanile e del 
Battistero di Firenze, Andrea Pisano, memore di tale rappresentazione, ha messo 
sul capo della medesima Virtù una pelle di leone, le zampe della quale sono 
annodate sul petto della donna; ma nel Battistero le ha di più dato in mano la 
clava e lo scudo (1330-1339). Quanto alla fortezza che si vede nel codice di 
Chantilly, così nella singola figura come nel riassunto, non é, checché ne pensi 
il Vitry, ^* simbolo adoperato soltanto nel secolo XVI, dal Colombe, dietro ispi- 
razione franco-fiamminga; anzi é simbolo del tutto italiano. 

Passiamo ora alla seconda serie delle Virtù, la più antica, cioè quella delle 
singole figure. 

Di rado si ritrova la Prudenza col cero destinato ad illuminare l' intelletto 
dell'uomo. ^^ Ma le parole scritte sul disco di quella Virtù (così a carta 2 t. come 
nell'albero) ci rammentano le antiche rappresentazioni di essa, la quale sovente 
si vede dipinta con tre teste, la prima che simboleggia il presente, la seconda 
il passato, la terza il futuro. Benché poco estetico, questo modo di raffigurare 
la Prudenza non é raro anche nelle opere del secolo XIV ; ^ ma più volte 



48 LEONE DORbZ 

l'artista, conscio della deformità di tale tipo, pur non osando a4)bandonare la tradi- 
zione comune, ha soppresso una delle teste (Andrea Pisano nel Battistero di 
Firenze, e più tardi Raffaello nella Stanza della Segnatura). ^" Più ardito, il nostro 
artista conservò deir antico tema T idea sola, esprimendola colle parole scritte 
sul disco, che egli avrebbe potuto trarre dal Convito di Dante (IV, 27): " Con- 
** viensi adunque essere prudente, cioè savio : e a ciò essere si richiede buona 
** memoria delle vedute cose, e buona conoscenza delle presenti, e buona prov- 
* vedenza delle future „. 

A simboleggiar la Fortezza, come già abbiamo veduto, sono dedicate due 
scene episodiche nelle quali si scorge la Virtù in atto di vincere il Vizio. Queste 
scene sono, per così dire, un arcaismo ^ e provengono dal modo originariamente 
usato nel dipingere le Virtù. Gli artisti dei secoli XI e XII ne trassero diffatti la 
ispirazione dalla Psychomachia di Prudenzio e dalle opere degli imitatori suoi, 
specialmente dal trattato De confUctu vitiorum et virtutum, attribuito a san 
Gregorio Magno. In queste opere le Virtù non hanno ancora vinto e lottano sul 
campo di battaglia coi Vizi che vigorosamente loro resistono. Così si vedevano 
già raffigurati i simbolici personaggi nel secolo V, nel quale, secondo lo Stet- 
tiner, ^^ fu disegnato l'archetipo de* manoscritti illustrati pervenutici del poema di 
Prudenzio ; così si vedono ancora nei monumenti dell' arte plastica sino alla fine 
del secolo XII. Ma già al principio del secolo seguente si fa strada un'altra 
concezione : allora le Virtù vincono i Vizt, ma senza battaglia ; non e' è più 
lotta; la vittoria è un fatto compiuto: nei bassorilievi e nelle vetrate delle chiese 
come nel nostro codice, i Vizt giacciono atterrati sotto i piedi delle Virtù.*® 

II freno della Temperanza, a dispetto della teoria del Vitry sull'origine fran- 
cese ovvero franco-fiamminga di tale simbolo, ** è, come già si notava» invenzione 
italiana, ^^ eh' ebbe a mantenersi fin nel secolo XVI, come provano gli affreschi 
di Raffaello nella Stanza della Segnatura. Ma il castello che la Virtù serra colla 
chiave *^ ed il giardinetto pensile sono due simboli non nuovi soltanto, ma anche 
piuttosto rari nell'arte del medio evo. Dell'albero colle foglie simboliche si possono 
scoprire, come si vedrà più sotto, le origini ed, almeno, un esempio contemporaneo. 

La Giustizia è priva della solita bilancia, della quale ha preso il posto un 
libro aperto, forse sotto l' inspirazione di Bartolomeo di Bartoli, nato nel seno 
della più famosa università giuridica che abbia vantato il medio evo. 

. Anche la figura della Fede ha un carattere del tutto nuovo. L^ albero sim- 
bolico che essa abbraccia con tanto amore, non si osserva, eh' io sappia, nell' ico- 
nologia medievale prima del secolo XIV, ed è assai somigliante alla pianta dai 
rami coperti d' iscrizioni, che abbiamo, poco fa, veduto nel giardino pensile del 
castello della Temperanza. In un altro bel codice italiano del medesimo secolo 
che, disgraziatamente guasto e mutilato, si conserva nella Nazionale di Parigi 
(numero 112), le figure delle Virtù sono tutte accompagnate da piccoli alberi, 
sulle foglie de' quali nulla si legge scritto ; però in un brano del testo, concer- 



Tiv. IV - TRATTATO MORALE AGOSTlNtANO. 
(Bibliateo NuìodeIc di Parigi, Ital. 112). 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 51 

nente la Verginità, appare già l' intenzione di esprimere in tal modo le cose che 
difficilmente possono trovare la loro espressione nelle opere artistiche. ^ Ed 
appunto nel medesimo codice si vede una rappresentazione della Fede quasi del 
tutto identica a quella del codice di Chantilly (ved. Tav. IV). 

Dell'ancora della Speranza ho notato qui sopra la novità simbolica. Quanto 
alla corona che le porge dal cielo la mano divina, si ritrova in tutte le rappre- 
sentazioni di questa Virtù spettanti al secolo XiV; così cioè nel codice senese 
già accennato {ItaL 112) come ne' bassorilievi di Andrea Pisano sulla porta del 
Battistero e sul Campanile, e delFOrcagna sull'altare d'Or San Michele di Firenze. 
Ma in queste ultime opere, invece di star di fronte allo spettatore, come fa nel 
nostro codice, la Speranza è costantemente rivolta a destra, e, quasi sempre ingi- 
nocchiata, stende le mani verso la corona desiderata. 

Finalmente la Carità non ha più nessun simbolo che valga a farla tosto 
riconoscere ; e pare che essa abbia sofferto, almeno esteticamente, dell'amore di 
Bartolomeo di Bartoli per i libri e l'arte dello scrivere. Sta di faccia come in 
tutte le rappresentazioni del tempo, ma è priva del cuore ^^ e della cornucopia 
che le avea posto fra le mani Andrea Pisano (porta del Battistero fiorentino), 
il quale del resto aveva abbandonato il classico tipo della donna in atto di 
allattare uno o più bambini (Nicola Pisano nel pulpito di Pisa, Orcagna nelPaltare 
d^Or San Michele). Ancora più semplicemente è dipinta nel codice 112 a carta 
10 t.; ma lì come a carta 16 t., nel pittorico riassunto che così esattamente corri- 
sponde a quello del nostro codice, si presenta con le due banderuole, le quali 
recano appunto le stesse iscrizioni del codice di Chantilly: 

Sperno deos, fugio penuria, sabata colo. 

Habens uni Deo amorem timor em honorem. 

Sii Ubi patris honori (sic), sit Ubi patris (sic) amor. 

Non sis ociosus [leggasi occisor]. 

Nelle rappresentazioni del secolo XIII è inutile ricercare i nomi de' perso- 
naggi simboleggianti i Vizt, dalle Virtù vittoriosamente combattuti e conculcati. 
Come le Virtù ed i Vizt del Roman de la Rose, sono figure astratte, che non 
hanno nulla a vedere con la storia. 

La Prudenza ha sotto i piedi la Pazzia, 
la Giustizia „ „ 1' Ingiustizia, 

la Fortezza „ „ la Viltà, 

la Temperanza „ „ 1' Intemperanza, 

la Fede „ » •' Incredulità, 

la Speranza „ „ la Disperazione, 

la Carità „ „ 1' Avarizia, 

r Umiltà „ „ la Superbia. 

Ma nel secolo XIV tali astrazioni scompaiono e cedono il posto ad altret- 
tanti personaggi della storia sacra e profana. Nel codice italiano 112 della Nazio- 



bà 



Leone dorez 



naie di Parigi, le pitture del quale sono quasi senza dubbio di mano senese ed 
il testo in dialetto intriso di forme genovesi, veggonsi non solo coronati i Vizt 
come nel ms. di Chantilly, ma ancora simboli innominati de' Vizt contrari a ciascuna 
delle Virtù descritte, tormentati da brutti e neri demonietti. Ma se tutti sono privi 
di nome, taluni hanno già Tuso della parola. Per esempio (a carta 10 t.), il Vizio 
contrario alla Carità, cioè l'Avarizia, dice : 

Mi sum lo vicio contrario de la Carità, che in me non è amor de De ni de lo 
proximo; mee sempre sum staito invidioxo et crude' de le richeze de lor, aondo asae 
n' aveva e tute per mi me le teneva e ali proxime mi non ne daxeva. E gra[n]de dexaxio 
dura che ie vedeva e pietae niguna de eli non aveva. Imperò a l'inferno sum condanao, 
et sempre li sera lo me stao.^^ 

Da questi personaggi che già parlano, agevole è la transizione a personaggi 
veramente storici. Così : 



La Prudenza 
La Fortezza 
La Temperanza 
La Giustizia 
La Fede 
La Speranza 
La Carità 



Nel codice 
di ChantiUy 

Sardanapalus 

OUofernes 

\Epicurus volupiuosus 

Nero iniqua 

Arias hereticus 

Judas disperatus 

Herodes impius 



Nelle Ore 
di S. Vostre (1502) 



Sardenapalus 

H Oloferne 

Tarquin 

Neron 

Machomet 

Judas 

Heres (leg. Herodes) 



Sulla tomba del cardinale 
Erardo de La Marck (circa 1535). 



Prudentia Sardanapalum mollem suffocat. 

Foriitudo Holofernem superbum perimit. 

TemperarUia Tarquinium immoderatum extinguit 

Justitia Neronem iniquum jugulat. 

Fides Mahumetem perfidunt conculcai. 

Spes ludam desperaium supplaniat. 

Chariias Herodem lividum proieriU 



Nel periodo che dal secolo XIV giunge a' principi del secolo XVI hanno 
mutato il nome due soli Vizt, T Intemperanza e T Incredulità. Epicuro, poco 
conosciuto in Francia e nelle Fiandre, è divenuto Tarquinio, ed Ario, in parte 
per lo stesso motivo ed anche più per cagione della recente presa di Costanti- 
nopoli operata dai Turchi, è stato soppiantato da Maometto.*^ 



♦ * 



Ninno ignora che gli uomini del medio evo ricercavano anzitutto, e più 
volte fuor di misura, nelle opere letterarie e artistiche due cose principalmente : 
la simmetria e T unità. 

Ne' trattati didattici di que' tempi, ciascuna delle Virtù e ciascuno dei Vizt 
ad esse opposti ha dietro di sé un codazzo di Virtù e di Vizt minori, general- 
mente sette, talvolta otto. Quando gli artisti limitarono la loro opera all' illustra- 
zione delle Virtù, rappresentarono la serie intera delle Virtù secondarie : così 
fece il pittore del codice Italiano 112.^® Ma gli altri, fra i quali il nostro Barto- 
lomeo, che intendevano dipingere di fronte alle Virtù le sette Arti liberali, delibe- 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 53 

ratamente misero da parte le Virtù minori, che, a Chartres, Parigi ed Amiens, 
formano colle principali una schiera di dodici figure. E basti per la simmetria, 
sulla quale sarebbe inutile fermarsi più a lungo. 

L' unità, dal canto suo, s* è effettuata nel codice di Chantilly in quattro 
maniere. 1° Le sette Virtù sono definite con altrettanti estratti delle opere di 
sant'Agostino, e quasi sottomesse alla protezione del dotto vescovo. T Tutte 
sono figlie della Discrezione ; e questo concetto, dacché non Io ritroviamo altrove 
espresso con altrettanta precisione,*^ ci pare da ritener invenzione personale del 
nostro. 3° Tutte derivano dalla scienza sovrana del medio evo, la Teologia. 
4^ Finalmente, tutte sono, per così dire, i frutti di un albero, a pie del quale 
siede la Discrezione, madre ovvero ^ sale „ delle Virtù, mentre sulla cima 
troneggia la Maestà divina insieme colla Carità. 

I tre primi concetti sono facilmente intelligibili , talché non è d' uopo 
spiegarli particolarmente. L'ultimo senza dubbio nacque da un breve sermone, 
pubblicato fra le opere d' Ugo da San Vittore di Parigi, de fructibus carnis et 
spirituSj e che deve annoverarsi fra le fonti di più opere artistiche del secolo 
XIH. In questa predica fra Ugo descrive due alberi. Il primo è l'albero del 
vecchio Adamo, del quale la radice al pari del ceppo principale è formata dalla 
Superbia. Dal tronco escono sette rami : Invidia, Vanagloria, Tristitia, Ira, 
Avaritia, Ventris ingluvies, Luxuria ; e da ciascuno di essi, altri rami secondari: 
così ad esempio dalla Tristizia vengono il Timore e la Disperazione. Il secondo 
albero, piantato da Gesù Cristo, è l'albero del nuovo Adamo ; del quale il tronco 
è 1' Umiltà ed i sette rami principali le sette Virtù teologali e cardinali. Dal ramo 
della Fede spuntano quasi rampolli la Carità e l'Obbedienza, e via dicendo. In 
alcuni codici si vedono i due alberi, ma delineati senza veruna ricerca artistica. ^ 
Non si può dubitare che il nostro pittore non abbia attinto a questa fonte. 

È infatti cosa assai curiosa a notare come le due serie di rappresentazioni 
delle Virtù e delle Scienze si presentino quasi un episodio caratteristico della 
rivalità fra gli antichi e i nuovi ordini monastici in Italia. La prima di queste 
due serie, più tradizionale dell'altra, è nata sotto l'ispirazione quasi esclusiva di 
sant'Agostino e de' suoi monaci ; la seconda, più nuova, più svariata, uscì dalla 
dottrina largamente interpretata di san Tommaso e de' successori del dotto Aquinate. 

Nella prima l'ispirazione è più semplice, più conforme ai dati dei secoli 
precedenti. Esistono di essa in Francia almeno due monumenti ragguardevoli, il 
nostro codice cioè ed il manoscritto Italiano 1 12 della Biblioteca nazionale. In 
essi le Virtù e le Scienze sono separatamente rappresentate. Salvo nelle scene 
dedicate alla Fortezza, nel volume di Chantilly nulla ha luogo di drammatico, 
nulla di teatrale. È una serie d'imagini didattiche, calme, assestate, anzi un 
po' monotone nel loro atteggiamento tranquillo. Anche nelle pitture che riassu- 
mono ciascuno de' due cicli, lo spirito sobrio, un po' freddo e rigido, del medio 
evo, informa l'opera tutta quanta. Di certo l'artista volle prima di tutto insegnare, 



54 LEONE DOREZ 

ed all'intento morale, al desiderio di rendere migliore l'animo de' riguardanti, 
pospose la seduzione degli occhi conseguita mercè gli atteggiamenti piacevoli 
e gli splendenti colori. E si capisce. A quel tempo l'arte non era meta a sé 
stessa, bensì un tramite, un mezzo ; e serviva umilmente la dottrina sovrana. 

Che il codice di Chantilly sia tutto agostiniano, se ne possono agevolmente 
trovare prove certissime così nel posto d' onore riservato al vescovo d' Ippona 
nella seconda pittura come nelle epigrafi dedotte esclusivamente dalle opere sue 
e nel concetto delle tavole riassuntive attinto da fra Ugo di San Vittore, cano- 
nico regolare dell' ordine di sant' Agostino. Ma queste prime prove, che in ogni 
caso sarebbero sufficienti, sono confermate da due altri fatti assai rilevanti. 

Qui sopra s' è detto che nel bel codice del Decreto di Graziano conservato 
nella Nazionale di Parigi leggesi una sottoscrizione in cui il nostro Bartolomeo 
attesta d'avere corretto il volume coli' aiuto di don Francesco da Prato nella 
chiesa di San Barbaziano in Bologna. Ora è cosa nota che quella chiesa, almeno 
dal 1123 fino al 1480, fu affidata alle cure di monaci agostiniani, fra i quali 
appunto visse nel secolo XIV don Francesco da Prato. ^* Si può dunque lecita- 
mente congetturare che don Francesco stesso o qualche suo confratello abbia 
inspirato a Bartolomeo 1' idea della Canzone a Bruzio e delle pitture che 
r adornano. 

S' è ancora notato qui sopra che nella tavola riassuntiva del ciclo delle Virtù, 
la figura della Carità, invece di presentarsi come le consorelle nel proprio cerchio, 
è stata honoris causa trasferita nel doppio disco dove troneggia iddio. Anche 
questa particolarità potrebbe essere segno d'origine agostiniana; dacché gli emuli 
stessi degli Agostiniani, vale a dire i Domenicani, in uno degli affreschi più 
mirabili del secolo XIV rispettarono la tradizione senza dubbio da molte opere 
artistiche già sodamente stabilita, ed ai piedi della Carità ^^ fecero dipingere la 
figura del dotto patrono dell' Ordine rivale. Del resto l'Aquinate stesso, nella 
seconda della seconda, dice che la Carità è la più perfetta delle Virtù teologali 
e, come principio di tutte le opere che conducono l'uomo al suo fine, chiama 
dopo di sé tutte le altre Virtù. E non dobbiamo già scordarci che sui primi del 
secolo XIV Giovanni Pisano nel famoso pulpito aveva subordinato alla Carità 
le quattro Virtù cardinali. 

Nel manoscritto Italiano 112 della Nazionale di Parigi, sì miseramente mu- 
tilato e guasto, mancano parecchie carte che forse ci avrebbero fornito la prova 
chiarissima della sua origine agostiniana. Ma, oltreché esiste una stretta affinità 
artistica fra questo codice e quello del museo Condé, si può agevolmente tro- 
vare nel testo che accompagna le rappresentazioni delle Virtù, una conferma 
della nostra congettura. Sono infatti citati in questo commento molti autori, 
quasi tutti dottori della Chiesa, tra i quali notasi almeno otto volte il nome di 
sant'Agostino, e specialmente a carta 7, dove si legge : " Unde dixe lo nostro 
" paire meser santo Agostin.,, „. Ed é il solo fra i dottori citati che sia nomi- 



Tav. V - LA TEOLOGIA (7) E LE SETTE VIRTÙ, 

(Biblioteca Naiionale di Parigi. Hai. 112). 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 57 

nato con tali espressioni di singolare venerazione. Ce ne sono però due altri — 
oltre Seneca, dal nostro commentatore altamente riverito — i quali sono ono- 
ratissimamente citati. A carta 7 r. : " La unde dixe un savio chi à nome Ricardo, 
** in libro de virtute... „. Questo " savio , è quasi fuori di dubbio fra Riccardo 
di San Vittore di Parigi. A carta 9 r. : " Un savio chi à nome Ugo „ sarà pure 
da identificar col celebre Ugo, monaco dello stesso monastero di San Vittore, 
uno de' luminari dell'ordine agostiniano. Sfortunatamente le suddette citazioni 
sono assai poco precise, sicché non ci è riuscito di rintracciarle nelle opere dei 
Vittorini Ugo e Riccardo ; ma crediamo che sarebbe parimente fatica vana di 
ricercarle nei trattati del domenicano fra Ugo di Saint-Cher {De pugna virtutum 
et vitiorum) o del cancelliere oxfordiano Riccardo {De vitiis et virtiitibus). 

Esistono molte prove dell'emulazione che verso la metà e sulla fine del 
secolo XIII sorse tra gli Agostiniani ed i Domenicani per ciò che spetta allo 
studio ed alla classificazione delle Virtù e delle Scienze. 

Sulle prime lungamente scrisse il dottore angelico nella prima divisione e 
soprattutto nella seconda della seconda parte della sua Somma, senza insistere 
però sulle Virtù secondarie come fece sulle principali. Ne è da credere per altro 
che i monaci, i quali indicavano agli artisti il tema delle pitture, abbiano diret- 
tamente attinto alla fonte dottorale; essi invece sì valsero, semplificandoli ancora, 
degli " alberi „ o tavole sinottiche o meglio genealogiche (fatte ad imitazione 
degli alberi di Giesse), di cui ci offrono esempio completissimo i cinque disegni 
ideati dal domenicano, che fu " archiepiscopus Sirencis„,^^ e che forse si deve 
identificare con fra Luca Mannelli, autore del trattato morale dedicato a Bruzio. 

Nel suo recente libro il Male, toccando delle rappresentazioni delle Virtù e 
dei Vizi della cattedrale di Chartres, dice che " la necessità di riempire un posto 
" rimasto vuoto e di mettere quattro Virtù in ciascun spicchio della vòlta, 
" spiega la presenza dell' Umiltà e della Superbia „.^^ Se l'egregio autore avesse 
attentamente esaminato gli alberi del nostro arcivescovo ed anche quelli che nel 
medesimo codice accompagnano il trattatalo già citato di Ugo di San Vittore, 
agevolmente si sarebbe accorto della poca esattezza di tale asserzione. Dall'esame 
di essi risulta difatti provato che secondo le dottrine professate nei libri agosti- 
niani, ne' sec. XIII e XIV, dall' Umiltà derivavano le Virtù e dalla Superbia i 
Vizi. Invece di ricercare la sola simmetria, l'artista di Chartres eseguì un disegno 
dal quale non poteva allontanarsi senza correr rischio di fare opera imperfetta 
e quasi inintelligibile. 

Il primo albero dell'arcivescovo è quello delle Virtù, arbor Virtutum ; del 
quale la radice è l'Umiltà : Humilitas, et radix omnium virtutum ; un po' più 
su sorgono i rami della Prudenza, colle Virtù da essa derivate, delle quali i 
nomi sono scritti ciascuno su di una foglia {Ratio, Consilium, Diligentia, 
Modestia, Memoria, Providentia, Timor Dei, Tolerantia) e del Coraggio {Fide- 
litas, Longanimitas, Taciturnitas, Stabilitas, Silentium, Perseverantia, Requies, 

8 



58 LEONE DOREZ 

Tolerantia in adversis) ; quello della Fortezza, a destra, nasce dal fusto un po' 
più su di quello della Prudenza. I rami della Giustizia {Lex, Correctio, Juris 
observantia, Serenitas, Justitia (sic), Certitudo, ludicium, Veritas), e della 
Temperanza {Contemptus mundi, Sobrietas, Religio, Jejunium^ Tractabilitas, 
Discretio, Moralitas) escono da una specie di nodo o disco sul quale si legge: 
Fructus, Via vite, Frudus. Similmente da un disco colla scritta : Fructus. Spiritus, 
Fructus germogliano i rami della Fede {Benivolentia, Munditia, Puritas, Kastitas, 
Virginitas, Continentia, Pax) e della Speranza (Contemplatio , Confessio, Contritio, 
Gaudium, Penitentia, Patientia, Disciplina). Finalmente il vertice dell'albero si 
divide in due rami, che ambedue spettano alla virtù suprema, la Carità (a destra: 
Misericordia, Concordia, Constantia, Dulcedo ; a sinistra : Clementia, Pietas, 
Simplicitas, Indulgentia). Nel mezzo dei due rami della Carità, è un mostro alato 
da essi schiacciato così da ucciderlo. I rami della Prudenza e della Fortezza 
hanno ciascuno otto foglie ; quelli della Carità quattro, cioè otto foglie in tutto. 
E' pare dunque che queste tre Virtù abbiano agli occhi dell' autore un' impor- 
tanza speciale. In mezzo ai due alberi si vede uno scudo colla scritta : Réligio 
est per quam religamus animam nostrani Dei ciiltum observandam (sic). 

La radice dell'albero dei Vizt, molto meno importante per le nostre ricerche, 
è la Superbia : Superbia est radix omnium Vitiorum. I due primi rami sono 
quelli dell'Avarizia e dell' Invidia coi Vizt relativi ; i seguenti, dell' Ira e della 
Vanagloria (ìnanis gloria\ ch'escono da un nodo colla scritta: Via mortis\ il 
quinto ed il sesto, dell' Ingordigia {Gala) e dell'Accidia, nascono da un altro 
nodo : Fructus carnis ; finalmente, sulla cima s' aprono le otto foglie della 
Lussuria. 

Veniamo ora agli alberi che illustrano l'operetta di un agostiniano rinoma- 
tissimo, Ugo di San Vittore. ^^ Essi sono stati riprodotti abbastanza fedelmente 
nella Patrologia del Migne ; ci asterremo dunque dal darne qui una descrizione 
particolareggiata, dacché essi offrono in somma la stessa tessitura di quelli 
(posteriori) dell'arcivescovo domenicano. Però presentansi in un ottimo codice 
parigino (Latino 10.630, a carte 65 r. e 65 t.) sotto una forma più compiuta e 
più artistica, se è lecito usare tal parola a chi discorre di disegni così schematici. 
A pie dell' albero dei Vizt apre le braccia una donna incoronata, sotto la quale 
si legge la scritta : Babilon meretrix et superba, e i tre versi leonini : 

Mortis ab hac stirpe genus effluit omne. 
Fructus in hac hominem si farserit interiorem, 
Nescius eterno recti fiet hausta periclo. 

Poi dal fusto nascono, carichi dei frutti della Carne, i nomi dell'Invidia e 
della Vanagloria, della Tristizia e dell'Ira, dell'Ingordigia (Ventris ingluvies) e 
dell'Avarizia (ciascuna madre di sette Vizt). Finalmente il vertice dell'albero è 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 59 

bipartito in due rami riserbati alla Lussuria (madre di dodici Vizt), fra i quali 
sorge la figura ignuda del vecchio Adamo, con i tre versi leonini : 

Culpa peracta palam veterem nudaverat Adam 
Hiis socium viciis; anime mors certa fit, ex hiis 
Fructibus et ramis cognoscitur aspera radix. 

A pie dell'albero sta una donna velata, incoronata, col calice nella destra e 
la croce nella sinistra ; è Jerusalem, visio pacis, et humilis^ presso la quale 
corrono i versi leonini : 

Noris ab hac stirpe redolentis germina vite. 
Ex quorum flore mens pasta sacroque sapore, 
Quis sit amor pensat, qui dona perhennia donat. 

Dal fusto escono nella stessa guisa di quelli dell' albero dei Vizt, carichi 
dei frutti dello Spirito, i rami della Prudenza, della Giustizia, della Temperanza, 
della Fortezza, della Fede e della Speranza (sette frutti o Virtù per ciascuna). E 
sulla cima si dischiudono i dieci frutti della Carità, nel mezzo dei quali sorge la 
maestà del Cristo, novus Adam, con questi tre versi, pur essi in parte leonini : 

Vernant floriculi Christo mediante manipli. 
Fructus in hoc vite [/. vie?] madefactus rore Sophie 
Celitus ardenti preponit aromata menti. 

Le Virtù poi, se non sono definite con parole cavate alla lettera dalle scritture 
di S. Agostino, vengono tuttavia descritte in guisa strettamente conforme a 
quella in cui ce le presenta il codice di Chantilly. 

Anche il Viridarium consolationis^ molte volte trascritto nel medio evo, non 
altro che un trattato sulle Virtù ed i Vizt, scritto, si può esserne certi, da un 
Agostiniano, poiché la terza parte delle definizioni in esso contenute provengono 
dai libri di sant'Agostino. ^^ Incomincia colle parole caratteristiche : Quoniam 
omne peccatum a Superbia trahit origine^ testante Scriptura in Ecclesiastico. „j 
donde risulta confermato quel che abbiamo detto contro l'avventata asserzione 
del Male. ^^ 

Finalmente, a guisa di conclusione a questa piccola inchiesta intorno alla 
rivalità fra Agostiniani e Domenicani, ^ gioverà rammentare un ristretto delle 
opere di Vincenzo di Beauvais, compilato dai Vittorini all'intento di correggere 
le citazioni che egli aveva desunte da' dottori dell'ordine loro : Flores diversorum 
sanctorum collecti et corredi de libris fratris Vincentii de Ordine Predicatorum, 
et primo flores Hugonis de Sancto Victore de scientia recte vivendi. De libro 
de institutione novicioriim,., etc. *^ 

Alla dottrina agostiniana, già fin dal secolo XII nettamente espressa ne' libri 
di Ugone di San Vittore e largamente divulgata nel secolo seguente per mezzo 



60 LEONE DOREZ 

dei florilegi, aveva di certo attinto anche Bartolomeo di Bartoli, e se l'era presa 
senza mutarne nulla, se non che all'Umiltà, radice delle Virtù, sostituì la Discre- 
zione, madre o sale delle Virtù, cioè probabilmente la facoltà di discernere il bene 
dal male, la Virtù dal Vizio. 

Nulla di più naturale del posporre le Scienze alle Virtù, perocché nel con- 
cetto del medio evo la perfezione intellettuale è intimamente collegata alla perfe- 
zione morale. ^ Come disse Dante {Convito, IV, 22) : " Veramente V uso del 
"^ nostro animo è doppio, cioè pratico e speculativo... Quello del pratico si è 
" operare per noi vertuosamente, cioè onestamente, con prudenza, con tempe- 
'^ ranza, con fortezza e con giustizia [Virtù] ; quello dello speculativo si è, non 
" operare per noi, ma considerare Y opere di Dio e della natura [Scienze o Arti 
" liberali] „. Ancora: siccome tutte le Virtù derivano dalla Teologia, così tutte le 
Scienze costituiscono il corpo della Filosofia : " Onde — citiamo anche una volta 
** r Alighieri {Conv,, IH, 1 1) — non si dee dicere vero filosofo alcuno, che per alcuno 
" diletto colla Sapienzia in alcuna parte sia amico ; siccome sono molti che si 
" dilettano in dire Canzoni e di studiare in quelle, e che si dilettano studiare in Ret- 
** torica e in Musica, e V altre scienze fuggono e abbandonano, che sono tutte 
" membra di Sapienzia [cioè di Filosofia] „. Debbono dunque le Arti liberali essere 
studiate dopo la Teologia, perchè i dottori medievali nelle loro classificazioni 
subordinano sempre le altre scienze alla scienza suprema: nell'albero della 
Sapienza dell' " arcivescovo Sirense „ dalla Santa Trinità, mediante una doppia 
serie di sette gradi un po' oscuri per noi, nasce la Sapienza, dalla quale poi 
deriva la Filosofia, madre delle sette Arti liberali. Del resto la Scienza, nel senso 
filosofico della parola, non è necessaria alla Fede, di cui è solamente l'ausiliatrice, 
perchè, come dice sant'Agostino, tradotto dal compilatore del nis. ital. 112, " noi 
*" ben possemo le chose che noi no vegemo ama[r], ma elle che noi no cogno- 
" scemo amar noi no possemo „. Non altrimenti pensava san Tommaso d'Aquino, 
in molti punti seguace de' grandi Agostiniani del secolo XII : ^* " Il fine della 
" dottrina sacra [o Teologia], in quanto è pratica, è la beatitudine eterna, per la 
" quale come all'ultimo fine sono ordinati tutti gli altri fini delle scienze pratiche : 
" onde è manifesto che in ogni modo essa è più degna delle altre „. ^'- 

Al pari delle Virtù, ne' trattati agostiniani del secolo XII, le Scienze occupano 
l'ordine stesso che è osservato da Bartolomeo di Bartoli. Né si può trovare del 
resto divergenza su questa materia fra gli autori del medio evo. Ma forse Ugo 
di San Vittore fu il primo che esponesse con chiarezza nella sua Erudizione 
didascalica, estraendola dalle Etimologie di Isidoro di Siviglia (lib. I, cap. 2),^^ 
la teoria generale del suo tempo intorno al quadrivio, e così contribuì coll'autorità 
personale a volgarizzarla più che mai fra le generazioni successive. ^'* 

Quanto s'è detto fin qui valga per la storia letteraria delle Arti liberali. Ri- 
spetto alla storia artistica di esse noteremo come fin dal 1857 il Corpet dimo- 
strasse che prima e principale fonte furono le Nozze di Mercurio e della Filologia 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 61 

di Marciano Capella. ^ Da questo libro derivano difatti tutte le personificazioni 
medievali delle sette scienze ; ma agli artisti fu d'uopo semplificare le descrizioni 
ideate dallo scrittore africano con esuberanza di fantasia veramente orientale, e 
di pili anche i simboli meno chiari di questa o quella scienza cedettero il luogo 
ad altri più semplici e di più facile comprensione per chi allora se ne dilettava, 
cioè il volgo, per cui furono dapprima dipinte o scolpite. Come si è notato a 
proposito delle Virtù, questa simbolica, riveduta e corretta, aveva già nel secolo 
XII assunti caratteri ben definiti e durò fino alla metà del secolo XIV, vale a 
dire fino al momento in cui gli artisti, divenuti più abili nel maneggio del pennello 
o dello scalpello, vollero far prova nelle loro creazioni d' originalità, seguiti poi 
da quelli del Rinascimento, quali il Botticelli nella villa Lemmi ^^ ed il Sanzio 
nella Stanza della Segnatura. 

È vero che nelle stesse pitture di Sandro e di Raffaello poche sono le 
novità, specialmente nelle prime, e che i loro capolavori s'allontanano dalle 
rappresentazioni anteriori piuttosto per la composizione, l'attitudine nuova e 
l'insolito aggruppamento dei personaggi che non per le modificazioni recate ai 
simboli tradizionali : le donne simboliche divengono più leggiadre, più graziose, 
più vive, ma rimangono pur sempre simboliche come nell'età precedente. È cosa 
dunque naturalissima che il pittore del codice di Chantilly sia rimasto fedele al 
** canone „, da cui non s'è quasi mai discostata l'arte del medio evo e della prima 
Rinascita, sebbene si possa notare che la fedeltà sua è maggiore verso il tipo 
tradizionale delle Scienze che non verso quello delle Virtù. E ciò s' intende. Le 
imagini delle Virtù non compaiono ancora nell'arte carolingia, mentre secondo 
taluni scrittori (che non risalgono però più in là del secolo XII) le Scienze 
sarebbero state dipinte nel palazzo di Carlo Magno a Aix-la-Chapelle. ^^ 

Sul cadere del secolo XII Errada di Landsberg rappresentava già la Filo- 
sofia sotto la figura di una donna tricipite (allusione alla partizione sua in Etica, 
Logica, Fisica), ^ dal cui seno scaturiscono sette sorgenti, cioè le Arti liberali, 
mentre ai piedi le stanno Socrate e Platone in atto di scrivere. 

Nei florilegi agostiniani sopra accennati (secoli XIII e XIV), specialmente nel 
Viridarium consolationis, fra gli autori citati appaiono Seneca, Socrate ed Ari- 
stotele. ^^ Non e' è dunque da meravigliarsi se nel nostro codice questi grandi 
sono rappresentati in atto dì circondare la figura della Filosofia, che apre e domina 
il coro delle sette Arti liberali, come la Teologia apriva e dominava quello delle 
sette Virtù. 

Ove a questa triade si aggiunga Aristotele, il maestro prediletto del medio 
evo, la schiera dei dotti offerta dal codice Condeano è compiuta. Se dobbiamo giu- 
dicarne dalle nostre odierne cognizioni in quest'ordine di studi, potremmo asserire 
che la Filosofia si trova di . rado scolpita sulle pareti delle cattedrali francesi del 
secolo XIII. A Laon essa è una donna sedente che tiene nella destra un libro ; 
al disopra di lei sta un altro libro chiuso ; ha la testa nelle nubi ed una scala 



62 LEONE DOREZ 

sul petto. A Sens è parimenti una donna incoronata, sedente con un libro nella 
destra, ed uno scettro nella sinistra. Entrambe le figure hanno le vesti adorne 
delle lettere greche t: et 0, cioè TrpaxTi/cvi e Osoperix/i 9i>.oao<p{a, ed ambedue sono 
di inspirazione boeziana, ^® la quale in Italia si dimostrerà sempre viva nella 
Filosofia incoronata, colla sfera e lo scettro, di Giovanni Pisano (pulpito di Pisa), 
e in quella della fontana maggiore di Perugia (e. 1280), opera forse dello stesso 
Giovanni, dove la scienza sovrana, coir ampio manto reale steso sullo schienale 
del trono, porta nella destra lo scettro e la sfera nella sinistra. 

In quanto al disegno schematico de' nove cieli, nella contemplazione dei 
quali appare tutta assorta la Filosofia, esso proviene da Tolomeo, come dice 
Dante nel Convito (II, 3): 

Aristotile credette, seguitando solamente l'antica grossezza degli astrologi, che fossero 
pure otto cieli, delli quali lo estremo, e che contenesse tutto, fosse quello dove le stelle fisse 
sono, cioè la spera ottava; e che di fuori da esso non fosse altro alcuno... Tolomeo poi, 
accorgendosi che T ottava spera si muovea per più movimenti, veggendo il cerchio suo 
partire dal dritto cerchio, che volge tutto da Oriente in Occidente, costretto da' principii di 
Filosofia, che di necessità vuole un primo mobile semplicissimo, puose un altro cielo essere 
fuori dello Stellato, il quale facesse quella rivoluzione da Oriente in Occidente: la quale dico 
che si compie quasi in ventiquattro ore, cioè in ventitre ore e quattordici parti delle quindici 
d'un'altra, grossamente assegnando. Sicché secondo lui e secondo quello che si tiene in Astro- 
logia e in Filosofia (poiché quelli movimenti furono veduti), sono nove li cieli mobili: lo sito 
de' quali è manifesto e determinato, secondo che per un'arte, che si chiama prospettiva, aritme- 
tica, e geometrica, sensibilmente e ragionevolmente è veduto, e per altre sperienze sensibili... 7i 

Nel suo Anticlaudianus Alano di Lille (f 1202) descrive così la Grammatica. 
Benché sia vergine : 

Sunt tamen in multo lactis torrente natantes 
Mammae, subducti mentitae damna pudoris. 
Dum suspirat adhuc lactantis ad ubera matris, 
Infantem cibat iste cibus, liquidoque fovetur, 
Quem solidum non pascit adhuc, potuque sub uno 
Et cibus et potus in solo lacte resudat. 
Asperat illa manum scutica, qua punit abusus, 
Quos de more suo puerìlis combibit setas. 
Verberibus sic asperat ubera, verbera mollit 
Uberibus; facto pater est et mater eodem: 
Verbere compensat patrem, gerit ubere matrem. "2 

Dalle descrizioni di Marciano Capella derivano la sferza e lo scalpello di 
Alano; ma delle " mammelle piene del latte del sapere „ non parlano né le 
Nozze né altri scritti posteriori, sicché, per conseguenza, nelle opere d'arte del 
primo medio evo niuna traccia ne appare. Nelle sculture francesi del secolo XIII 
la Grammatica non ha che la sferza, perchè il simbolo dello scalpello " rima- 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 63 

neva inesplicabile còsi agli artisti come al popolo. È dunque l'idea di Alano di 
Lilla che il pittore del nostro codice ha fatta sua : e forse tanto più volentieri 
egli ebbe ad adottarla, perchè traducendola in effetto poteva imitare — oltreché 
la bella Castità di Giovanni Pisano nel pulpito del Duomo di Pisa (1302-1311), 
in atto di allattare due fanciuUini — la Grammatica delio stesso monumento, 
quasi esattamente riprodotta in un bel codice parigino eseguito per il Petrarca, 
nel quale questa scienza, donna bionda sedente Ira molti scolari, preme con 
ambedue ie mani il suo seno gonfio di latte. ^* Ma quest'ultima figura corrisponde 



t GRAMMATICA 



assai più che non faccia la nostra ai precetti del maestro di Lilla; che non solo 
è pallida in volto, ma, come si verifica pure nella scultura del pulpito pisano, 
sembra in preda ad un generale languore. " 

Sulla fontana di Perugia manca il simbolo dell'allattamento, e la Grammatica, 
donna florida di aspetto molto più moderno, tiene colla destra la tavoletta dove 
lentamente legge e scrive ìl fanciullo, sulla spalla manca del quale la dotta maestra 
appoggia aiiettuosamente la sua sinistra. 

Le scritte poste intorno al capo della donna, coronata di spighe di frumento, 
danno la divisione generalmente ammessa dell'arte grammaticale dal secolo XIII 
fino al XVI. '* 

Nella figura della Dialetiica merita osservazione il colore differente del 
manto ugualmente diviso, onde illustrare le parole * opponens , e " respondens „, 
e la parola ratio scritta sulla parte superiore della sottoveste. La qual parola di 
certo allude alla definizione, tronca nel nostro codice, di sant'Agostino : " H£C 
" docet docere, hsec docet discere, in hac se ipsa ratio demonstrat... „. " Il bel 



64 LEONE DOREZ 

volto sereno di questa donna, d'età già matura, non ha piti nulla a che fare colla 
donna magra del Capelia e di Alano da Lilla, e nemmeno colla vecchia grinzosa 
che Niccolò e Giovanni da Pisa effigiarono a Perugia ed in patria ; ne come in 
questi ultimi monumenti essa reca in mano un serpe o uno scorpione, '" ma invece 
le due serpi affrontate che nelle opere ulteriori terrà quasi sempre nelle mani. '•"* 
Nei codice petrarchesco dì Parigi i due rettili meglio che serpi posson dirsi due 
piccoli dragoni alati, ad imitazione di quello che si vedeva fin dal secolo XII 



nella cattedrale di Chartres. La divisione della Dialettica: " probabilis, demonstra- 
" tiva, sophistìca „, proviene da Ugo di San Vittore,*' che la trovò presso Boezio.^' 
La Rettorica del codice di Chantilly non rassomiglia punto a quella del 
Capeila e delle cattedrali francesi del secolo XIII. Forse la sua corona fiorita 
deriverà dalla descrizione di Alano di Lilla, dove la vaga donna scolpisce dei 
fiori sul timone del carro della Filosofia : 

A simili varila inscriblt lloribus axem 

Virgo, flore novo cogens juvenescere ferrum. x^ 

Per ciò che spetta al suo rotolo, già si vedeva sulla fontana maggiore di 
Perugia, dove quest'Arte sembra nello stesso tempo parlare e scrivere collo stilo. 
E forse il preambolo cancelleresco trascritto su detto rotolo vuole rammentarci la 
parte che ebbero spesso i primi umanisti nella redazione delle lettere politiche e 
degli atti de' princìpi. ^ Le parole poi che si leggono presso al capo della donna, 
indicano le tre specie di cause enumerate da Boezio: " Rhetoricx ìgitur genus 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 



" est lacultas; species vero tres, judiciale, demonstrativum, deliberativum „, " 
e poi da Isidoro da Siviglia. ^ 

Della figura dell'ARiTMETtCA poco si pub dire. Non è più la donna del Ca- 
pella, dalle dita mobilissime, scolpita in si felice modo dagli artisti della lontana 
di Perugia ; è sempre una donna molto bella, ma in essa si riconosce piuttosto 
la quarta vergine di Alano, che nella mano destra portava la tavola di Pitagora 
e colia sinistra mostrava " battaglie di cifre „: 

Mensam Pythagorie. quse menti pabula donat, 
Suslinet una manus, pugnas manus altera monstrat. '^ 

Nel nostro codice essa sta in atto di scrivere le dieci prime cifre, come già 



66 LEONE DOREZ 

faceva nelle sculture della cattedrale di Clermont. È questo un simbolo molto 
più chiaro del movimento rapidissimo delle dita ovvero delle palle dell'abaco 
che si vedono fra le mani di questa scienza ne' bassorilievi della cattedrale di 
Laon, nella pittura di Errada di Landsberg ed anche più tardi nell' " Arismefica , 
di Giovanni Pisano (pulpito di Pisa). " 

Marciano Capella aveva messo nella destra della Geometria un compasso 
e nella sinistra una sfera. A Sens, Chartres e Laon gli scultori conservarono il 
compasso, ma sostituirono alla sfera una tavoletta su cui la scienza disegna le 
sue figure. 



T»v. X — LA GEOMETRIA. 
(Biblioleca Nazionale di Parigi, Lai. SSOO, e 



Anche nella rosa di Auxerre, sulla porta maggiore di Friburgo e nell'/Zorfus 
di Errada la tavoletta è sparita ed ha lasciato il posto ad un regolo, ^ il quale si 
ritrova di bel nuovo nel codice petrarchesco già più volte citato. Il pittore del 
codice di Chantilly soppresse questo secondo simbolo, conservando il solo com- 
passo, che la Geometria apre con ambo le mani, ma senza farne uso pratico, 
mentre sulla fontana di Perugia e sul pulpito di Pisa è figurata in atto di misu- 
rare una tavola di pietra. Al compasso l'artista di Santa Maria Novella e quindi il 
Botticelli sostituirono una squadra. Nelle parole scritte accanto alla testa della 
Geometria sono espresse le divisioni di detta scienza secondo Ugo di San Vit- 
tore : altimetria, planimetria, sabeometria ; ma quest'ultima parola è sbagliata, 
ed in luogo suo devesi leggere : cosmimetria. *' 

Poi viene la Musica, che mólto sì discosta dalla rappresentazione comune 
nel medio evo. I monumenti del secolo XIII ed anche la fonte di Perugia ci 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 67 

mostrano sempre la donna soave in atto dì percuotere con marteili tre, quattro 
o cinque campanelli, e cosi ancora essa si offre agli occhi nostri ne! codice petrar- 
chesco della Nazionale di Parigi. Nel codice di Chantilly la scienza dell'armonia 
canta invece e suona il liuto, secondo la tradizione del Capella, accolta anche 
da Alano di Lilla '* ed Errada di Landsberg; la quale al nostro pittore, come 
prima a Giovanni Pisano mentre lavorava al pulpito di Pisa, parve senza dubbio più 
intelligibile e più artìstica. *' Nella medesima attitudine e circondata da' medesimi 
simboli si pub ammirarla altresì nel bel codice italiano 568 della Nazionale di 



Parigi, dove sta, a guisa di Irontispizio, innanzi alle poesie musicate da parecchi 
autori del secolo XV, quasi tutti toscani. ^ 

Le tre divisioni della Musica {organica, ecc.) sono tratte da sant'Agostino 
da Ugo di San Vittore. ** I nomi degli intervalli de' suoni {ditonicus, ecc.) si 
leggono poi ne' versi poco poetici di Alano dì Lilla. ** 

Chiudesì il ciclo delle Scienze coU'Astrologia o Astronomia, di cui la 
tigura austera ricorda in modo singolare quella di Giovanni Pisano (pulpito di 
Pisa) ed anche quella scolpita da Andrea Pisano o da uno de' suoi allievi sul 
campanile iiorentìno. " Sul disco o sfera terrestre attaccato alla cattedra si 
leggono, fra i due poli, i nomi de' sette climi corrispondenti ai sette pianeti ; ma 
non so donde Bartolomeo di Bartoli li abbia ricavati. ** ìitW Anticlaudianus di 
Alano di Lilla l'Astrologia porta la sfera nella mano: implet spk(era manum; " 
e a Sens, Laon, Rouen e Friburgo, come sulla fontana di Perugia e nel pulpito 



68 LEONE DOREZ 

di Pisa, essa solleva verso il cielo un disco quasi sempre attraversato da una 
verga spezzata : forse è già una forma del quadrante che nel nostro codice le 
pende dal braccio sinistro. 

L'astrolabio, che occupa nella destra il posto del disco figurato sui rilievi 
delle cattedrali francesi del secolo XIII, non pare che si riscontri nei monumenti 
prima del secolo XIV, ed è del resto oggetto assai poco estetico. 

Come ciascuna tra le Virtù conculca l'uomo che con ì delitti suoi ebbe a 
recarle maggiore offesa, così a pie della cattedra di ciascuna delle sette Scienze 



Tiv. XII - L'ASTROLOGIA, 
(Bibllolec4 Nazionale dì Pirigi, Lai. 8M0, e. ti !.>. 



sta il piii illustre rappresentante di essa. Anche ìn questa parte l'autore nostro 
ha avuto a guida e maestro Ugo di San Vittore : da lui ispirandosi quasi cosi 
nell'ordine da dare alle scienze come nella scelta de' loro corifei, ** 

Nella tavola I dell'Appendice annessa alla presente Introduzione manifestansi 
apertissime le modificazioni che di secolo a secolo s' introdussero nell'una o nell'altra 
serie. Per ciò che concerne l'ordine delle Arti liberali, forse ci sarà poco da dedurne. 
Ma per ciò che riguarda la scelta de' corifei, i fatti sono piìi interessanti. 

Cominciamo dalla Grammatica. Donato, il venerato maestro di san Giro- 
lamo, fin dal secolo Xll a Chartres cede, secondo il Bulteau, la supremazia 
tanto a lungo mantenuta a Chilone, uno de' sette savi della Grecia; poscia, nel 
secolo XIV, al sempre più studiato Prisciano. 

Nel nostro codice — cosa ancora più strana — a pie della Dialettica, invece 
del sommo Aristotele " o del dotto Gerberto, scolpito (sempre secondo il 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 69 

Bulteau) nella cattedrale di Chartres — siede Zoroaste o Zoroastro, che Isidoro 
di Siviglia chiama primo de' Magi ed ammira sulla fede del passo dove Plinio 
cita a proposito del re di Battriana un luogo di Ermippo che il dotto vescovo, 
imbrogliandosi nel testo, credette di Aristotele. ^^ 

La Rettorica, accompagnata da Quintiliano nel secolo XII (Alano di Lilla e, 
se crediamo al Bulteau, bassorilievo della cattedrale di Chartres), ritrova l'antico 
suo socio Cicerone nel secolo XIV (codice di Chantilly, Palazzo ducale di Venezia, 
codice petrarchesco). 

Pitagora, più avventurato, non fu quasi mai bandito dal posto d'onore che 
fin dai tempi di Marciano Capella occupò presso l'Aritmetica. 

La Geometria pure rimase sempre fedele al suo Euclide, senonchè nella 
cattedrale di Chartres l'artista, che anche questa volta sarebbe stato rivolu- 
zionario, lo ha sacrificato a quell'Archimede che fu tanto men noto (nel medio 
evo, intendo) di lui. 

Campione della Musica era stato un tempo Pitagora ; ma Ugo di San Vittore, 
che l'aveva nominato primo fra gli inventori deirAritmetica, non lo rammenta 
più che in secondo luogo quando discorre della Musica; onde Bartolomeo di 
Bartoli, anzitutto agostiniano, lo collocò presso TAritmetica, ed al fianco della 
Musica pose invece, come lo scultore di Venezia ed il pittore del codice italiano 
568 della Nazionale di Parigi (sec. XV), il biblico Tubalcain. 

Finalmente l'Astrologia, a dispetto della cortesia usata da Alano verso Albu- 
mazar, non ha mai rinnegato il ** re „ Tolomeo. Da tutto <:iò si deduce che, 
ove non si tenga conto de' tentativi fatti in favore di Gerberto (cattedrale di 
Chartres) e di Tubalcain, gli autori e gli artisti del medio evo, auspice Marciano 
Capella, hanno cacciato via quasi tutti i personaggi biblici e cristiani dal posto 
loro assegnato appiè delle cattedre dove sedevano le Arti liberali. Vittoria senza 
dubbio interessantissima, perchè attraverso il cristianissimo medio evo dimostra 
pur sempre viva quella tradizione antica, onde si sprigionerà più tardi vigoroso 
il risorgimento delle lettere e delle arti. *®^ 

Le varianti introdotte nella tavola o piuttosto nell'albero finale del codice 
di Chantilly ne' simboli delle Scienze sono poche. Ciò nonostante s'avverta la 
Grammatica che, pur sempre insegnando l'abbiccì al fanciullino, al pari della 
buona madre della fontana di Perugia, abbandonata la sferza, invece di rigore 
fa uso di dolcezza ; ed anche la Geometria, che ha ritrovato il regolo caro 
ad Alano, ad Errada di Landsberg ed agli scultori delle cattedrali francesi del 
duecento. 

Come nell'albero delle Virtù, così in quello delle Scienze c'è un personaggio 
intermediario fra la Filosofia e le Arti liberali : la Docilità, que docet, che, essendo 
cioè la madre delle Scienze, sa insegnarle all'uomo : 

V sum Docilità che ve divulgo 
A voi ste donne, cavalieri e vulgo. 



70 LEONE DOREZ 

E nella stessa guisa delle Virtù, ciascuna delle sette Scienze parla e dice in 
altrettanti versi quant'essa sa fare. Né ci è sembrato far cosa vana mettendo a 
confronto i versi che escono dalla bocca delle Scienze nelle opere della badessa 
Errada, del misterioso " arcivescovo Sirense „ e del nostro Bartoli. (Appendice, 
Tav. II). 

A proposito dei versi dell' " arcivescovo Sirense „, giova rammentare qui 
le belle pitture scoperte, mezzo secolo fa, nella cattedrale del Puy-en-Velay 
(capoluogo del dipartimento della Haute-Loire). Reduce dalle ambascierie a lui 
affidate da re Luigi XI presso Sisto IV, il canonico Pietro Odìn (f 1502) fece 
dipingere neirantica biblioteca capitolare le figure delle sette Arti liberali. Di 
esse oggi quattro ancora sussistono: la Grammatica con Prisciano, la " Loyca ^ 
(Dialettica) ^^^ con Aristotele, la Retorica con Cicerone, *^^ e la Musica con 
Tubalcain. A* pie delle figure femminili, ispirate certo a qualche opera sconosciuta 
e probabilmente distrutta, veduta dall' Odin nel suo viaggio d' Italia, stanno 
quattro banderuole su cui si leggono in forma quasi sempre identica *^* i versi 
corrispondenti neir " albero della Sapienza „ del prelato domenicano; cosa, è 
quasi inutile dirlo, fin qui non mai avvertita. 

Brevissima sarà la conclusione di questo capitolo. Siamo infatti persuasi 
che il lettore saprà da sé stesso ricavare la conclusione del nostro ragionamento: 
quella cioè, che l'idea delle rappresentazioni delle Virtù e delle Scienze è tutta 
agostiniana, ^^ e che i testi a cui ispiravasi il pittore erano quasi esclusivamente 
tratti dalle opere del più illustre agostiniano del secolo XII, Ugo di San Vittore 
di Parigi. Dobbiamo però notare che, come di leggieri si poteva congetturare, 
le fonti artistiche non sembrano antiche, e che il nostro pittore ha quasi sempre, 
per non dir addirittura sempre, imitate le più belle opere toscane del tempo suo, 
vale a dire quelle di Niccolò e Giovanni da Pisa, di Giotto, d'Andrea Pisano, 
deirOrcagna, e finalmente gli affreschi del cappellone degli Spagnuolì in Santa 
Maria Novella di Firenze. E sarà probabilmente da attribuire all'influsso di 
codeste ultime pitture la sparizione quasi completa nell'opera del nostro artista 
tuttora sconosciuto delle figure virili ^^ nel ciclo delle Virtù '^^ e delle Scienze, ^^ 
la soppressione de' simboli poco estetici o poco intelligibili che si vedevano ancora 
nelle opere del tempo, e l'assenza assoluta *^^ delle donne vecchie e grinzose, 
frequentissime ancora nelle manifestazioni artistiche spettanti ai primi anni del 
trecento. 

Così si mischiano nel codice visconteo i ricordi della tradizione primitiva del 
medio evo colle tendenze più estetiche dell'arte nuova, "^ nelle creazioni della 
quale riflette vasi una civiltà sempre più raffinata. 



VI. 



LUOGO E DATA DELL' ESECUZIONE DEL CODICE. 



ORA conosciamo bene il nostro codice, del quale ci resta però a fissare in 
modo preciso la patria e la data. 

Dove fu scritto e dipinto codesto cimelio del museo Condé? Non è fortuna- 
tamente questione molto ardua da risolvere, perchè, come abbiamo ampiamente 
dimostrato colla scorta delle sue stesse parole, l'autore nacque a Bologna, ed in 
Bologna visse ed operò. 

Pare dunque cosa accertata che Bartolomeo, il quale nel 1349 e ancora nel 
1374 collaborava col suo illustre compatriota Niccolò, non abbia mai lasciato la 
sua città nativa. Donde si può giustamente dedurre che il codice di Chantilly sia 
stato scritto e dipinto in Bologna. 

Posto questo, è facile ritrovare la data dell'esecuzione del codice. Come 
abbiamo già detto, Bruzio Visconti, a cui l'opera è dedicata, dimorò lungo tempo 
in Bologna: vi arrivò probabilmente verso la fine del 1354 o sui primi del 1355, 
e nel febbraio seguente ne fu cacciato dall' irato cugino Giovanni da Oleggio. 
Non potè dunque Bartolomeo offrire al Visconti la sua canzone morale se non 
nel corso del 1355, cioè nello stesso tempo in cui il domenicano fra Luca de' 
Mannelli faceva anche lui da Niccolò da Bologna dipingere a simile scopo il 
trattato parimente morale conservato a Parigi. Ci sarà quindi lecito ritenere il 
nostro codice scritto e dipinto nel 1355. 

Inutili pur troppo sono invece riuscite le indagini da noi tentate per scovrire 
chi fosse il pittore a cui confidò Bartolomeo la decorazione del codice. Di certo 
non è Niccolò da Bologna: chi dopo aver esaminato, anche senza conoscenze 
speciali sull'arte del secolo XIV, il frontispizio del trattato di Luca de' Mannelli, 
che quasi sicuramente è opera di Niccolò, fermerà l'attenzione sulle pitture del 
codice di Chantilly, non tarderà ad esserne convinto. Le lettere iniziali di ciascuna 
stanza della canzone indubbiamente sono lavoro di qualche pittore della scuola 
bolognese, di uno forse degli allievi di Niccolò; ma nelle donne leggiadre, vestite 
con nobile eleganza di ampi mantelli, si riconosce subito un'ispirazione giot- 
tesca, affinata, starei per dire, dall'influenza della scuola senese, di cui tuttavia 



72 LEONE DOREZ 

non ha i caratteri un po' molli e monotoni. Qui al contrario le figure hanno una 
grazia vigorosa, una pieghevolezza robusta, onde riescono fra le più belle 
creazioni che l'arte italiana abbia prodotto verso la metà del secolo XIV. Il 
pittore dunque deve ritenersi fiorentino, o almeno tale che avea studiato in 
Firenze i capolavori de' maestri contemporanei. 

Ma checché ne sia dell'artista sconosciuto, l'opera è meravigliosa, e dopo 
aver determinato il luogo e la data della sua composizione, dobbiamo ricercare 
adesso i monumenti anteriori da cui il pittore poteva trarre ispirazione al proprio 
lavoro. Quasi tutti furono da noi ricordati mentre notavamo le varietà dei simboli 
delle Virtù e delle Scienze. Sono, in ordine cronologico, la fontana maggiore di 
Perugia (1280), il pulpito del duomo di Pisa (1310), forse i capitelli del palazzo 
ducale di Venezia (1344), ed i bassorilievi del campanile fiorentino. 

Dai due primi monumenti e fors' anche in parte dall'ultimo, l'artista nostro 
desunse con una certa larghezza ed indipendenza le figure delle Scienze e della 
Filosofia ; dal terzo quelle de' rappresentanti loro : offrendoci così una composi- 
zione che concorda fedelmente colle dottrine d' Ugo da San Vittore. Ove queste 
congetture colgano nel segno, nel codice di Chantilly noi dovremo riconoscere 
un' opera d' arte quasi interamente toscana ; e, si potrebbe perfino aggiungere, 
addirittura fiorentina, quando tornasse possibile mettere in sodo che le pitture 
stesse vennero originariamente escogitate all' intento di contrapporre un monu- 
mento artistico, ispirato dalla scienza agostiniana, a quello meraviglioso che in 
Firenze stessa aveva già saputo innalzare l'attività domenicana. 



VII. 



ALTRI CODICI CONSIMILI DEL SECOLO XIV. 



l\/\ ^ priora dì esaminare più davvicino questo interessante problema, farà 
-^ '^ *^ d'uopo spendere poche parole su tre codici analoghi a quello di Chantilly 
e determinare V importanza eh' essi posseggono per la sua storia. E cominciamo 
da due stretti Tuno all'altro da speciali legami. 

Il primo è conservato a Vienna neir antica collezione di Ambras, il secondo 
a Firenze nella Magliabechiana. Tutti e due offrono le stesse rappresentazioni 
del nostro codice, gli stessi estratti delle opere di sant'Agostino, ma non vi sono 
né la Filosofia né la Teologia né le pitture riassuntive ; e invece della canzone 
di Bartolomeo recan trascritti dei versi latini ed altre sentenze in prosa, morali 
e storiche, concernenti ciascuna delle Virtù e delle Scienze. Di più, le donne 
simboliche sono in entrambi rappresentate in serie di due per ciascuna carta. 

Al prof. Giulio von Schlosser, che ha studiati accuratamente entrambi i 
manoscritti, *" parve che il codice fiorentino fosse una copia del viennese, il quale 
per altro é contemporaneo, cioè eseguito, sempre secondo lo stesso crìtico, 
prima del 1343. Ma secondo noi questa data è poco sicura, perchè fondata sol- 
tanto sul fatto che le quattro carte dipinte de' due codici sono annesse ad un 
barbaro poema in lode di re Roberto di Napoli, morto, come sì sa, nel 1343. E 
lo Schlosser stesso ci fornisce i mezzi di dubitare dell'ipotesi sua, dacché c'in- 
forma che il codice probabilmente originale di detto poema, conservato a Londra, 
è privo di quest' artistica appendice ; la quale più tardi sarà stata aggiunta forse 
a guisa di commento indiretto de' versi dell'anonimo autore, dove fa pregare Roberto 
dalla Fede, dalla Speranza, dalla Carità e da tutto quanto il coro delle Virtù, di 
assumere la tutela di Roma infelice, — e nella seconda parte (Scienze), a guisa 
di illustrazione de' versi del Petrarca intorno alla morte del re letterato : 

Morte sua viduae septem concorditer Artes 
Et Musae f le vere novem.... 112 

Suppone poi l'egregio autore che i due codicetti appartengano all'arte meri- 
dionale piuttosto che a quella dell'alta Italia, anzi siano stati miniati a Napoli, 

« 

nello studio degli scrittori e pittori che re Roberto stipendiava. Ben a ragione 

10 



74 LEONE DOREZ 

osservò il Venturi che " al contrario essi sembrano affini nell'arte a Niccolò da 

* Bologna „. "^ Anche a parer nostro non sono certo opera di Niccolò, che 
sarebbero poco degni di lui, ma di uno de' seguaci della scuola bolognese nella 
seconda metà del secolo XIV, non ancora molto esperto nell'arte sua. Un po' 
più oltre, lo Schlosser con maggiore acutezza soggiunge : " Del resto, così la 
" persona dell'autore [del poema] come lo stile delle miniature fa pensare a uno 
" stato d' Italia, che allora stava in stretta relazione co' re Angioini, cioè la 

* Toscana. Sebbene il D'Ancona abbia distrutta l'antica congettura che faceva 
" autore del poema Convenevole da Prato, nientedimeno è chiaro assai che 11 
" Panegirico di Roberto, d'origine toscana (l'autore del quale espressamente si 
" dice Pratese), sarà forse, come crede il D'Ancona, un omaggio della città di 
** Prato e troverà solo nelle relazioni storiche di quello stato soddisfacente spie- 
" gazione „. A queste parole da noi citate seguono poi subito altre le quali 
vengono appunto a confermare quanto abbiamo detto intomo all'origine agostiniana 
del codice di Chantilly : " Alla Toscana, come è detto di sopra, spetta anche lo 
" stile delle miniature. Che le due copie, come mi pare verisimile, siano state 
" o no eseguite nello studio di re Roberto a Napoli, in ogni caso appartengono 
"" alla scuola toscana. Mostrano desse una mescolanza di particolarità di stile 
" fiorentino e senese; e quindi fanno, benché alla lontana, ripensare al cìrcolo 
" dei Traini e delFOrcagna, il pittore di Santa Maria Novella e del Campo Santo 
" di Pisa, che siffatte grandi allegorie volentieri rappresentava. Specialmente 
" l'appendice colle Arti e le Virtù è in relazione con Firenze. Essa deriva dal 
'' circolo degli Eremitani di sant'Agostino, cioè di quell' ordine che nella storia 
" della formazione dell' umanesimo nel secolo XIV occupa posto tanto impor- 
^ tante. In questa città son state con massimo zelo studiate, come era naturale, 
" le opere del più importante tra ì Padri della Chiesa, annoverato anche dal 
" Petrarca fra i suoi scrittori prediletti. In questa città è stato condotto a termine 
"" il disegno di radunare in un grande lessico le sentenze di sant'Agostino 
" intorno a tutte le cose morali e fisiche. E quindi fu composto il Milleloquium 
" 5. Augustini, incominciato da Agostino Trionfi (f 1328), e di cui parimenti 
" sono un riflesso le citazioni dei tituli delle pitture... „ Non si può dir meglio, 
e di qui si vede che se lo Schlosser pareva dapprima aver smarrita la strada, 
ben presto ha saputo rintracciarla. 

Da quanto abbiamo veduto risulta infatti essere tutti questi codici d'origine 
fiorentina o senese ; origine che chiara si dimostra, anche quando, come accade 
ad entrambi i manoscritti viennese e fiorentino, essi non sono opera di mano 
toscana. 

Poco tempo dopo la pubblicazione dell' interessante memoria del von . 
Schlosser, il Venturi è stato così fortunato da scoprire un terzo codicetto, con- 
forme per il contenuto ai precedenti, ma disgraziatamente mancante di una carta, 
che conteneva l'immagine della Teologia, e forse delle due carte riassuntive. In 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 75 

questo manoscritto, ora conservato nella Gallerìa nazionale di Roma, si leggono, 
oltre i versi latini *** e le citazioni agostiniane dei codici di Firenze e di Vienna, 
più ampie di quelle offerte dal nostro codice, tutte le strofi della canzone di 
Bartolomeo di Bartoli, ad eccezione della prima, della seconda (che leggevansi 
nella carta perduta della Teologia), e del congedo finale. Così ne' versi e nelle 
citazioni latine come nelle stanze della canzone le parole sono spesso scorrette o 
incomprensibili, ed in ciò il libretto romano si accorda cogli altri due descritti 
dallo Schlosser. Quanto alle rappresentazioni non abbiamo qui delle miniature, 
bensì degli " schizzi „, al dire del Venturi, ** pieni di freschezza e di ricerche fatti 
" prima con la punta d'argento e definite finamente a penna „. Aggiungiamo 
subito che questi schizzi sono la riproduzione esattissima delle miniature del 
codice di Chantilly, rimasto ignoto al dotto scrittore, e che le scritte apposte 
a ciascuno de' corifei dei Vizi sono pressoché identiche ^*' in ambedue i volumi. 
Sicché si potrebbe non senza giuste ragioni supporre che lo scrittore e l'artista 
si siano nello stesso tempo giovati e del nostro codice e di un codice analogo 
a quelli di Vienna e di Firenze, mischiandoli e compiendoli T uno coli' aiuto 
dell'altro. Innegabile è quindi che il codice di Chantilly, il quale contiene il testo 
originale della canzone morale, dacché di certo fu da Bartolomeo di Bartoli 
offerto al Visconti, sia il prototipo più ó meno diretto del libriccino romano, il 
quale per altro contiene altri disegni, dì cui fra poco faremo parola. 



vili. 



GLI AFFRESCHI DELLA CHIESA DEGLI EREMITANI IN PADOVA 



E DI S. MARIA NOVELLA IN FIRENZE. 



I manoscritti finora illustrati dal von Schlosser, dal Venturi e da me ne' nostri 
* rispettivi lavori posseggono fuori di dubbio un particolare interesse. Ma una 
nuova e più larga importanza proviene ad essi dal fatto, già avvertito acutamente 
dal von Schlosser, che essi possono spargere luce sopra la storia di uan serie di 
affreschi che adornavano la Cappella detta dei Cortellieri o di sant'Agostino nella 
chiesa degli Eremitani di Padova. 

Nel 1370 fu fondata in detta chiesa una cappella da un cortigiano de' signori 
di casa Carrara, Tebaldo de' Cortellieri, e quasi subito i monaci ne affidarono 
la decorazione a Giusto Padovano, rinomatissimo pittore, il quale, ad onta 
dell'etnico " Padovano „, era nato in Firenze e si nominava Giusto di Giovanni 
Menabue, ** del popolo di San Simone „. Pur troppo le pitture di lui non si 
possono più ammirare, perchè " sono perite — scrive Angelo Portinari — per 
^ la fabbrica del capitolo fatto sopra essa cappella l'anno 1610 dalla compagnia 
^ delli Battuti della cintura „. 

Fortunatamente ci lasciò una descrizione di tali affreschi, spesso sbagliata, 
ma tuttavia preziosa, un giovane tedesco, divenuto poi un pregiatissimo storico, 
Hartmann Schedel, che rimase tre anni a Padova (1463-1466), dove erasi recato 
a guadagnarsi la laurea in medicina. E questa descrizione, diligentemente pubbli- 
cata dal von Schlosser, *^^ concorda del tutto con i codici di Chantilly e di 
Roma, air infuori di poche modificazioni, che si risolvono in errori evidenti dello 
studente tedesco ovvero in mutamenti introdotti nel tema originario vuoi da 
Giusto vuoi da chi gli affidò la cura di dipingere le pareti della cappella padovana. 

Delle prime alterazioni nulla diremo, perchè sarebbe cosa tediosa confrontare 
dei testi che gareggiano d' inesattezza e di scorrezione; chi ne fosse vago, potrà 
esaminare i detti testi nelle pubblicazioni del von Schlosser e del Venturi. 

Molto più importanti sono le seconde. Nella pittura consecrata alle Scritture 
canoniche, invece de' personaggi rappresentati ne' codici di Chantilly e di Roma 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 77 

stavano Egidio di Roma (7 1316), il beato Nicola da Tolentino (f 1305) e san 
Paolo primo eremita. Sicché, se prestassimo cieca fede alle asserzioni dello 
Schedel, sant'Agostino stesso sarebbe scomparso : scomparso dalla propria cap- 
pella per opera di quelli stessi che vivevano sotto la sua regolai Gli altri santi 
che lo circondavano nella medesima pagina de' nostri codici, si ritrovano tutti, 
eccetto san Giovanni Evangelista nell'affresco della Teologia, ove anche Isaia e 
Daniele hanno preso il luogo d' Ezechiele. Niuna meraviglia che Giusto abbia 
tenuti da parte i profeti ed i santi, che dapprima erano compagni a sant'Agostino, 
allo scopo di sostituirli al disco scolastico ed ai simboli poco artistici degli 
Evangelisti dipinti nella pagina de' codici dedicata alla Teologia. Ma che dall'af- 
fresco delle Scritture canoniche, dove appunto introduceva i seguaci più illustri 
di sant'Agostino, egli abbia cacciato via il dotto vescovo d' Ippona, non si può 
neppure un momento pensarlo. È dunque verisimile che lo Schedel, copiando i 
nomi del primo eremita e de' due grandi Agostiniani, siasi dimenticato di scrivere 
quello del loro capo e maestro. 

Del restosi potrebbe anche congetturare che l'immagine di sant'Agostino si 
trovasse sopra l'epitafio di lui, forse nel fondo della cappella, con quelle di 
Possidonio (che gli fu amico durante quarant'anni e scrisse l'elenco delle opere 
di lui), della madre santa Monica e, al di sotto, de' discepoli suoi: Alberto da 
Padova (f 1328), Giovanni da Bologna (f e. 1134) e finalmente di Averroè, 
di cui nell'università di Padova tanti e sì ardenti erano i seguaci, capitanati 
allora valorosamente da Marsilio da Santa Sofia (f 1405). 

Secondo lo Schedel, i personaggi che figuravano intorno alla Filosofia non 
erano quattro, cioè Socrate, Platone, Aristotele e Seneca, come figurano ne' 
codici di Chantilly e di Roma, bensì cinque, e quinto era Tito Livio Padovano. 
^ Vero è che egli [Giusto] aggiunge anche Titus Livius Patavinus — dice il 
" Venturi — che non capirebbe nella rappresentazione, o ne romperebbe la 
'^ legge di simmetria. Fu uno dei tanti errori in cui è caduto lo Schedel, o 
^ dobbiamo credere che Giusto modificasse il disegno eseguendo gli affreschi? „ 

Or domandiamo noi, è ragionevole attribuire allo Schedel un errore tanto 
grossolano? Naturalissimo sarà al contrario il pensare che l'introduzione di Tito 
Livio nella schiera de' filosofi antichi sia stata consigliata da queir affetto per la 
memoria sua che Padova mantenne sempre caldissimo. "^ 

Ben a ragione il von Schlosser, mentre studiava le miniature dei codici di 
Vienna e di Firenze, ripensò agli affreschi descritti dallo Schedel ne' suoi 
Memorabilia^ e intese provare che il pittore erasi ispirato ad un codice che, pur 
non essendo quello della collezione d'Ambras, assai gli si avvicinava. Così s'è 
guadagnato il critico viennese, oltre al merito di avere indicato un confronto 
curiosissimo e fecondo, quello di non avere ciecamente, come troppo spesso 
avviene, esagerato i pregi del codice da lui scoperto. Ecco le sue parole : " Pare 
"" dunque che quelle miniature siano state adoperate a guisa di modello per gli 



78 LEONE DOREZ 

** affreschi. "® Non si deve però affermare che tal modello sia stato appunto 
" l'esemplare della collezione di Ambras. Inoltre è imperfetto : le rappresentazioni 
^ della Filosofia e della Teologia vi mancano, come manca altresì ogni indica- 
^ zione, ogni titolo relativo. È incompiuta la fine a questo doppio rispetto ; il 
" codice è bruscamente interrotto cogli ultimi versi del tilulus dell'Astronomia „. 
Non poteva l'egregio scrittore più lealmente confessare i proprii dubbt, che la 
descrizione del codice di Chantilly avrà quasi certamente mutati oramai in una 
negativa certezza. "^ 

Più ardito è stato il Venturi nella sua dotta memoria sul libro di schizzi 
che sì felicemente gli è venuto alle mani. Ecco la sua conclusione: " Tutto ci 
"" persuade che il codice prezioso appartenesse ad un artista il quale preparava 
" co* disegni l'opera sua; e quegli fu Giusto padovano „. Detto questo, colla 
scienza e la coscienza di un espertissimo critico d'arte, egli aggiunge però subito 
queste parole, le quali, a dir il vero, decisamente sciolgono la questione in favore 
dell'originalità del codice di Chantilly : ^ Ad alcuno potrebbero sembrare alquanto 
" più antiche per istile le figure delle Virtù e delle Arti liberali di queste così 
" sottilmente disegnate degli antichi personaggi [di cui fra poco parleremo] ; ma 
" le somiglianze di tutte sono sì evidenti nelle tonde merlature de' contorni delle 
"" vesti e nelle mani senza nodi, che non si può dubitare, attentamente studìan- 
•* dole, della loro affinità. Sembra che nell'abbozzare, probabilmente in un tempo 
^ anteriore agli abbozzi de' personaggi, le figure delle Virtù e delle Arti liberali, 
'^ il disegnatore rade volte le preparasse, così come fa invece per le altre degli 
^ antichi personaggi, con la punta d' argento ; e perciò il disegno di quelle 
** scorre facile, ma con minore determinatezza. le allegorie delle Virtù e delle 
^ Arti gli fossero famigliari, o avesse davanti un modello a cui ispirarsi, l'autore 
'^ quasi sempre le abbozza di primo acchito, pure rendendo evidente la sempli- 
" cita, la verità, la popolarità dell'arte sua; mentre nel rappresentare gli antichi 
^ uomini si sforza di renderli grandiosi, e riesce talvolta a dar loro una forma 
" monumentale „. ^^o Qqsì il Venturi, al quale risponderemo noi che le figure 
delle Virtù e delle Scienze erano state da un altro artista dipinte in un tempo 
certamente anteriore agli abbozzi de' personaggi antichi di Giusto, e che se 
Giusto non quasi sempre, ma sempre le abbozzò di primo acchito, ciò fece 
perchè aveva davanti un modello da cui non soltanto traeva ispirazione, ma che 
tranquillamente copiava. E indubbiamente questo modello era il codice di Chantilly, 
il quale è di trent'anni circa anteriore al libro di schizzi del pittore fiorentino. *2* 

Andiamo avanti. Può essere questo libretto opera originale dell'artista a cui 
fu affidata la cura di dipingere gli affreschi della chiesa degli Eremiti in 
Padova? Anche qui si potrebbe all'affermazione del Venturi opporre il fatto 
che in realtà gli schizzi del libro romano non corrispondono alle pitture descritte 
nei Memorabilia dello Schedel, bensì a quelle del codice di Chantilly; del 
quale, per le ragioni già accennate, quel codice può considerarsi una copia, bellis- 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 79 

sima davvero, ma niente altro che copia. Pure sarebbe lecito supporre che 
questa copia Giusto l'eseguisse ad uso proprio, coir intento di valersene di poi 
nell'esecuzione definitiva de' cartoni dell'opera monumentale. forse l'aveva 
senz'altro eseguita, perchè il codice del Bartoli gli era parso cosa bella, e solo 
più tardi pensò a giovarsene, quando gli venne fatta l'offerta di adornare le pareti 
della chiesa degli Eremitani? Queste congetture io non propongo col pensiero 
di far cosa grata al Venturi, ma sol perchè alla sua affermazione danno gran- 
dissimo valore gli splendidi disegni — " vera opera d'arte „ — che nel libriccino 
tengono dietro alle rappresentazioni delle Virtù e delle Scienze, e che, anche a 
giudizio del dotto critico, lor sarebbero per istile posteriori. In tali disegni si 
volle vedere quella serie d' imagini d' antichi personaggi illustri, di cui lo stesso 
Giusto avrebbe dipinti i ritratti nella medesima chiesa ; della quale ci sarebbe per- 
venuta, secondo il Venturi, una copia intera in un codice della raccolta, ora dispersa, 
di Carlo Morbio, e che, pochi anni fa, si conservava presso il signor Ackermann 
a Monaco di Baviera, mentre ora è passato in proprietà del comm. B. Crespi 
di Milano. Anche queste imagini sono perite, benché " un anno e mezzo fa, 
" scrive il nostro autore (1899), fu scoperta una parte degli affreschi sotto lo 
" scialbo delle pareti, cioè teste e busti delle figure inferiori, essendo le altre 
" scomparse sotto l' impostatura della vòlta costruita nel secolo XVII ; conti- 
^ nuando tuttavia a scrostar le pareti, si sarebbe messo a nudo tutto quanto è 
" rimasto del monumento pittorico, ma prevalse il consiglio non buono di rico- 
** prire la parte scoperta con le grandi tele che ora adornano la cappella „. ^^2 

Ma, checché ne sia dell'originalità — molto probabile davvero — di questi 
ultimi disegni, ^'^ rimane saldo ed accertato quanto abbiamo detto a proposito 
degli schizzi delle Virtù e delle Scienze : essi non sono che una copia delle 
miniature del nostro codice. ^'^ 



IX. 



LA FONTE ORIGINALE DELLE PITTURE DEL CODICE DI CHANTILLY. 



/\ BBIAMO detto qui sopra che il codice de! museo Condè non era di certo 
^ * opera di Niccolò da Bologna, ma lavoro forse di uno degli allievi del 
grande pittore, e molto probabilmente di un toscano, fiorentino ovvero senese. 
Ed ecco una bellissima comunicazione pervenutami dal prof. Francesco Novati, 
mentre si stampava la presente introduzione, giova a riconnettere in maniera 
stupenda le pitture del nostro codice allo " studio „ di Niccolò. In un bel 
volume della * Novella, di Giovanni Andrea " in libros Decretalium .,, conser- 

7/ , 77 /^ 

vato nell'Ambrosiana dì Milano (B. 42 inf.), che comincia dal libro terzo de vita 
et honestate civili^ è dipinta a mo' di frontispizio una miniatura rappresentante, 
con vivacità davvero mirabile, le Virtù e le Arti liberali. Le une e le altre si 
presentano quasi sempre con gli stessi attributi, gli stessi personaggi secondari, 
le scritte medesime che notavamo or ora nel codice di Chantilly. Chi guardi 
le due serie di rappresentazioni non esiterà a riconoscere che deve esistere fra 
esse un'affinità notevolissima, cosicché Tuna è a dir sicuramente fonte e modello 
delPaltra. Se il lettore vorrà ricordarsi della data che i fatti storici permettono 
d'assegnare al codice visconteo, cioè l'anno 1355 ovvero al più tardi il principio 
del 1356, egli scioglierà facilmente da se stesso la questione, dacché nel margine 
della miniatura ambrosiana si legge in caratteri lapidari gotici l' iscrizione 
seguente: " M III LIIII. Eoo Nicolaus de Bononia feci „. Ecco ritrovato dunque 
il modello a cui indubbiamente s' ispirò l'allievo toscano di Niccolò da Bologna. 
Importantissima è questa scoperta, perchè doveva destare giusto stupore 
il fatto che l'inventore di quel doppio ciclo, almeno in certi particolari molto 
nuovo, fosse stato un pittore sconosciuto, il quale, a dispetto dell'usanza quasi 
generale degli artisti contemporanei, avesse tralasciato di firmare un'opera sì 
notevole. Ora ci è spiegato questo silenzio, che dapprima sembrava tanto strano. 
L'allievo di Niccolò non potè né volle attribuirsi il merito di un lavoro compiuto 
l'anno innanzi dal suo maestro, e benché egli avesse modificato qua e là la 
miniatura originale, non credette cosa lecita sottoscriversi nel codice di Chantilly, 
come Bartolomeo dì Bartoli aveva fatto per la sua poco felice canzone. 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 



T«v. Xlli - LE VIRTÙ E LE ARTI. 
■ di Nicolò da Bdìoeu (Biblioteca Ambrosiana di 



Non molte sono, del resto, le modificazioni introdotte nella composizione 
del maestro dall'ignoto discepolo. L'ordine delle Virtù adottato da Nicolò era 
il seguente: y«s//«(i. Fortitudo. Temperantia. Prudentia. Charitas. Spes. Fides; 
mentre nel codice di Chantilly sì presentano prima Prudentia, poi Fortitudo. 
Temperantia. Justicia. Fides. Spes. Karitas. Nella rappresentazione stessa delle 
Virtù, l'allievo mostra un po' più d'indipendenza, sdoppiando la scena della 
Fortezza e ringiovanendo la Speranza, la quale nella pittura di Nicolb è molto 
più conforme alla consueta tradizione artistica. Ma nella serie delle Arti liberali, 
ove la ' Retoricha , è posposta alla " Loicha , (Dialettica), egli non ha mai abban- 
donato la sua guida, senonchè trasformò la giovane Astrologia del maestro in una 
donna d'età più matura e strettamente velata. A quest'ultimo particolare, se non 
m'inganno, deve assegnarsi speciale importanza, perchè l'artista, riproducendo 
con schietta esattezza l'Astrologia del campanile fiorentino, forse intese indicare 
apertamente la sua " toscanità ,. E, a dire il vero, non fu il suo lavoro tanto 
impersonale, che non dobbiamo, per più motivi, dolerci della soverchia 



82 



LEONE DOREZ 



modestia di colui che, auspice Bartolomeo di Bartoli, fece di una sofà miniatura 
due serie di pitture vaghissime, e tentò nel suo libriccino, colle rappresentazioni 
della Teologia e della Filosofia ed anche colle tavole finali di ciascuna serie, 
di rendere viva agli occhi la classificazione agostiniana delle Virtù e delle Scienze. 
Crediamo di fare, terminando, cosa utile ai lettori col porger loro un 
prospetto riassuntivo dell'ordinamento generale così delle Virtù e delle Scienze 
come de' loro corifei ne' quattro codici studiati dal von Schlosser, dal Venturi 
e da noi. Da esso si rileva una stretta affinità così fra la miniatura ambrosiana 
e il codice di Chantilly (salvo nell'ordine delle Virtù), come fra queste due prime 
serie di pitture e quella del codicetto romano. Dobbiamo però confessare che 
da tal prospetto non ci è consentito trarre quelle conclusioni chiare e definitive 
alle quali avremmo bramato tanto di arrivare. 



VisTtr E Asti 




Corifei d 


EI Vizi E DELLE ARI 

Ms. Viennese 


n LIBERALI 






Ms. Ambrosiano 


Ms. di Chantilly 


Ms. Romano 


Affreschi di 
Padova (Schedel) 


lUSTITlA 


1. Nero iniqus 


4. Nero iniqus 


l.Nero iniustus 


l.Nero iniquus 


l.Diomedes 


FOBTITUDO 


2.01ofernes effemi- 
natus 


2. Olloff ernes 


2. Olofernes inops 


2. Olofernes effrenatus 


2. Olofernes 


Tehpbrantia 


3.Epicurus volup- 
tuosus 


3. Epicurus volup- 
tuosus 


3. Epicurus intem- 
peratus 


3. Epicurius voluptuo- 
sus 


3. Epicurus 


Pkudentia 


4.Sardenapelus in- 
nops (?) inconti- 
nens ? 


1. Sardanapalus 


4. Sardenapellis i- 
nops 


4. Sardanapliallus i n- 

sci US 


i.Sardanapellus 


Charitas 


S.Erodes iniqus 


7. Herodes impius 


5. Herodes crudelis 


5. Herodes impius 


5. Rex Herodes 


Spes 


6. Judas dessperatus 


6. Judas disperatus 


6. Judas desperatus 


6. Judas desperatus 


6. Judas 


Fides 


7.Arius hereticus 


5. Arius tiereticus 


7. Arius hereticus 


T.Arrius hereticus 


T.Arrius 


Grahmatica 


Prisianus cum ma- 
iori volumine 


Prissianus 


Priscianus 


Priscianus cum malori 
et minori volumine 


Priscianus 


DlALECTlOA 


Zoroastes 


Zeroastes 


Zoreastes 


Geroastes rex Bactria- 
norum 


Zoroastes 


Rhetorica 


Tulius [Cicero ini 
retoricha nova et 
veteri 


Marcus Tullius Ci- 
cero 


Tulius 


Marchus Tulius Cicero 


Tullius 


Arituhetica 


Pitagoras cum libro 
alrjsmetrice 


Pitagoras 


Pictagoras 


Pitagoras 


Pithagoras 


Geometria 


Euclides 


Euclide[8] 


Euclides 


Euclides 


Euclides 


Musica 


Tubalcaim 


Tubai Cliain 


Tubai 


Tubai Caym 


Jubal 


Astrologia 


Tolomeus res Egiti 
(,sic) 


Ptliolomeus 


Ptholomeus 


Phtholomeus rex Egipti 


Ptolomeus 



Fa d'uopo dire che anche le altre scritte della pittura milanese sono molto 
scorrette. Così sul disco della Prudenza si legge : Infancia tempus puericia 
adolosentia tempus per le vitam vetus senetus tempus mo\rs\ ; e sul tempietto 
posto a* piedi della Fede : petra autem erat Christus. super anch petram fondata 
est e\c\hlexia. Così ancora nel primo volume di Cicerone splende questo bel 
barbarismo: retorica vetera. 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLt SCIENZE 83 

Le vesti finalmente son colorite come segue : 

Virtù. — Justicia : manto verde, veste rossa ; Nero : veste di color azzurro 
cupo. 

Fortitudo : veste di color azzurro cupo, maniche azzurre pure, ma più chiare ; 
Olo/ernes: cappello verde, manto rosso. 

Temperancia : abito azzurro, mantello roseo ; kpicurus : manto azzurro, 
veste e cappuccio rosso. 

Prudencla: veste azzurra di color cupo; de' due tondi l'uno, al disopra 
del libro, è oscuro (nox) e l'altro, sotto il libro, cilestrino (dles) ; Sardenapelus : 
capellatura bionda, veste verde. 

Charitas : veste rossa messa ad oro, mantello azzurro ; Erodes : veste rosea, 
barba e capelli bianchi. 

Spes : abito azzurro cupo, mantello verde ; Judas : tunica azzurra. 

Fides : velo bianco, veste rosea ; tetto della chiesa azzurro roseo, ma cupo 
il fianco ; Arias : mantello azzurro, berretto rosso con pelliccia. 

Arti liberali. — Gramatica : veste rosea ; bambino : veste verde ; Frisia- 
nus: veste rossa con mantello azzurro; berretto rosso con pelliccia. 

Loicha: veste azzurra ; Z^r^a^/^^ : cappuccio rosso sormontato da una 
punta, barba bianca, abito azzurro cupo, mantello roseo. 

Retorica : veste azzurra cupa ; Tullius : cappuccio da dottore rosso, veste 
verde. 

A[r\smetrica : velo bianco in capo, veste rossa, cintura d'oro; Fitagora%\ 
barba bianca, veste azzurra, berretto roseo. 

Geometria : veste verde, un velo vagamente disposto le copre la fronte e 
s' intreccia ai capelli ; Euclides : turbante bianco, veste azzurra cupa, barba bionda 
brizzolata. 

Musica : nastro bianco in testa, veste azzurra ; Tubalcaim : veste cinerognola, 
berretto dello stesso colore al dritto; nero punteggiato di bianco al rovescio. 
Ha barba nera brizzolata. 

Astrologia : veste rossa messa ad oro, manto azzurro cupo ; Tolomeus : 
turbante bianco, con corona d'oro, manto roseo, veste azzurra. 



X. 



I SETTE PIANETI 



QUANDO il duca d'Aumale comprò il nostro codice dall'inglese Robinson, 
erano insieme con esso rilegati due altri libretti, di cui il primo, di tre 
carte, concerneva a materia astronomica, mentre il secondo, di sette fogli, conte- 
neva una delle versioni dell'Istoria Troiana. 

Quest'ultimo incomincia così : ^ Incipit historia Troianorum, et primo de 
" edificatione Troie. Anno 158 ab aquarum inundatione usque ad civitatis Troie 
" hedificationem. In ilio tempore gens humana indefinite creverat... „; e finisce colle 
parole: " Verumtamen visione habita et responsa ubi nunc Roma condita est per... 
" it (qui è un po' guasta la carta) sicut superius habetur circa principium Cronice 
" Martini. Deo gratias. Amen „. Or questo manoscritto non avrebbe verun inte- 
resse per noi, se alla fine non vi si leggesse la sottoscrizione seguente : ** Ego Si- 
" gnore condam Petroboni Bentivegne de Bononia hoc opus scripsi „ ; per cui si 
può considerare come ancor più certa l'origine bolognese del nostro codice. ^^ 

Venendo adesso a discorrere delle sette carte precedenti, dirò che sulla 
prima sono tracciati due disegni astronomici di poco conto : " Figura quando 
* sol eclipsatur „ e " Figura quando luna ecli[p]satur ^. Ma il verso di questa 
carta e le due seguenti sono molto più interessanti. 

Prima si vede una splendida pittura a guazzo, che rappresenta su fondo 
azzurro, come negli affreschi di Giotto, il vecchio Saturno sotto la figura di un 
mietitore toscano, con gran falce ricurva ed un boccale tra mani, circondato dai 
raggi aurei del sole estivo. Ha i piedi ignudi, la camicia è aperta sul petto, e 
pare che il contadino celeste ritorni dal lavoro quotidiano. In lettere gotiche di 
color bianco si legge a destra : Saturnus. Dietro di lui sono i due segni che 
corrispondono al pianeta, cioè il Capricorno corrente nel cielo e l'Acquario in 
atto di rovesciare la sua brocca piena, con un cappello che rassomiglia al 
petaso di Mercurio. Anche le stelle intorno al Capricorno e all'Acquario sono 
messe ad oro. 

Dopo Saturno ammiriamo Giove seduto, imperialmente drappeggiato, con 
una specie di berretto rosso e la corona aurea sul capo, lo scettro nella destra ed 



LA CANZONE DELLE VikTÙ E DELLE SCIENZE 85 

il globo nella sinistra. Non c'è da avvertire nessuna reminiscenza antica in 
questa bellissima miniatura, che fa subito pensare alle rappresentazioni, molto 
meno artistiche, degli imperatori medievali dipinte ne' codici dei secoli IX-XIII. 
Dietro di lui nuotano i Pesci e corre il Sagittario in atto di tendere la corda 
del suo grand'arco ; fra le zampe di quest' ultimo, una lunga saetta attraversa il 
cielo. La pittura non è interamente finita : mancano le stelle d' oro, il fondo 
azzurro e le iscrizioni in caratteri bianchi. 

Ancora più incompiuta è la figura di Marte, un cavaliere tutto vestito di 
ferro che porta sotto il braccio sinistro la lunga lancia e con un gesto magni- 
fico brandisce la grande spada. Benché il pittore non abbia condotto a termine 
la parte inferiore del corpo del capitano divino e siano disegnati il collo solo 
del Dio ed una zampa del suo cavallo, chi guardi questa opera, pur abboz- 
zata quale è, non potrà non riconoscere d'aver dinanzi uno de' capolavori 
dell'arte italiana nel secolo XIV. 

E non a caso, come or ora vedremo, si trovavano queste pitture collegate 
colla canzone illustrata di Bartolomeo di Bartoli. Ma lasciando questo da parte, 
staremo contenti adesso ad osservare che anche i sette Pianeti, al pari delle 
sette Virtù e delle sette Arti liberali, formavano un ciclo prediletto dagli artisti 
del secolo XIV, che almeno in Italia a poco a poco lo sostituirono o altre volte 
lo riunirono alla rappresentazione de' segni dello Zodiaco o de' dodici mesi 
dell'anno. A Venezia sui capitelli del palazzo ducale si vedono i Pianeti quasi 
cogli stessi simboli che si osservano nelle nostre pitture. Saturno è un uomo 
quinquagenario con barba corta ; siede sul Capricorno (una capra, senza coda di 
pesce), colla destra impugna una falce ; a sinistra ha un'urna donde egli stesso 
versa l'acqua. Presso di lui si legge la scritta : e[s]t [tibi] satvrne domvs eglo- 
CERVNTis ET VRNE, cioè: * la tua casa, o Saturno, è quella del Capricorno 
" [Egloceronte] e dell'Acquario „ . Il sommo Giove è vestito, secondo il Burges, 
da dottore o da magistrato ; a destra, i due Pesci, a sinistra, lo scettro : siede 
sul Sagittario, che tende la corda dell'arco con una saetta. Accanto si legge: 
INDE lovi DOMA piscES siMVL ATQUE ciRONA, cioè : ^ a Giove Spetta la casa de' 
" Pesci e di Chirone „. 

Poi segue Marte, vestito di ferro, colla scritta : e[st] aries martis et acv[t]e 
scoRPio PARTis, cioè : "l'Ariete è di Marte come lo Scorpione dall'acuta coda,. 
Nella destra il Dio porta una spada, nella sinistra uno scudo blasonato di fuoco 
in capo e d'acqua in punta, ed anche una bandiera col motto: de fer[ro], "" Io 
" sono di ferro „. Siede sull'Ariete; al lato sinistro di lui camminalo Scorpione. 
Grandissima dunque è l'analogia di questi tre bassorilievi con le tre pitture di 
Chantilly. ^^6 

A codeste pitture ben ci piacerebbe adesso raffrontare un altro monumento : le 
rappresentazioni dei Pianeti nella Sala della Ragione in Padova. Forse ristorate sul 
declinare del secolo XIV da Giusto Padovano, ritocoate di nuovo nel 1608, poi nel 



86 LEONE DOREZ 

1744, nel 1762, erano fin dal 1858 in pessimo stato,'" e non ci è riuscito ritrovarne 
una descrizione precisa. Risulta però da una breve memoria del Burges che, 
come ne' nostri disegni, le costellazioni vi erano accompagnate dalle stelle dorate, 
e gli altri scompartimenti probabilmente presentavano iscrizioni dorate anch'esse o 
dipinte in bianco su fondo azzurro. Più di tutte le altre pitture del Salone, quelle dei 
Pianeti son state deteriorate da moderni racconciamenti; il Burges tuttavia crede 
che l'iconografia antica ne sussista negli originali o nelle copie. Sfortunatamente 
non le descrive in maniera particolareggiata, e si limita a dire degna di nota la 
corona giottesca, sorta di tiara con una corona, di cui è coperto il capo di Giove. '^ 
Ma non a caso, come abbiamo accennato, furono le tre carte miniate di 
Chantilly riunite sotto la stessa legatura con il codice di Bartolomeo di Bartolì. 
Non ignorava quegli che congiunse i due volumetti, ch'essi non erano senza 
strettissime relazioni fra loro. Sapeva inlatti che nella stessa chiesa degli Eremitani, 
dove Giusto a guisa di modello aveva adoprato il codice visconteo, un altro 
pittore, il famoso Guariento padovano, aveva dipinte le figure de' Pianeti, e forse 
sapeva dì più — ciò che noi del tutto ignoriamo — che le tre pitture su 
pergamena erano uno de' disegni immaginati per tale decorazione. Disegni o 
progetti dico, perchè i Pianeti, che tuttora si vedono dipinti a chiaroscuro nel 
coro di detta chiesa, non somigliano né punto né poco alle nostre miniature, 
anzi ne sono talvolta molto disformi. 



T»v. XIV - IL PIANETA MARTE, 
tura attribuita al Guarienfo nel coro della Chiesa degli Eremi 
(Dal Rosimi, Storia della Pittura In Italia. Pisa, 1840, voi. 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 87 

Al presente i tre Pianeti accennati, Giove, cioè, Marte e Saturno, occupano 
nella chiesa il lato meridionale o destro della cappella maggiore. Eccone la descri- 
zione quale ce Toffre il Bossi : ^^ 

La prima figura che si vede entrando nel coro a diritta, rappresenta, al mio modo d'in- 
tendere, il pianeta Saturno. Egli si^e con le gambe incrociate, e, in apparenza d'uomo stanco, 
senilmente si appoggia ad una zappa. Non mi spiace di vedere data a questo nume una zappa 
in luogo della solita falce, poiché con la zappa pare che meglio alludasi alla agricoltura da 
lui insegnata, essendo che la falce miete Terba e gli arbusti anche nudi senz'arte, mentre la 
zappa dispone il terreno alle seminazioni, e, se crediamo al Vico e ad altri, per l'appunto 
da Satis fecero i Latini il loro Saturno. Ma il Guariento, qual che si fosse il motivo che il 
mosse a rappresentare i pianeti in questo luogo, non accontentossi delle figure di pianeti 
soli, ma volle anche rappresentare le loro influenze sulla specie umana, e ciò ottenne con 
due figure accessorie, in mezzo delle quali pose la principal figura del pianeta. A destra 
pertanto di Saturno, cui son sacri il Freddo e la Vecchiaia, vedesi infatti una vecchiaccia 
grinzata, che fruga nel fuoco con una verga. Questa figura è di bella invenzione, e natura- 
lissima: è inoltre vestita di molti panni foderati di pellicce, il che si accorda tanto con Tetà 
della donna, quanto il molesto influsso del freddo pianeta. Dall'altra parte vedesi un vecchione, 
vestito talarmente ed adagiato anch'egli presso un vaso che contiene de' carboni, che il pittore, 
per dimostrarli accesi, tinse in rosso, sebbene la pittura sia monocromatica. Anche i panni di 
costui son foderati di pellicce, e pare in tutto degno consorte della vecchia squarquoia che 
abbiamo descritta. Prima però di lasciare Saturno, è da notarsi ch'ei siede sopra un gran 
tronco d'albero, il che non può essersi fatto senza avvedimento, e forse volle il pittore allu- 
dere alla prima origine degli uomini, che per appunto al tempo di Saturno sbucciarono dai 
tronchi degli alberi, e però duro rotore nati furono detti da Giovenale. E debbono anche 
notarsi i raggi del pianeta, e le due stelle a raggi verdeggianti, che nella parte superiore 
mettono in mezzo la principal figura, dentro le quali stelle sono rappresentati in minute 
figurine due segni dello Zodiaco, cioè l'Acquario e il Capro. 

Ma passiamo al figlio di Saturno, all'usurpatore del suo regno. Era naturale che il pittore 
ponesse Giove vicino al padre, di cui, se non fu amico, fu successore. Così infatti fece il 
Guariento. Ecco Giove tuttora imberbe : egli cinge corona, ed ha l'abito ornato di ermellini. 
La sua destra sostiene il globo del mondo: la sinistra posa oziosa, ma con atto semplice e 
dignitoso. Nell'aspetto volle il pittore farlo chiaro e lieto, quasi il volesse rappresentare con 
quel volto, con cui serena il cielo e le tempeste. Egli siede maestosamente sopra un trono 
ornato d'animali, i quali hanno testa e zampe d'aquila (che altro di lor non si vede), ma la 
lor testa è orecchiuta a modo di quella dei grifoni. 1 suoi raggi son gialli al pari di quelli 
delle due stelle poste di qua e di là della sua testa. Dentro la stella posta alla sua destra 
scorgesi il segno de' Pesci, nell'altra v' è il Sagittario, anzi, oltre la figura che mal si vede, 
vi si legge inscritta la parola Sagittario, la quale iscrizione è suggello alla mia spiegazione. 

Venendo ora alle figure accessorie, trovo ch'esse non dimostrano l'intenzione del pittore 
si chiaramente, come quelle che accompagnano l'antico Saturno. Però, lasciando agli astro- 
nomi investigare sull'azione sì del pianeta, come delle due dette costellazioni, o segni, 
proseguirò a descrivere ciò che mi ricordo de' personaggi che fanno corteggio a Giove. 
Vedesi dunque alla destra di lui un uomo in abito da dottore, che sta studiando sopra un 
libro, ed ha altri libri dappresso : alla sinistra una donna sedente sembra divotamente susur- 
rare il Rosario, che tiene fra le mani. ^^ Se con ciò si pretese alludere al modo d'impie- 
gare l'ozio onesto, al quale in alcuni paesi si consacrava il giorno della settimana, cui Giove 
presiede ; o, se il pittore consacrò a Giove la domenica, intendendo il Sommo Giove di Dante, 



88 LEONE DOREZ 

cioè quello che fu crocifisso in terra per noi, invocato nel sesto del Purgatorio, in verità 
noi saprei indovinare. Se poi ci volle in generale insegnare, che sotto la benigna influenza 
di questo pianeta gli uomini debbon fare i loro ozi a' buoni studi, le femmine alla preghiera, 
temo che la doppia lezione sia per riuscire, almeno ai tempi nostri, di poco frutto: potea 
forse esser utile ai tempi più antichi sub Jove nondum barbato ; ed infatti, fosse invenzione 
del Guariento, fosse ch'ei seguisse il parer di Giovenale, .Giove è qui senza barba, come si 
è detto di sopra. 

Dopo il figlio di Saturno viene il figlio di Giove, cioè Marte^ il pianeta o il nume della 
guerra. Esso è a cavallo all'usanza dei suoi Traci, è tutto armato da capo a piede, e posa 
la destra sull'elsa della spada, di cui fa sua ragione. II cavallo ha falso, ma vivace e pronto 
molto, pregio notabile pei tempi, in cui fu dipinto... I raggi di Marte, come pur quelli delle 
due stelle compagne, sono rossi, con che pare alludersi al sangue, che questo Dio bizzarro 
fa spargere. Nella stella, che scorgesi a dritta di lui, si vede il segno del freddo animale, 
che con la coda percuote la gente, e vi si legge chiaro la iscrizione Scorpio: in quella che 
stassi a sinistra, si scorge FAriete bianco, senza iscrizione alcuna. Dal lato dello Scorpione 
vedesi un uomo che tiene nella sua mano sinistra una borsa, e con la stessa mano sostiene 
altre borse in un lembo del mantello. La sua destra tiene l'elsa di una spada, con pugnale 
lungo, con che giudico volersi dimostrare, che per difendere le ricchezze è necessario l'uso 
e la forza dell'armi. Dalla parte dell'Ariete una donna tiene un gomitolo ^^i nella sinistra, e 
con la destra sostiene il capo del filo, da cui pende non so quale ornamento a piccolo peso. 
Non so se vogliasi con ciò insegnare che le armi più alle donne convenienti sono i gomitoli, 
frutto del filare, da che si trassero tanti proverbi ; oppure, se si volle alludere al gomitolo 
d'Arianna, quasi accennando il soccorso, che ponno le donne d'ingegno marziale trarre dalle 
arti a loro proprie, siccome l'altra figura sembra indicarsi, che l'ingegno degli uomini mar- 
ziali non dovrebbe essere impiegato se non nella necessaria difesa della proprietà... 

Ma eccoci alla figura della Terra... ^^^ veramente nuova e stravagantissima. Esso [pianeta] 
è rappresentato da un uomo coronato della triplice corona papale, il quale stassi sopra un 
seggio ornato da due leoni, coloriti del proprio colore. La figura è bensì a chiaroscuro 
come le altre, ma è di un colore imitante l'oro, forse per alludere a questo metallo dominatore 
della terra. Essa è inoltre vestita di grande abito talare, che si apre sotto il petto, e si 
stende sino ad inviluppare del tutto i piedi che non si vedono. Con la destra tiene un globo ; 
con la sinistra uno scettro che finisce in una croce ; ed anche qui, se non erro, vuoisi, come 
col triregno, alludere al dominio del cristianesimo sul nostro pianeta, siccome i leoni paiono 
rammentare, anzi che l'antica Cibele, il trono degl'imperatori romani, a cui i pontefici 
aspirarono. 

È questa una descrizione fuori di moda, benché non sia davvero priva di 
esattezza; ma mancava al Bossi la conoscenza dell'iconografia e degli autori del 
medìevo, e in buona fede tentava interpretare le pitture del secolo XIV coi ricordi 
dell'antichità classica. Confrontiamo il suo lavoro con quello del Didron seniore, 
il quale al contrario ricorreva alle fonti contemporanee, ma era dal canto suo 
inclinato a una interpretazione troppo soggettiva: 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 



89 



LATO MERIDIONALE O DESTRO DEL CORO. 



Uomo che sta in piedi, forse un 
" bravo n. La destra è appoggiata su 
di un pugnale attaccato a una borsa. 
Nella sinistra, un sacchetto di dana- 
ro; altri nelle pieghe deirabito. L'età 
matura è quella in cui l'uomo è più 
potente, sa meglio acquistare e con- 
servare la ricchezza. L'allegoria non 
pare dubbia. 

Dottore. Siede in una cattedra con 
pulpito dove legge in un libro aper- 
to. Mantello. Berretta di stoffa con 
estremità rialzata dal lato destro. 
Striscia di pellicce. È probabilmente 
un professore di diritto, un discepolo 
di que' grandi giuristi che nel poe- 
ma di Dante abitan lo stesso pianeta 
di Giove. 

Uomo vecchio ravviluppato e quasi 
nascosto nella sua veste. Siede su un 
banco ed è curvato dalla stanchezza, 
dalla noia, dall'età. CoU'estremità di 
un bastone, bastone da vecchio, cerca 
di riaccendere de' carboni che vanno 
morendo in un misero braciere. È il 
fine doloroso, o almeno tristissimo, 
del dramma della vita terrena. 



MARTE 

Le ombre sono di color rosso. Otto 
raggi dietro di lui. È armato da capo 
a piede e ha appeso al dorso lo scudo 
forato per mantenere la lancia. Ri- 
mette nel fodero la spada di cui po- 
c'anzi s' è servito e di cui ora non 
fa uso. 



GIOVE 

Dietro di lui, otto raggi colle om- 
bre di color giallo. Re, incoronato, 
siede sopra un trono formato da 
quattro grifoni che sostengono un 
cuscino. Mantello foderato di ermel- 
lino. Piccola berretta semplice, te- 
nuta ferma dalla corona; guanti alle 
mani. Nella destra, un globo. 

SATURNO 

Uomo con la barba. Otto raggi die- 
tro di lui. Una sola veste. Braccia e 
gambe ignude. Siede su una roccia. 
Fra le mani, in luogo della falce clas- 
sica, ha la zappa, cioè la vanga, con 
cui si scava la fossa. È l'ultimo pia- 
neta, l'ultima età, il cui fine è la fine 
della vita. Non v' è quasi più niente 
da usare; non si ha più che una ve- 
ste, ed è gran tempo che tutto finisca. 



Donna seduta, col capo coperto. 
Nella sinistra, gomitolo di filo; nella 
destra, filo al quale è attaccato un 
peso per distenderlo. La veste supe- 
riore, aperta sui lati, lascia vedere 
una ricca borsa e delle chiavi. È la 
donna per eccellenza, la padrona di 
casa. 



Donna vestita di un mantello che 
le copre il capo. Siede su un banco 
e recita attentamente il Rosario, con 
devozione. È la padrona di casa or 
ora veduta, ma essa rinunzia all'a- 
zione e si rivolge verso la vita reli- 
giosa di cui ha già un po' l'attitu- 
dine ed il costume. 



Una donna vecchia, adagiata su un 
banco e pressoché morta. Le sta dap- 
presso un braciere pieno di carboni 
che danno pochissimo calore. L'uomo 
può ancora star seduto sul banco, 
mentre la donna è già sdraiata ed 
agonizza. È da notare che in questi 
disegni l'uomo sta quasi sempre in 
piedi, mentre la donna, più debole, 
è sempre seduta. 



Ci è parso interessante, e forse così parrà anche a* nostri lettori, di mettere 
a confronto le due descrizioni del Bossi e del Didron, che nettamente mostrano 
la differenza fra le due scuole archeologiche, e provano ad un tempo quanto sia 
difficile descrivere minutamente le opere d'arte, sì complicate, anzi sì oscure per 
noi, dell'età medievale. 

Conviene ora notare le divergenze che esistono fra le nostre miniature e le 
pitture a chiaroscuro della chiesa degli Eremitani. Non sono, a dir il vero, né 
poche né lievi. Il Marte del Guariento è a cavallo, ma non più in atto di 
brandire la spada, che al contrario rimette nel fodero. Giove ha sempre il globo 
nella destra, ma la sinistra è priva dello scettro. Si potrebbe credere che il 
nostro miniatore abbia confuso e mescolato insieme le rappresentazioni di Giove 
e del Sole, il quale, nell'opera del Guariento, porta in capo una tiara che molto 
somiglia alla berretta sormontata dalla corona, un globo nella destra e uno scettro 
nella sinistra. Finalmente Saturno, com'è delineato dal pittore padovano, non 
porta più la falce, ma la zappa, e invece di star in piedi, siede sopra una roccia. 

Da tutto ciò si può congetturare che i nostri disegni siano nient'altro, come 
dicevamo, che un progetto o del Guariento o di un emulo di lui, ben presto 
abbandonato, a cui furono definitivamente sostituite le figure tuttora esistenti nel 



12 



90 LEONE DOREZ 

coro degli Eremitani. Così si spiegherebbe assai bene lo stato incompiuto delle 
tre miniature di Chantilly. 

Ma, lasciando da parte tal questione, che senza l'aiuto di qualche esplicito do- 
cumento difficilmente si potrà decidere, osserveremo quanto sia rilevante il fatto 
che gli Agostiniani di Padova abbiano voluto completare il ciclo delle sette Virtù e 
delle sette Scienze con quello de' sette Pianeti, delle sette Età dell'uomo, e delle 
sette Arti meccaniche. ^^ È cosa ben nota che questi cinque cicli nel pensiero 
del medio evo avevano fra loro una connessione strettissima (come si può vedere 
per esempio ne' capitelli del palazzo ducale di Venezia e negli affreschi del 
salone della Ragione in Padova), ^^ e che contavano fra le consuete espressioni 
di quel sapere enciclopedico, di cui il sistema definitivo fu codificato nella seconda 
metà del secolo XIII prima da Vincenzo di Beauvais e poscia da' discepoli del 
buon compilatore nei tre Specula pervenutici sotto il di lui nome. 

Abbiamo poco fa ricordato due opere d' arte che miravano a rappresentare 
tutto questo sistema enciclopedico. Ma più perfetto e completo ancora de' capi- 
telli di Venezia e degli affreschi del salone padovano, sorge il campanile del 
duomo fiorentino colle maravigliose sue sculture. Ideate da Giotto già vecchio, più 
che mai esperto ed ortodosso, eseguite da lui o dall'eccellente suo discepolo Andrea 
Pisano, esse non potevano non destar l'attenzione degli artisti religiosi. La loro 
bellezza dimostrava, una volta di più, la possibilità d'un accordo armonioso fra 
la Fede e l'Arte, e di tal accordo con tanta nobiltà dimostrato certamente ralle- 
graronsi assai gli animi profondamente divoti de' contemporanei. D'allora in poi 
nel dominio dell'arte religiosa Giotto fu duca e maestro. Perchè ciò accadesse, 
all'opera di lui nulla mancava : né la venustà sovrana, né l' ortodossia perfetta, 
né la grandezza dell' argomento scelto, il quale appunto comprendeva intera la 
serie de* cicli rappresentativi dell'enciclopedia medievale, fondata tutta sull'inter- 
pretazione della Bibbia e sugli scritti de' grandi dottori della Chiesa. ^ Giotto, 
come dice ottimamente il Muntz, " obbediente al rigoroso moto di riforma o 
** piuttosto di reazione provocato da san Francesco e da san Domenico, riorga- 
" nizza e fortifica l'iconografia sacra. Ardito come era nell' interpretare la natura, 
" s'inchina umile dinanzi all'autorità ecclesiastica, ogni volta che entra nel dominio 
** della religione : si sarebbe disperato, se altri avesse sospettato della sua 
" ortodossia. Tutt' al più, accanto alle Sacre Scritture, consulterà la Divina 
" Commedia. La Teologia torna a regnare sovrana sull'Arte „. *^ 

Non v'è dunque da stupire se, pochi anni dopo la morte di Giotto, s' ispi- 
rava all'opera di lui l'artista che dipinse nel cappellone di Santa Maria Novella 
il Trionfo di san Tommaso d'Aquino. ^^ È vero che del campanile quegli si 
limitò ad imitare con indipendenza magistrale i soli bassorilievi più religiosi, 
escludendo dal suo disegno tutto quanto ebbe a sembrargli troppo profano. Ma 
se escluse le sette Arti meccaniche, conservò però uno de' posti più onorevoli 
alle sette Arti liberali, che egli pure volle rappresentare nella loro relazione co' 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 91 

sette Pianeti, rinnovando l'insieme dell'opera sua collo spirito nuovo che in tutto 
portavano gli ordini recentemente fondati. 

Da trentanni circa si gloriavano i Domenicani di avere compiuta in onore 
del loro fondatore la più bella opera pittorica che allora si potesse ammirare in 
Italia. E da trentanni grande doveva essere il rammarico degli Agostiniani, che 
non potevano vantarsi di un atto così splendido di venerazione verso il dotto lor 
fondatore. Più di una volta costoro dovettero dunque pensare ad imitar l'esempio 
de' seguaci di san Domenico ed a gareggiare con loro in magnificenza. Chi 
vorrà meravigliarsi che Tanimo loro accogliesse qualche sdegno contro i nuovi 
frati, che, insomma, appoggiandosi sulle parole di san Tommaso, s'erano impa- 
droniti di quasi tutta la dottrina di sant'Agostino e di Ugo di San Vittore sulle 
Virtù e sulle Scienze? Difficile però era la lotta nella grande città toscana, 
tanto favorevolmente disposta, come ancora più chiaramente si vide nel secolo 
seguente, verso i canes Dominici ; in verità, non e' era nemmeno da pensare 
a tal tentativo. Aspettando giorni e circostanze migliori, gli Agostiniani di certo 
fecero qua e là dipingere buon numero di affreschi meno imponenti di quelli di 
Firenze e sopra tutto codici miniati congeneri a quelli di Chantilly o della 
Nazionale di Parigi (cod. Ital. 112). Finalmente, nel 1370, presero I' importante 
risoluzione di eseguire nella città, che pochi anni prima Giotto stesso aveva no- 
bilitata, e nella chiesa che più tardi illustrar doveva il pennello del Mantegna, una 
serie di pitture che potessero a buon diritto esser confrontate con quelle di 
Santa Maria Novella. A tale scopo fu eletto un artista che si volle toscano, Gio- 
vanni Menabuoi, il quale, d'amore e d'accordo con i monaci, scelse a modello, 
invece di escogitare invenzioni non mai vedute, le belle pitture ideate quasi 
contemporaneamente a quelle del Cappellone de' Spagnuoli, dall'autore del codice 
di Chantilly. Così l'opera novella conservò un'austerità antica che meglio con- 
cordava con la dottrina dell'ordine e contrapponevasi alle tendenze dell'arte 
domenicana. Grazie a tale scelta, ai meriti intrinseci del nostro codice venne ad 
aggiungersi il pregio di avere ispirato una importantissima serie di pitture e di 
segnare nella storia del secolo XIV uno degli episodi più importanti dell'emula- 
zione sorta fra il vecchio e il giovane monachismo nella felice terra d' Italia. 



APPENDICE 



12 • 



TAV 



LE SETTE ARTI LIBERALI E I LORO C( 



l. 


2. 


3. 


4. 


5. 


6. , 




Marciano 


Isidoro 


Ugo 


Errada 


Alano 


Cattedrale 


Catti 


Capella 


DI Siviglia 


DI S. Vittore 


DI LAND8BERO 


DI Lilla 


DI Chartrbs 


DI ] 


(fine del sec. V) 


(t636) 


(tll4l) 


(1175) 


(+ 1202) 


(sec. XII) 

1 


(1210 


Grammatica. 


Grammatica. 


• 


Philosophia. 


Grammatica. 


I 
Grammatica. 


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(Donatus). 




(Socrates, Plato). 


(Donatus, Aristar- 
chus, Priscianus). 


(Chilon ? Priscia- 
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Dialectica. 




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(M. Varrò). 


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Grammatica. 










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Dialectica. 


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(Gerbertus? Aristo- 




Rhetorica. 


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Rethorica. 


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Cicero). 






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Rhetorica. 






Dialectica, 






Rhetorica. 


(Quintilianus? Ci- 


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Geometria. 


(Aristoteles). 


Arithmetica. 


Musica. 


(Quintilianus, Sym- 


cero ?). 




(Archimedes). 




(Pythagoras. - Apu- 
leius et Boetius). 




machus,Sidonius). 




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Arithmetica. 


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Arithmetica. 




Geometria, 




Arithmetica. 


(Pythagoras et Ni- 






Arithmetica. 


(Archimedes ? Eu-i 


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( Pythagoras). 
Astronomia 


comachus. - Apu 
ieius). 


Musica. 

(Tubalchain. — Py- 
thagoras ; Mercu- 
rius: Linus. Zetus. 


Geometria. 


(Nicomachus, Gil- 
bertus fGerber- 
tus], Pythagoras, 
Chrysippus). 


clides ?). , 
! Arithmetica. 


(i^gyptiiEratosthe- 


Geometria. 


1 Amphion). 


Astronomia. 




(Nicomachus ?|. 




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Hipparcus). 


(Aegyptii). 


Geometria. 


1 


Musica, 
([Thalcs] Milesius, 


Musica. 


Mas 




Musica. 


(Aegyptii. - - Eucli- 




[sanctus] Grego- 


(Pythagoras). 


Astn 


Harmonia. 


(Pythagoras : Linus 


dcs, Boetius. - E- 




rius[Magnus),Mi- 
chalus). 






(Orpheus, Amphion, 


Thebaeiis, Zethus 


ratosthenes). 








Arion, Pythago- 


et Amphion). 








Astronomia. 




ras). 


Astronomia. 

(Aegyptii. — Ptoie- 
mteus). 

Astrologia. 

(Chaldsei. Abraham. 
- Atlas). 


Astronomia. 

(Cham filius Noe. - 
PtolemaeusrexyE- 

gypti). 

Astrologia. 

(Chaldaei. Abraham. 
Nembrot. - Atlas). 


1 


Geometria. 
(Euclides). 

Astronomia. 
(Albumasar). * 


(Ptolemsus). " 


1 



1 Si ritrova Albumazar quale corifeo dell'Astronomia nel poema morale del friulano Tommasino di Zerclaere, canonico di .A 
* Cfr. la nota 101 del presente lavoro. Il Merlet mi ricorda che la porta ornata di queste sculture non occupa più il posto 
messo di tentare la restituzione dell'ordine originario. 



>LA I. 



RIFEI DAL SECOLO V AL SECOLO XIV. 



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8. 

Fontana 

DI Nicola e Giov. 

Pisano 

a Perugia 

(1280) 



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Grammatica. 

Diatetica, 

Rhetorica. 

Arsmetrica. 

Geometria, 

Musica. 
Astronomia. 
Fylosofia. 



9. 
Pulpito 

DI 

Giovanni Pisano 
A Pisa 

(1302-1311) 



Filosofia. 

Gramatica. 

Di[a]Utica. 

Rectorica, 

Arismetica. 

Geometria. 

Musica. 

Sterlomia (sic). 



IO. 

Affreschi 
di Ambrogio 

Lorenzbtti 
NBL Palazzo 

PUBBLICO 

DI Siena 

(1339) 



11. 

Capitelli 
DEL Palazzo 

DUCALE 

IN Venezia 
(1344) 



- 1 



Filosofia. 
Gramatica. 

Dyaletica. 
* Aritmetica. 

Geometria. 
Musica. 

Astrologia. 



Salomon 
[Sapi]ens. 

fPriscianus] 
Gr amatici US f. 

Arisftotefles 
Dialetice. 

Tullius 
Rheiorice. 

Pitagoras 
Arsmetrice 

Heuclidfesf 
GeometricufsJ. 

fTuJbalchaim 
[MJusficufs. 

TolomeufsJ 
Astrologi US f. 



12. 

Codice 
DI Chantilly 

(metà del 
secolo XIV) 



Philosophia. 

(Aristoteles, Plato, 
Socrates. Seneca 
moralis). 

Gramatica. 
(Prissianus). 

Diatetica. 
(Zeroastes). 

Rethorica. 
(M. Tullius Cicero). 



Arismetica. 
' (Pitagoras). 



Geometria. 
(Euclide). 

Musica. 
(Tubai Chain). 

Astrologia. 
(Ptholomeus). 



13. 

Codice 
petrarchesco 

(sec. XIV) 



Grammatica. 

Rethorica. 
(Tullius). 

Dyaletica. 

Arismetrica. 

Musica. 
(Pythagoras). 

Geometria. 

Astrologia, 



uileia (sec. XIII). Cfr. VoN Schlosser, op. cit., p. 33. 

rimitivo e che i bassorilievi hanno forse subito qualche interversione, quando furono tolti dal primitivo lor luogo. Mi son per- 



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TAVOLA III. 



RELAZIONE FRA LE SETTE ETÀ DELL'UOMO E LE SETTE ARTI LIBERALI 

NONCHÉ FRA QUESTE ED I SETTE PIANETI. 



Sette età 
dell' uomo 


Dante 

(Convito, 

IV, 24) 




Anni 


Infantia 




PUERITIA 





Adolescentia 



lUVENTUS 



Senectus 



Senecies 



Decrepitas 



25 



45 



70 



[Senio] 
80 



Palazzo Ducale 
di Venezia 



Anni 

1-4 
5-14 



15-21 

22-40 

40-55 

[Senecies] 
56-67 

67 



Albero 

deirarcivesc* 

Sirense 


Relazione 

fra le sette età 

dell'uomo e 

le sette Arti liberali 

secondo 




l'arci vesc. Sirense 


Anni 




1-7 


Grammatica 


[Non puer] 


Logica 


15 


[sive Dialectica] 


25 


Rhetorica 


35 


Musica 


[Vir] 57 


Geometria 


Senex] 70 


Arithmetica 


100 


Astronomia 



Relazione 

fra le sette Arti liberali 

e i sette Pianeti 



secondo Dante 
{ConvitOyWM) 


negli affreschi 

di 
S M. Novella 


1. Luna 


1. Luna 


2. Mercurio 


3. Mercurius 


3. Venere 


2. Venus 


5. Marte 


4. Sol 


6. Giove 


6. Mars 


4. Sole 


7. Jupiter 


7. Saturno 


5. Saturnus 



NOTE 



> Cfr. Chantilly. Le Cabinet des Livres, Manuscrits, tome deuxième. Belles-Lettres, Paris, 
1900, p. 345-349: 599, n. 1426. 

2 Bihliotheca scriptorum Mediolanensium, Mediolani, MDCCXLV, 1. 11, par. I, col. 1595-1597. 

3 LiTTA, Famiglie celebri d'Italiay to. VII, Visconti di Milano, Tav. VII. Più di recente 
fu anche benissimo riprodotta nel volume citato a n. 1. 

4 Ciò che rimaneva della bella raccolta Archinto fu venduto all'asta pubblica nel 1863: 
V. Catalogue d' une petite collection de livrea rares et précieux imprimés et manuscrits 
provenant de la bibliothèque de feu M. le comte Archinto de Milan, dont la venie aura lieu 
le samedi, 21 mars 1863, à sept heures du soir, rue des Bons-EnfantSy 28, maison Silvestre, 
salle n. 2, Paris, 1863, 39 pp., 177 articoli. Il prodotto di questa vendita fu di 14.314 franchi. 
Vedi ancora Blume, Iter Italicum, t. I, p. 145 e 152. 

5 Cfr. Joseph Neuwirth, nel Repertorium ftir Kunstwissenschaft, Band IX, 1886, p. 386-391. 

^ Giuseppe Valentinelli, nel Giornale delle Biblioteche, Genova, anno III, n. 13, p. 97-100. 
Lo stesso autore aggiunge: ^ Che il codice fosse scritto per commissione d'alcun prìncipe 
^ o monastero o ricco signore di Francia, non l'addita soltanto lo scudo coi gigli dorati in 
'^ campo azzurro (e. 1 e 291), ma lo confermano altre circostanze che lo asseriscono almeno 
'^ conservato per alcun tempo in Francia ,. Questa seconda asserzione anche a noi pare 
verisimile ; ma della prima dubitiamo non poco ; dacché nel secondo Libro dei Creditori del 
Monte di Bologna del 1394 si vedono anche pitture di Niccolò con le armi del comune da 
ciascun lato e nel mezzo lo scudo di Francia. Vedi la memoria di Francesco Malaguzzi- 
Valeri, / codici miniati di Niccolò di Giacomo, in Atti e Mem. della Deput. di Storia patria 
per le prov. di Romagna, serie III, voi. 1-3, gennaio-giugno 1893, pag. 137. Debbo qui ringra- 
ziare il r. p. H. L. Ramsay, il quale ad istanza mia ricopiò dallo stesso codice la sottoscri- 
zione qui sopra citata. 

Fra i mss. miniati da Niccolò di Giacomo dobbiamo citarne due, non mai, ch'io sappia, 
prima d'ora studiati: l'Ambrosiano B. 42 inf., descritto qui sotto (§ IX), e l'Urbinate latino 
160 (Joannis Andrece in IV SenL e Sextus Decretalium; ì due alberi di consanguineità e 
d'affinità, nonché la prima lettera iniziale, sono opera del grande artista bolognese ; il primo 
albero porta il nome: nicolaus de bononia, senza data). 

^ Senza dubbio la famosa ** lettre boulonoise „, di cui sì spesso si fa menzione negli 
inventar! francesi del sec. XIV. Cfr. Léopold Delisle, Le Cabinet des mss. de la Biblio- 
thèque imperiale, t. 1, p. 32. 



100 LEONE DOREZ 

s Bibliografia Dantesca^ voi. Il, p. 202-203. Mi scrive il dottissimo prof. Adolfo Venturi, 
il quale col gentile permesso del prof. Cugnoni potè esaminare il codice, che in questo non 
si vedono lettere dipinte : " una sola, che si trova al principio del Purgatorio^ è stata guasta 
" e non può essere utilmente confrontata con quelle del codice di Chantilly ,. 

9 Cfr. Francesco Gavazza, Le Scuole dell'antico Studio bolognese, Milano, 1896, p. 161-164. 

10 Vedi LÉOPOLD Delisle, Bibliothèque nationale. Manuscrits latins et franpais ajoutés 
aux fonds des nouvelles acquisitions pendant les années 1875-1891. Inventaire alphabétique, 
Paris, 1891, part. I, p. 275-276. 

^^ Oggi Castagnolo è frazione del comune di San Giovanni in Persiceto, circondario e 
provincia di Bologna. 

*2 Per le relazioni di Luchino con Fazio degli U berti e col Petrarca, cfr. Rodolfo Re- 
NiER, Liriche edite ed inedite di Fazio degli liberti, testo critico, Firenze, 1883, p. clxxi-iv, 
159, 226, 240. 

1^ Cfr. il libro qui sopra citato del Renier, dal quale abbiamo dedotte quasi tutte queste 
notizie. 

!•* Chronicon de gestis principum Vicecomitum Mediolani ab anno 1250-1362, in Mura- 
tori, /?. /. S., t XVI, col. 320. Cfr. Annales Mediolanenses, ibìd., col. 720. 

13 Così lo chiamò il Renier, op. cit., p. clxxiii. 

16 A sinistra, Valerius [Maximus], Seneca, Aristoteles; a destra, 5. Thomas, S. Ambrosius, 
S. Augustinus. Come nel codice parigino, così nelle pitture di Ambrogio Lorenzetti (morto 
nel 1348) nel palazzo pubblico di Siena, * la Superbia è alata, ed ha due corna rosse sul 
•* capo, con una benda che le cinge la fronte... ,. Cfr. Vasari, Vite, ediz. Milanesi, t. I, p. 527. 
Il " Compendio della filosofia morale „ di fra Luca Mannelli fiorentino, in lingua volgare è 
conservato in due codici palatini del sec. XIV nella Biblioteca nazionale centrale di Firenze 
{Indici e Cataloghi, IV, voi. 11, p. 148, n. 581, e p. 217, n. 649). 

17 Attilio Hortis, Scritti inediti di F. Petrarca, Trieste, 1874, p. 48; cfr. Renier, op. cit., 

p. CLXXIV. 

18 Renier, op. cit, p. 159. 

!*> Dairaprile del 1351. Cfr. Albano Sorbelli, Le Croniche Bolognesi del secolo XIV, 
Bologna, 1900, p. 200-201. Matteo Visconti fu eletto signore di Bologna V\\ di ottobre 1354, 
ed i sindaci del comune gli consegnarono il dominio della città il 6 di novembre seguente; 
V. Sorbelli, La Signoria di Giovanni Visconti a Bologna e le sue relazioni con la Toscana, 
Bologna, 1902, p. 500 e segg. 

20 II 18 d'aprile 1355. 

21 Queste lettere iniziali consistono tutte in piccoli busti di uomo; sono opera indubbia- 
mente bolognese e somigliantissime a quelle, molto più belle, che ornano il codice dì fra 
Luca Mannelli. 

22 Giovanni da Oleggio non portava barba. Si veda il monumento sepolcrale di lui, in 
Fermo, intagliato nel libro del Litta, op. cit., loc. cit., dove si trova anche un' incisione della 
statua di Bernabò. 

23 Vedi Cronica delFAzario, loc. cit. 
2"* Ezechiele. 






LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 101 

25 Questa brutta faccia del Vizio o del Demonio sarà una reminiscenza dei terribile 
vecchio che rappresenta Lucifero nel pulpito di Giovanni Pisano (chiesa di sant'Andrea in 
Pistoia), in quello di Nicola Pisano (Battistero di Pisa), nel giudizio finale di Giotto (cappella 
dell'Arena in Padova), e forse più direttamente della figura che si vede nel mosaico del 
Battistero di Firenze. Cfr. Émile Bertaux, Santa Maria di Donna Regina e l'arte senese a 
Napoli nel secolo XI V, Napoli, 1899, p. 91-93. Questo tipo del principe dei demoni già si 
trovava nell'arte bizantina. Secondo il Bertaux però, " Lucifero è una semplice variante della 
^ figura dell' Hadès che tiene in grembo l'Anticristo «. 

26 Questi quattro ultimi versi sono scritti a pie della pagina da ciascun lato della rappre- 
sentazione del Vizio o del Demonio; ma non si può dubitare che siano parole dette dalla 
Giustizia. 

27 Cfr. pRisciANi, Institutionum Grammaticarum libri XVIIIy ex recensione Martini Hertzii, 
voi. I, fase. I, Lipsiae, 1855, p. 1. 

28 Forse sarà la fibula della veste della Dialettica. 

29 Cfr. i testi citati dal Wattenbach, Das Schriftwesen im Mittelalter, Leipzig, 1896, 
p. 223-224;' 104, 109, ecc. Da una lettera di Giovanni Aurispa a Ambrogio Traversar! appare 
che anche nel sec. XV adopravansi a tal uso le canne de' contorni di Bologna (calamos 
Bononiensis agri in fascem ad te feram). Dai versi del nostro (ammettendo ch'egli ne sia 
l'autore) risulterebbe che questo uso antico non fosse stato ripreso ancora nel sec. XIV ; 
quindi dovrebbe forse esser considerato come uno de' tanti arcaismi un po' pedanteschi, di 
cui si dilettavano i primi umanisti italiani. 

^ Ovvero l'acqua nel vino. In una miniatura del sec. XVI, preposta a guisa di frontispizio 
alla * Commissione „ di rettore e provveditore di Cattaro (Dalmazia) in favore di Dolfin 
Valier, la Temperanza tiene nella sinistra un bacino quadrato nel quale colla destra versa il 
vino contenuto in un calice d'oro (1560) (Biblioteca municipale di Roanne, fondo Bouillier, n. 15). 

31 Cfr. gli importanti tarocchi artistici del sec. XV. Sul declinare del secolo XVI, nella 
miniatura della Commissione già citata di Dolfin Valier, la Giustizia ci si presenta cogli stessi 
simboli. Così ancora nella tomba di Francesco II duca di Brettagna (cattedrale di Nantes), 
opera del famoso Michel Colombe; quivi però nella manca, oltre alla bilancia, la Virtù tiene 
un libro. 

32 Cfr. questo passo del ms. Italiano 112 della Nazionale di Parigi (e. 9 t.), del quale 
discorreremo più oltre : ^ In primeramenti, la Speranza in le cose dubie e perigorose ella 
^ si he firmativa, per la qua' ella si he asemeià a l'anchora, la qua' si ten la nave segura e 
*" forte da li venti e da le grande fortune „. 

33 Cfr. Eugenio Muntz, Precursori e Propugnatori del Rinascimento, edizione intera- 
mente rifatta dall'autore e tradotta da Guido Mazzoni, Firenze, 1902, p. 8. Questa rappre- 
sentazione virile è contraria alla dottrina generale del medio evo. Nel suo Rationale divi- 
norum officiorum (I, cap. de picturis et cortinis et ornamentis ecclesie), Guglielmo Durand, 
vescovo di Mende (morto nel 1296), dice: ^ Virtutes in mulieres specie depinguntur, quia 
*" mulcent et nutriunt „. 

34 Paul Vitry, Michel Colombe et la sculpture franpaise de son temps, Paris, 1901, 
p. 400, n. 3. 

35 Nelle Heures di Simone Vostre (Parigi, 1502), come nel codice di Chantilly, si vedono 
il cero ed il disco col libro aperto. 

13 



102 LEONE DOREZ 

^ Cfr. le belle mattonelle storiate di Siena, attribuite dal Didron al sec. XIV (Annales 
ArchéologiqueSy t. XVI, p. 132). 

37 La Prudenza di Michele Colombe fa mostra a destra d'una testa di donna e a sinistra 
di un viso d'uomo vecchio con lunga barba. 

38 Non c'è contraddizione nessuna fra quello che ora dico e quello che scrissi poc'anzi. 
L'arcaismo sta nella intrinseca composizione di ciascuna scena, mentre la novità è costituita 
dallo sdoppiamento della scena originariamente unica. 

39 Richard Stettiner, Die illustrierten Prudentiushandschriften^ Berlin, 1895, p. 201. 

*o Però la lotta fra le Virtù ed i Vizi si ritrova ancora nelle opere del secolo XVI. Cfr. le 
Heures già citate di Simone Vostre (1502) e il libro di *" rondeaux „, scritto ad uso di Luigia 
di Savoia, madre di re Francesco I, e conservato nel Museo dì Cluny a Parigi. 

-^1 Op. e loc. cit., a proposito della figura della Prudenza di Michele Colombe (tomba di 
Francesco II, duca di Brettagna), la quale tiene un freno ed anche un oriuolo; quest'ultimo 
già si trovava negli affreschi di Ambrogio Lorenzetti in Siena, dove figura nella destra 
della Temperanza (Vasari, VUCy ediz. Milanesi, t. I, p. 530). 

'*2 Cfr. Dante, Convito, IV, 17: ** La seconda è Temperanza, eh' è regola e freno della 
** nostra golosità e della nostra soperchievole astinenza nelle cose che conservano la nostra 
" vita „. Ibid,, IV, 26: ** Chiamasi quello freno Temperanza „. 

-^3 Senza dubbio essa imprigiona nella fortezza il dragone, di cui la Prudenza preme la gola 
sulla tomba di papa Clemente II a Bamberga (sec. XIII). Nella tomba di Francesco II duca 
di Brettagna esce da un castelletto un dragone, di cui la Fortezza (e non più la Temperanza) 
schiaccia la testa colla destra. Gli archeologi hanno osservato che i simboli passano più volte 
dall' immagine di una Virtù nella rappresentazione della Virtù che le è più vicina. 

^ •" Et inperzò che la nsanta Vergenitae he tanto piaxeiver a Jeso Criste, elo si ha elete 

*" le sante vergene per soe singularissime spose et amige, et si le asemeia a la fior de lo 

" lirio in Io libro de la Canlicha et dixe: Sicut lilium inter spinas, sic amica mea inter 

" filias. La fior de lo li(l)rio si ha sese foie bianche comò la neive, chi significan sexe cose 

'^ chi son necessarie a conserva la Vergenitae chi he significa per lo lirio. La prumera chi 

" he significa in la prumera foia si he sobrietae et astinencia de Io manjar et de lo bevie, 

*" si sum doe cose enimige de la Virginitae, et specialmente de lo vim: zò dixe san Jeronimo. 

*" La segunda cosa chi he significa in la segunda foia chi conserva Vergenitae, si è l'asperitae 

"" de le vestimente. Dixe sam Bernardo che lo pù aspero cardon si fa lo drapo pù humero, 

** cosi pù aspero habito et vestimente si fa la mente pù casta et pù humera. La terza foia 

"" significa lavor et faiga et ocupacion corporar et mental, che Io ocio et la pegricia son 

*" grandissimi et peximi inimixi de la Vergenitae. La quarta foia significa la guardia de li 

*^ seni (sic) de lo corpo, specialmente de la vista de l'oio et de l'oya de le oreie et de Io 

'^ tochamento de le man, che chi non guarda ben questi seni non porai mai ben conserva 

** Vergenitae. La quinta foia si he usar parole honeste et conversa cum persone bone et de 

*" honesta vita, et schivar le persone desoneste, et chi usen parole desoneste et de ree 

*" hedificacion. La sexta foia significa che la vergene de fuzì tute cose chi gi daga ocaxion 

" ni oportunitae de pecar che chi s'alarga de le caxon et de li perigori de lo peccao, de no 

*^ laxa mai chair la persona in pecao, et chi non se ne vor alargar legieramente cazirà in 

*^ Io pecao, et così dice Salamon ^. Biblioteca naz. di Parigi, cod. /tal, 112, e. 13 r. 

^^ Nelle Heures di Simone Vostre (1502), la Carità tiene nella destra un grosso cuore 
e colla manca innalza una sorta di sole. 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 103 

^^ Cfr. pure i due passi seguenti del medesimo codice. Incredulità dice (e. 6 t.)** ^ Mi 
^ senza fé chi no creeva in niguna bona cosa, ni in li mandamenti de la santa maire iexia, 
" et in perzò che no ho crezù, si sum dan[a]o a la pena de l'inferno „. 

Carnalità dice (e. 12 t.): " Mi sum lo vicio de lo pecao carnai, ni in mi no he nitixia, 

* ma sum tuto macula, pi[e]n de bruteza e de pecao. Imperò intro T inferno sera lo so sta ,. 

47 Nel 1394 il duca di Borgogna Filippo detto l'Ardito comprava da certi mercanti geno- 
vesi un arazzo, di cui si trova in un inventario la seguente menzione : '^ Un grand tapiz de 
^ haulte lice et de fin fille d'Arraz aux ymaìges de sept Vertuz et de sept Vices, et soubz les 
'^ dictes ymaiges oudit tapiz sont d' or plusieurs empereurs, roys et autres personnages de- 
•^ monstrant Texemple de Pexposition d' icelles ymaiges „. Guiffrev, Histoir e generale de la 
tapisserie en France, Paris, 1878, p. 20. 

^ Ma si deve pur notare che anche nella pittura riassuntiva di questo codice figurano 
solo le sette Virtù principali. 

^'^ Si legge però nella Somma di san Tommaso d'Aquino che sono: '^ quatuor conditiones 
^ cuiuslibet virtutis, scilicet discretio, rectitudo, firmitas et modus... „. Cfr. Prima secundae, 
q. LXV, art. 1. 

^ Per esempio, nel codice latino 10630 della Nazionale di Parigi, a e. 65 r. e 45 t. 

^1 II eh. dott. Lodovico Frati mi scrive: '^ Non esiste una storia delta chiesa di S. Bar- 
'' baziano, ma, secondo il GuiDiciNi (Cose notabili di Bologna, I, 112), è fama che la sua fon- 
*" dazione rimonti ai primitivi secoli cristiani e che nel 1123 vi stessero canonici regolari. Il 
*" Melloni dice che i frati di questo convento erano della regola di S. Agostino. Un breve di 
** Sisto IV (15 giugno 1480) riunì il priorato e la chiesa di S. Barbaziano alla religione di 
" S. Girolamo, e il 16 agosto dì detto anno ne prese possesso il generale degli Eremitani 
•* Gerolimini P. Salomone „. 

52 Dobbiamo però confessare che questa pittura dell'affresco di Santa Maria Novella non 
fu da parecchi storici dell'arte identificata colla Carità. Di questa identificazione non dubitano 
invece punto Crowe e Cavalcaselle, Storia della pittura, ediz. italiana, t. II, a e 58, nota: 
<" La Carità (essi scrivono) è rappresentata con l'arco e la freccia nelle mani. In basso, e seduta 
" come le altre, la figura di sant'Agostino che indica con una mano il libro aperto sulle sue gi- 
" nocchia... „. Ma altri, per esempio FArmand, nella figura stessa hanno riconosciuto l'Amor 
divino, e lo Schlosser la • Mistica „. Quest'ultimo dubita anche dell'identificazione di sant'Ago- 
stino; ma la cosa, a giudizio nostro, non ammette veruna contraddizione. Cfr. Jahrbuch der 
kunsthistorischen Sammlungen des allerhòchsten Kaiserhauses, t. XVIII, Vienna, 1896, p. 47. 

53 Stanno nel codice latino 10.630 della Nazionale di Parigi (a carte 79 t. - 81 1.). — A e. 
79 t., alberi delle Virtù e dei Vizi. A pie della pagina: * Has arbores Virtutum et Vitiorum 

* quere in Gestis Britonum sub tali numero .II. „. — A e. 80 r., albero dei " duodecim Arti- 
" culi Fidei „ a' quali corrispondono a sinistra " duodecim Prophete « e a destra " duodecim 
•* Apostoli ». A pie della pagina : < Istud etiam habetur in Gestis Britonum sub tali numero 
« .1. ,. — A e. 80 t, albero dei * septem opera passionis Christi „ a' quali corrispondono a 
sinistra ** septem bore canonice , e a destra " septem dona recordationis „. A pie della 
pagina: • Istud habetur in Gestis Britonum sub tali numero .III. „. -- A e. 81 r., Arbor 
Sapientie, In un piccolo quadro, a destra : •* Archiepiscopus Sirencis composuit opus huius 

* voluminis de Ordine Predicatorum ,. A pie della pagina : " Istud habetur in Gestis Britonum 

* sub tali numero .IIII. ,. — A e. 81 t, tavola delle tre Gerarchie: supercelestis, celestis, 
subcelestis. 



104 LEONE DOREZ 

Le quattro prime tavole saranno state copiate da un codice dei Gesta Britonum esistente 
nel convento, dove fu eseguita la copia dei codice 10.630. Ma chi è questo ^ archiepiscopus 
' Sirencis « ? Quando si leggesse *^ Serrensis «, potrebbesi pensare al Mannelli che tenne la 
sede di Zichna o Zichne in Macedonia e fu suffraganeo dell'arcivescovo di * Serrse « o Serres 
verso Tanno 1342 (Lequien, Oriens Christianus, Paris, 1740, t. IH, p. 1074). Ma senza dubbio 
l'arcivescovado e il vescovado furono più volte riuniti nelle stesse mani, e forse ciò si ripetè 
ai giorni in cui su quella cattedra salì il Mannelli. Sfortunatamente a questa congettura toglie 
valore l'elenco vescovile recentemente pubblicato dall' Eubel (Hierarchia, p. 195). Vi si legge 
che * Lucas de Mannellis „ ebbe il vescovado di Cithonia o Zeitu (isole Cicladi) nell'anno 
1344. Sarebbe dunque possibile che il Lequien fosse stato indotto in errore da una confusione 
fra i nomi Ziconensis (di Zichna) e Sitoniensis (invece di Cilhoniensis), 

54 L'Art religieux au XI 11^ siede, Paris, 1900, p. 131 : " La nécessité de remplir une place 
'^ vide et de mettre quatre Vertus dans chaque voussure explique la présence de l' Humilité 
'^ et de 1' Orgueil ». È vero che il Male aggiunge subito dopo: ^ Choix très heureux d'ailleurs, 
^ puisque les théologiens contemporains considéraient l'orgueil comme la racine de tous les 
^ vices ». Ma la prima asserzione rimane tuttavia inesatta, e la seconda, benché giusta, è 
incompleta. 

55 B. Hauréau gli ha contrastato, ma senza buone ragioni, la paternità del De fructibus, che, 
secondo Giovanni di Tritenheim, dovrebbe essere annoverato fra le opere di Corrado di 
Hirschau. Cfr. B. Hauréau, Les ceuvres de Hugues de Saint-Victor^ Paris, 1886, p. 144-145. 

56 Cfr. lo stesso codice parigino latino 10.630, a e. 104. 

57 Possiamo citare due altri florilegi agostiniani, tutf e due conservati nella Nazionale 
di Parigi. Il primo, scritto sul declinare del sec. XIII, si trova nel codice latino 3723, a e. 184: 
Incipiunt capitala in quibusdam auctoritatibus, quas compilava magisier Hugo de Sancto 
Victor e. Inc.: hontOy quid intumescisf Gli autori citati sono, oltre a sant'Agostino, Cicerone, 
Seneca, Bernardo, Gregorio, Girolamo, ecc. Il secondo, composto nel sec. XV, si legge nel 
codice latino 3307, e. 98 t.-114r. Il prologo v' è preceduto dai versi seguenti: 

Prologus in verbis exhaustis fonte beato 

Presulis Aurelii salienti gurgite lato. 

Sic Augustinum, lector, cognosce vocatum, 

Hunc dum sacra fides suscepit fonte renatum. 
Ed al testo pure vanno innanzi quest'altri : 

Florigerus liber hic non immerito vocitatur, 

Nempe gerit flores quibus incola mens recreatur. 
Incipit liber florum collectus et concinnatus de diversis libris summi et incomparabilis 
doctoris Augustini. Capitulum primum. Quid est Deus ? Da mihi, Domine, scire et intelli- 
gere, etc. — A e. 191 t. : *" Iste liber est fratrum Celestinorum beate Mar[i]e, de Ternis 
" [diocesìs Lemovicensis]. De Ternis sum 105 „. — A e. 192 t. : " J. de Burgundia. — Orate 
" prò eo ». 

58 Per la storia degli '^ alberi „ domenicani è importantissimo il Lignum vite di san 
Bonaventura. Cfr. questo brano estratto da un esemplare della Nazionale di Parigi (Latino 
10.630, e. 151 t): *" Describe igitur in spiritu mentis tue arborem quamdam cuius radix 
^ irrigetur fonte scaturitionis perpetue, qui etiam excrescat in fluvium vivum et magnum 
'^ quatuor videlicet capitum ad irrigandum totius Ecclesie paradysum. Porro ex huius arboris 
^ stipite .XII. rami floribus, frondibus et fructibus adornati consurgant, sitque folium eius 
* contra omne genus morbi medicamentum efficacissimum... ». — È il dottore serafico del 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 105 

resto che indica a Dante nel cielo del Sole V illustre Vittorino : '^ Ugo da San Vittore è qui 
" con elli y, {Par.y XII, 133), così come san Tommaso d'Aquino aveva prima nominato Ric- 
cardo {Magnus Contemplator) : 

Vedi oltre fiammeggiar l'ardente spiro 
D' Isidoro; di Beda e di Riccardo, 
Che a considerar fu più che viro. {Pan, X, 130-2). 

59 Bibl. Naz. di Parigi, cod. Latino 14.413, a e. 110 r. 

60 Cfr. Dante (Convito^ IH, 15): ** Dove è da sapere che la moralità è bellezza della Fi- 
" losofia ; che siccome la bellezza del corpo risulta dalle membra, in quanto sono debita- 
** mente ordinate; così la bellezza della sapienza, eh' è corpo di Filosofia, come detto è, 
'^ risulta dall'ordine delle virtù morali, che fanno quella piacere sensibilmente ^. 

61 Summa, II, q. 5, art. 1 : ** Dieta Hugonis de Sancto Victore magistralia sunt, et robur 
" auctoritatis habent „. 

62 Summa, I, q. 1, art. 5. 

63 Cfr. il Dialogo di Corrado di Hirschau, ediz. Schepps, p. 76, 84. 

64 Anche sant'Agostino aveva largamente scritto sulle Arti liberali, ma i suoi trattati 
andarono pressoché tutti perduti, come narra egli stesso nel Retractationum liber primus 
(cap. 6). 

65 Annales archéologiques di Didron, t. XVII, p. 88 e seguenti. Cfr. Filangieri di 
Candida, Marciano Capella e le rappresentazioni delle arti liberali nel medio evo e nel 
rinascimento, nella Flegrea di Napoli, anno II, 20 ottobre e 5 novembre 1900; e Paolo 
d'Ancona, Le rappresentazioni allegoriche delle arti liberali nel medio evo e nel rinasci- 
mento, nella rivista L'Arte, t. V, 1902, ed estratto, Roma, 1902, 76 pp. Mi rincresce di non 
aver potuto consultare l'opera del P. Gabriel Meier, Die sieben freien KUnste im Mittelalter, 
Einsiedeln, 1886-1887. — Notevole è il tentativo fatto da Coluccio Salutati, nella sua curiosa 
epistola metrica a Bartolomeo del Reame di Puglia, d'identificare le Muse colle discipline del 
trivio e del quadrivio e conciliare in tal guisa la classificazione dell'antichità e quella del 
medio evo. Vedi Epistolario di Coluccio Salutati a cura di Francesco Novati, voi. II, 
Roma, 1893, pag. 347 e segg. 

66 Oggi nel Museo del Louvre. Cfr. Charles Ephrussi, Les deux fresques du Musée du 
Louvre attribuées à Sandro Botticelli, nella Gazette des Beaux-Arts, 1882, p. 475 ; P. d'Ancona, 
op. cit., p. 67-71 dell'estratto. 

67 G ASTON Paris, Histoire poétique de Charlemagne, Paris, 1865, p. 370. 

68 Cfr. Due ANGE, Gloss, med. et inf. lat,, sub verbo trivium, 

69 Tutti e tre pone Dante tra' filosofi nel limbo (Inf., IV, 131, 134, 141). 

70 ConsoL philos,, ediz. di Amsterdam, 1671, Prosa I, p. 7. 

7i Cfr. anche la tavola del von Schlosser, Jahrbuch cit., p. 42. E ved. altresì Paolo 
d'Ancona, op. cit., nota della p. 13 dell'estratto : *" Nel Capella è evidente il legame fra le Muse 
" e i Cieli ; dopo aver festeggiato gli Iddìi esse vanno a posarsi in un cielo determinato : Urania 

* in quello delle Stelle, Polimnia di Saturno, Euterpe di Giove, Erato di Marte, Melpomene 

* del Sole, Tersicore di Venere, Calliope di Mercurio, Clio della Luna „. — Vedi anche 
Novati, op. cit., loc. cit. 

72 Migne, Patrol. latina, t. CCX, col. 506. 

13 • 






106 LEONE DOREZ 

^^ Officio scalpri servit manus aitera, dentea 

Liberat a scabie, dum buxum dentis in ipsum 

Vertit ebur, rursusque suo candore venustat; 

Ve! 8i dens aliquis aliorum de grege soius 

Deviet, excessum sub justa lance recìdit. 

Infantes docet iila loqui; linguasque iigatas 

Solvit, et in propriam deducit verba monetam. 
Ibid., col. 506; cfr. Mari. Capella, op. cit., lib. ili, § 223 e seg. — Nel codice Urbinate 
latino 329 della Vaticana che contiene l'opera di Marciano Capella, le rappresentazioni delle 
Arti liberali corrispondono più esattamente al testo antico, benché siano state eseguite nel 
sec. XVI e forse sul principio del seguente, e quindi in tempo posteriore a quello cui spetta 
il codice stesso, scritto nel quattrocento. A questo codice si può riavvicinare quello della 
Marciana di Venezia che va segnato Lat. XIV, 35 ; cfr. P. d'Ancona, op. cit., p. 53 e segg. 
dell'estratto. 

74 Questo codice fu descritto da Pierre de Nolhac, Manuscrits à miniatures de la 
bibliothèque de Pétrarque, nella Gazette archéologiquBy t. XIV, 1886, p. 25-32. 

75 Ibid., col. 506: 

Sed tamen in vultu prescribit signa laboris 
Pallor... 

76 Cfr. Charles Thurot, Notices et extraits de divers mss. latins pour servir à Vhistoire 
des doctrines grammaticales au moyen àge, Paris, 1868, p. 132, 212, e n. 4, ecc. 

77 De ordiney in Migne, Patrol laL, t. XXXII, col. 1013. 

78 Lo scorpione però si ritrova nel sec. XIV a Santa Maria Novella, e più tardi negli 
affreschi del Botticelli (villa Lemmi, oggi nel Museo del Louvre). 

79 Era questa una tradizione molto antica, dacché, secondo lamblico (Stobcei Serm,, 79), 
Mercurio porta nelle mani il simbolo delia Dialettica, cioè due serpi che si guardano tra loro. 
Cfr. CORPET, Ann. arch. del Didron, t. XVII, p. 95. 

80 Erudii, DidascaL, III, 31: *" Ratio disserendi integrales partes, inventionem et judicium; 
•* divisi vas vero, demonstrationem, probabilem, sophisticam.,. ,. — Cfr. Giovanni di Salis- 
BURY, Meialogicus, II, 5 : '^ Versantur autem in bis et quae dictae sunt pertinentes ad Logicam 
" disciplinae; nam demonstrativa et probabilis et sophistica, omnes quidem consistunt in 
•* inventione et judicio... ,. —Cfr. Dante^ Convivio, II, 14: •* Va più velata [la Dialettica] che 

* nulla scienza, in quanto procede con più sofistici e probabili argomenti, più che altra ^. 

8» In Topica Ciceronis commentarla, l (Migne, Patrol. lat., t. LXIV, col. 1045): * Et 
** huius [Dialecticse vel Logicse] uno quidem modo trina partitio est: omnis namque vis 
" logicse disciplinae aut definit aliquid, aut partitur, aut colligit. Colligendi autem facultas 
*" triplici diversitate tractatur: aut enim veris ac necessariis argumentationibus disputatio 

• decurrit, et disciplina demonstratio nuncupatur ; aut tantum probabilibus, et dialectica 
•* dicitur; aut apertissime faisis, et sophistica, id est cavillatoria, perhibetur... ,. 

82 Loc. cit., col. 514. 

83 Sul frontispizio della Margarita philosophica del Reisch (1504), la Rettorica tiene un 
diploma col sigillo di cera. Cfr. J. Von Schlosser, op. cit, e. 49, fig. 10. 

8* Speculano de rhetoric(B cognatione, § 1 e 11 (Migne, Patr. lat, t. LXIV, col. 1211 
e 1221). 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 107 

85 Etym., lib. Il, cap. 4 (Ibid., t. LXXXII, col. 125). Nella sala delle Arti liberali dell'ap- 
partamento Borgia in Vaticano, il Pinturicchio rappresentò la Rettorica, come era già nel 
campanile di Firenze, con spada nella destra. Cfr. Ehrle e Stevenson, Gli affreschi del 
Pinturicchio nelV appartamento Borgia, Roma, 1897, pag. 70 e tav. XXIX-XXXII. Colla stessa 
spada essa si vede nel cod. Urb. lat. 329, e. 64 r. (da gentile comunicazione del sig. conte 
St. Le Creile). CU affreschi del Pinturicchio sono stati di nuovo riprodotti nell'opera citata 
di P. d'Ancona. 

86 Loc. cit., col. 514. L'Aritmetica del Pinturicchio (appartamento Borgia) porta * una 
'^ specie di compasso in una mano e la tavola pitagorica nell'altra «. Op. cit., p. 70 e 
tav. XXXVII-XLI. 

87 Alle mie ricerche sono sfuggiti i trattati, onde furono estratte le scritte che accom- 
pagnano l'Aritmetica nel codice di Chantilly. 

88 Cfr. Alani de Insula, Anticlaud., Ili, 4 (loc. cit, col. 518): 

Virgam virgo gerit, qua totum circuit orbem. 
La Geometria di Errada di Landsberg tiene il compasso ed il regolo da agrimensore che 
nel nostro codice è collocato nella manca di Euclide. Negli affreschi del Pinturicchio in 
Vaticano si vede invece la Geometria '^ con un istrumento per misurare gli angoli nella 
'^ destra, ed una tavola con figure geometriche nella sinistra „. Op. cit., p. 70 e tav. XXX, 
XXXIV-XXXVI. 

8*> Eruditio didascalica, II, 7 (Migne, PatroL lat,, t. CLXXVI, col. 757): * Geometria 

* tres habet species: planimetriam, altimetriam, cosmimetriam. Planimetria planum metitur, 
*" id est longum et latum, et extenditur ante et retro, dextrorsum et sinistrorsum. Altimetria 
*^ altum metitur, et extenditur sursum et deorsum. Nam et mare altum dicitur, id est pro- 
" fundum, et arbor alta, id est sublimis. Kó^fio? mundus interpretatur, et inde dieta est cosmi- 
**• metria, id est mensura mundi. Hsec metitur sphserica, id est globosa, rotunda, sicut est 

* pila et ovum, unde etiam a sphaera mundi propter excellentiam dieta est cosmimetria, non 
'^ quia mundi sphsera inter omnia sphaerica dignissima sit ,. 

^ Anticlaud., Ili, 5 (loc. cit., col. 516): 

Dum citharam manus una gerit, manus altera chordas 

Sollicitat, dulcemque soni parit illa saporem, 

Auri dans epulas, oculis prooemia somni. 
Non sono davvero lusinghiere per lei le tre ultime parole. Ma al medio evo non pa- 
reva così. 

91 A S. Maria Novella suona l'organo ; e sul campanile di Firenze, la * regale „. Il Botti- 
celli (affreschi di villa Lemmi) le diede un tamburino. Nel cod. Urb. lat. 329, essa suona il 
flauto. Negli affreschi del Pinturicchio poi * la Musica suona un violino, ed i putti, che sono 
*" ai suoi piedi, due clarinetti. I personaggi aggruppati ai Iati suonano diversi istrumenti 
*" o cantano; ...l'ultimo a destra è l'imagine di lubal o Tubalcain „. Op. cit., p. 71 e 
tav. XLII-XLV. 

^ Maestro Jacopo da Bologna, frate Guglielmo di Francia, Francesco, don Donato da 
Cascia, maestro Giovanni da Firenze, ser Lorenzo da Firenze, ser Gherardello, ser Niccolò 
del Proposto, l'abate Vincenzio da Imola, don Paolo tenorista di Firenze, Scapuccia, frate 
Bartolino, frate Andrea, Gian Toscano, ser Gherardelli Bartholi. — A e. 141 si vede una 
tavola degli intervalli e delle chiavi musicali curiosamente disposta nella parte interna di una 
mano aperta. — Cfr. ancora la Venere suonatrice del sec. XIV pubblicata dal Didron, 
Annales archéologiques, t. IX, p. 332. 



108 LEONE DOREZ 

93 S. Agostino, De ordine (Migne, Patrol lat.y t. XXXII, col. 1013) : Mntellexit [ratio] nihii 
" aliud ad aurium judicium pertinere, quatn sonum, eumque esse triplicem : aut in voce ani- 
'^ mantis, aut in eo quod flatus in organis faceret, aut in eo quod pulsu ederetur „. — Ugo 
di San Vittore, Erudii, didascal, (Ibid., t. CLXXVI, col. 757) : '^ Musica instrumentalis : alia 
^ in pulsu, ut fit in tympanis et chordis ; alia in flatu, ut in tibiis et organis ; alia in voce, 
'^ ut in carminibus et cantilenis „. La fonte diretta di Ugo di San Vittore pare davvero 
che sia Cassiodoro (De artibus ac disciplinis liberalium liiteraruniy cap. V; loc. cit., t. LXX, 
col. 1209); o forse Isidoro di Siviglia {Etym., IH, 19; loc. cit., t. LXXXil, col. 164): « De 
•* triformi musicce divisione. At omnem sonum, qui materies cantìlenarum est, triformem 
"• constat esse natura. Prima est harmonica, quse ex vocum cantibus constat. Secunda orga- 
** nica, quse ex flatu consistit. Tertia rhythmica, quse pulsu digitorum numeros recipit. Nam 
'^ aut voce editur sonus, sicut per fauces; aut flatu, sicut per tubam vel tibiam; aut pulsu, 
** sicut per cytharam; aut per quodlibet aliud, quod percutiendo canorum est «. 

94 Loc. cit., col. 517. Cfr. Cassiodoro, De artibus\ loc. cit., col. 1209-1210. 

95 A Perugia non è più una donna severa, ma splendida di giovinezza, incoronata e 
magnificamente vestita, che in bellezza gareggia colla sua vicina, la Filosofia. 

96 Non pare che provengano da Cassiodoro (De artibus, loc. cit., col. 1218) o da Isidoro 
di Siviglia ^^(vm., 111,42,4; loc. cit., col. 173). Molto analogo a quello datole nella pittura di 
Chantilly, è Patteggiamento delFAstronomia nelle sculture del tempio Malatestiano in Rimini; 
cfr. Paolo d* Ancona, op. cit., p. 47 delPestratto. 

97 Loc. cit, col. 519. 

98 Erudii, didascal.y III, 2 (Migne, Patrol. lai., t. CLXXVI, col. 765). La principale fonte 
del gran Vittorino fu senza dubbio Isidoro di Siviglia, Etym.y passim. 

99 Forse perchè già si trovava fra i corifei della Filosofia. Rappresenta però di nuovo 
la Dialettica nel capitello del palazzo ducale di Venezia. 

Joo Etym.y Vili, 9, 1 (loc. cit., col. 310 e nota m). Cfr. Ugo di San Vittore, Erudii, didascal.y 
VI, 15 (loc. cit., col. 810): *» Magicae repertor primus creditur Zoroastres, rex Bactrianorum, 
** quem nonnulli asserunt ipsum esse Cham, filium Noe, sed nomine mutato „. 

101 Cfr. questo passo del codice Italiano 112, già più volte citato, della Nazionale di 
Parigi (1 e. 7 r.). L'autore parla della Fede: " La unde dixe un savio che a cascun experto 
"^ in Tarte sua si de esse creto. E per questa casun si creem li diatetici a Aristotile, li filosofi 
^ Socrate e Platun, li mexi a Ipocras o Galieno, li gramaigi a Presian, gli astrolagì a 
* Tholomeo, li legiste a Justinian, li decretaliste in cascun grao creen a Gracian «. — Giova 
notare che nelle denominazioni de* personaggi scolpiti a Chartres, ho seguito il Bulteau, 
Description de la cathédrale de ChartreSy Chartres e Paris, 1870, p. 62. Ma il dotto amico 
R. Merlet ci fa sapere che gli archeologi non sono d'accordo su questo punto e propone 
un'altra lista, ove appaiono accoppiate la Grammatica con Prisciano, la Dialettica con Aristo- 
tele, la Rettorica con Cicerone, l'Aritmetica con Nicomaco, la Geometria con Euclide, la 
Musica con Pitagora e l'Astronomia con Tolomeo. Preghiamo dunque i lettori di astenersi 
dal dare alle nostre osservazioni su Gerberto, Quintiliano ed Archimede un valore che esse 
non possono avere nello stato presente della quistione. 

102 Tiene una lucertola nella destra ed uno scorpione nella sinistra. — Cfr. Cahier e 
Martin, Nouveaux MélangeSy t. I, p. 287 e segg. ; Gazette des Beaux-ArtSy 1887, p. 121; 
Henry Havard, Histoire et phiiosophie des stilesy Paris, 1899-1900, frontispizio del tomo 
secondo itav. XXII). 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 109 

103 Ha nella mano sinistra la lima o raspa di ferro, che altri diede alla Grammatica. Cfr* 
Cesare Ripa, Iconologia, Roma, 1603, p. 194. 

104 Eccetto quello d'ella Grammatica : 

Quidquid agant artes ego semper predico partes; 
il quale forse sarà imitato dal secondo verso dedicato alla Filosofia da Errada di Landsberg: 

Subiectas artes in septem divido partes. 
Anche alia fine del verso consacrato alla Rettorica si legge : coluere sorores, invece di colores. 

105 Cfr. neWInventaire du mobilier de Charles V (1379): * 3691. Item, ung grant beau 

* tappiz que le roy a acheté, qui est à 'ouvrage d'or, ystorié des sept Sciences et de saint 

* Augustln „. 

106 La figura dell' Ercole-Sansone, senza dubbio presa dalla fontana di Perugia, non ci 
permette di dire • completa ,. 

107 S' intende bene che non parliamo de' Vizi conculcati dalle Virtù, ma delle Virtù stesse- 

108 Pochissimi per altro sono gli esempi di tali figure virili nell'arte del secolo XIV : al 
capitello del palazzo ducale di Venezia può aggiungersi il codice Francese 574 della Nazio- 
nale di Parigi (le sette Arti liberali, a carte 27 r., 28 t., 28 r., 28 t., 29 r. e 30 t. del * rou- 
" manz mestre Gossouin qui est apelez Ymage du Monde «. 

109 Come anche nel codice Italiano 112 della Nazionale di Parigi e negli affreschi della 
cattedrale del Puy-en-Velay. Ma nel secolo seguente appariscono di bel nuovo queste 
vecchie streghe nel ^ blason des VII Ars „ del codice 3711 (1288) della biblioteca Mazzarina 
di Parigi : " Gramaire » è ** une vieille ridée, beguinée, esmantelée , ; e ** Arismetica „ 

* une femme ancienne, de crevechiefz [couvrechiefz] sa teste affublée, d'une robe longue 

* abillée iusques aux piedz „. 

110 Un esempio caratteristico di queste nuove tendenze ci è fornito dal cod. Hai. 112, 
tante volte citato, delia Nazionale di Parigi, nel quale all'albero quasi inaridito del nostro 
codice fu sostituita una composizione ispirata alle rappresentazioni, sì frequenti nell'arte 
italiana dei secoli XIV e XV, della Vergine della Misericordia. L'abbiam fatta riprodurre qui 
sopra (tav. V, p. 55). Cfr. la Vergine della Misericordia, dipinta da Nicolò da Bologna, ^ che 
** raccoglie sotto il suo grande manto disteso una folla di fedeli, dalle vesti variopinte „ , di 
cui ragiona Francesco Malaguzzi-Valeri, in Archivio storico dell'Arte, Roma, 1894, p. IO 
dell'estratto, e nel Catalogo delle miniature e dei disegni posseduti daW Archivio [di Stato 
in Bologna], parte I, Bologna, 1898, p. 52-53. 

Ili Jahrbuch citato, voi. XVII, 1896, p. 19 e segg. 

112 Cfr. Alessandro d'Ancona, Studi sulla letteratura italiana d^ primi secoli, Milano 
1891, p. 126 e 139. 

i>3 Gallerie Nazionali, voi. IV, 18, p. 374. Secondo una nota di P. d'Ancona (op. cit., 
p. 58 dell'estratto), '^ nel V volume, testé pubblicato, il libro [romano] trovasi riprodotto per 

* intero, in bellissime tavole fototipiche „. 

Il'* Ecco due saggi di questi versi latini, secondo il codicetto romano : 

Prudentie virtus qua fuit actio recta, 
Que tripartita perlustrat tempora vite, 
Cuique mortalis spatium per omne tuetur; 
Ne deviet actus hec lumifer est rationis. 
Quot membra tene[t] in medio pagina pandit. 
Qua rex colo nebat Sardanaphallus inope. 



110 LEONE DOREZ 

lanua in arce patet Gramatica parvis, 

Qua cum lacte puerilis stillatur littera labris (sic)\ 

Que proinde iuvenis set lores iuvenes arcet. 

Nam prior ceterìs puerilis signat ymago. 

Quot partes continet, supra caput graphia notat. 

Cui Priscianus auctor cum maiori volumine scripsit. 

Queste iscrizioni metriche non fanno davvero onore alla latinità degli Eremitani viventi 
nella patria di Tito Livio. 

"5 p. e. si legge : 

Ne* codici di Vienna e di Firenze : Ne' codici di Chantilly e di Roma : 

Nero iniustus Nero iniquus 

Epicurius intemperatus Epicurius voluptuosus 

Herodes crudelis Herodes impius 

Le scritte di Giuda e di Ario sono le stesse ne' quattro codici. Oloferne e Sardanapaio, 

privi di epiteti nel volume di Chantilly, sono invece nel codicetto romano qualificati effrenatus 

e inscius; ne' codici di Vienna l'uno e l'altro è detto inops, 

"6 Loc. cit, 91-94. 

117 Cfr. Baroni, Tito Livio nel Rinascimento, Pavia, 1889, p. 37 segg. ; e Segarizzi, La 
Catinia, le Orazioni e le Epistole di S. Polenton, Bergamo, 1899, p. XXIX segg., 77 segg., 
136 segg., ecc. 

118 n prof, von Schlosser ne diede testé una prova innegabile, facendo riprodurre diret- 
tamente dagli affreschi padovani le figure della Prudenza e di un'altra Virtù sfortunatamente 
molto guasta. Vedi J. von Schlosser, Zar Kentniss der Ktìnstlerischen Ueberlieferung im 
spàten Mittelalter nello Jahrbuch der Kunsthist. Sammlungen des allerhdchsten KaiserhauseSy 
voi. XX IH, 1903, p. 327-338. 

119 L'ha proclamato egli stesso nella suddetta memoria del 1903, a p. 335. — La presente 
Introduzione era già sotto il torchio, quando questo importante lavoro mi pervenne alle mani. 

120 Loc. cit., p. 348-349. 

121 Fa d'uopo dire che il von Schlosser si discosta molto dall'opinione del Venturi sul- 
l'originalità del libriccino romano, i disegni del quale sarebbero stati, secondo lui, eseguiti 
nella prima metà del sec. XV. Vedi loc. cit, p. 335. 

122 Loc. cit., p. 376. 

123 Cfr. a questo proposito i dubbt espressi dal von Schlosser, loc. cit., p. 329-330. 

124 Aggiungeremo che il carattere distintivo di tutti i codici studiati dallo Schlosser e 
dal Venturi è la scorrezione ed il disordine del testo. A carta 9 del codicetto di Roma si 
trova la strofe: " Chanzone, omne virtù vegio dal cielo », la quale nel codice di Chantilly si 
legge naturalmente nel giusto posto, cioè alla fine del ciclo delle Virtù. L'autore del me- 
desimo codice ha anche dimenticato di mettere nel margine a destra V indicazione del 
libro di sant'Agostino, in cui è parola della Dialettica, ecc. Cfr. Venturi, loc. cit, p. 361, 

366, n. 1, ecc. 

Forse la verità sarà che non ci è pervenuto il ms. intermediario fra il codice originale 
di Chantilly e gli altri fin qui scoperti e descritti. Il primo sarebbe stato copiato ed imitato 
da un artista il quale era più pratico dell'arte propria che non di quella d'esemplare mano- 
scritti, in cui Bartolomeo di Bartoli eccelleva. 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 1 1 1 

12& Per essere del tutto precisi e esatti, diremo che la stessa rilegatura accoglieva anche 
un terzo codicetto pur esso di provenienza italiana. Porta adesso il n. 683 (1427) della colle- 
zione dei Museo Condé, e contiene tre opuscoli : Disticha [Catonis] de morlbus ad filiurìiy 
copiato ad uso di Matteo del Zerra o Cerra ; — Formula honestce viice vel de quatuor virtù- 
tibus cardinalibus, di Martino di Braga ; — una redazione della Historia septem Sapientum, 
Cfr. Chantilly. Le Cabinet des Livres. Manuscrits, t. Il, Belles-Lettres, p. 403-404. 

126 Cfr. Annales archéologiques del Didron, t. XVII, p. 86-87. 

>27 Cfr. Giovambattista Rossetti, Descrizione delle pitture, sculture ed architetture di 
Padova, Parte prima, Padova, 1780, p. 287 e segg.; Guida di Padova e della sua Provincia, 
Padova, 1842, p. 291-296; Annales archéologiques del Didron, t. XVllI, p. 331. 

*28 Annales archéologiques cit., t. XIX, p. 243. 

*2*> Lettera a Giovanni de Lazzara. Cfr. Raccolta di lettere sulla pittura, scultura ed 
architettura.,, pubblicata da M. Gio. Bottari, voi. Vili ed ultimo, Milano, 1825, p. 442. 

130 Nella Guida per la città di Padova, Venezia, 1817, si osservò che il pittore con 
queste due figure volle indicare che la scienza e la pietà vengono soltanto dal vero Giove. 
Nota dell'Editore [Bottari]. 

131 Nella stessa Guida si osserva che il pittore volle forse dare a conoscere che forte è 
la donna, la quale si occupa in quei lavori, secondo che la descrisse Salomone. Nota del' 
V Editore [Bottari]. 

132 Si legga: del Sole. È curioso lo sbaglio del Bossi, il quale indubbiamente non sapeva 
che nel medio evo i pianeti erano la Luna, Venere, Mercurio, il Sole, Saturno, Marte e Giove. 

133 Questo numero sette sarà forse una reminiscenza lontana dell'antica religione de' 
Greci. Cfr. W. H. Roscher, Zur Bedeutung der Siebenzahl im Kultus und Mythus der 
Griechen nel Philologus, 1901, p. 360-373. 

Fra i * tappiz à ymages y, deW/nventaire du mobilier de Charles 7(1379): • 3699. Item ung 
** autre tappiz à images, où sont les sept Ars, ed au dessoubs l'estat des Ages des gens „. 
Nello stesso modo si riuniscono i dodici mesi dell' anno, i dodici segni dello zodiaco e le 
dodici Virtù delle cattedrali francesi del secolo XIII. Senza dubbio questo numero di dodici 
Virtù corrispondeva a' dodici Apostoli. 

Sulla storia artistica de' Pianeti ne' secoli XV e XVI, cfr. Friedrich Lippmann, Die 
sieben Planeten, Berlin, 1895 (publication de la Société chalcographique Internationale; et 
trad. fran9., par Fr. Courboin, méme année). Il Muntz ha fatto riprodurre i pianeti Giove e 
Marte, quali sono rappresentati negli affreschi di Taddeo di Bartolo (1414) nel palazzo pubblico 
di Siena ; v. Muntz, Histoire de l'Art pendant la Renaissance, I. Italie. Les Primitifs, Paris, 
1889, p. 249. Si troveranno nell'opera del Pistoiesi, // Vaticano descritto, Roma, I829-I838, 
III, 40 e segg., belle incisioni delle immagini dei sette pianeti dipinte da Giovanni da Udine 
e Pierin del Vaga sulla vòlta della Sala dei pontefici nell'appartamento Borgia (c. 1520). 

1^ Cfr. la tavola III dell'Appendice alla presente Introduzione. 

135 E. Muntz, Precursori e Propugnatori del Rinascimento, p. 21. Non abbiamo detto 
nulla delle rappresentazioni delle Virtù e de' Vizi dipinte da Giotto nella cappella dell'Arena 
in Padova, perchè si discostano troppo, eccettuata la Speranza, dalla serie da noi studiata nel 
presente lavoro. Vedi Henry Thode, Giotto, 1899, p. 110 e segg. 

136 Citiamo almeno tre monumenti del sec. XV che rappresentano la stessa scena. Il 



112 LEONE DOREZ 

primo è un quadro attribuito a Benozzo Gozzoli; oggi conservato nel Museo del Louvre e 
proveniente dal Duomo di Pisa. A pie della cattedra dove troneggia il santo, giace Averroè 
col turbante ed un libro tra le mani ; a destra siedono i dottori della Chiesa. L'autore della 
Notice des tableaux exposés (Paris, 1886, p. 128, n. 199), identificò il povero filosofo con Gu- 
glielmo di Saint-Amour, del quale il libro De periculis novissimorum temporum fu condannato 
ed arso nella cattedrale d'Anagni nelFottobre 1256, e credette ritrovare nel gruppo de' dottori 
della Chiesa i commissari che pronunziarono la condanna. Ma tali identificazioni sono contrarie 
a tutto quanto sappiamo delF iconologia del Trionfo dell' Aquinate. Infatti un altro Trionfo, 
quasi identico, si trova in un'incisione del 1496, che fa da frontispizio al libro intitolato: 
♦S. ThomcB Aquinatls commentarii in Aristotelis libros de Anima, pubblicato a Venezia 
nell'anno suddetto (cfr. [C. Castellani,] L'Arte della Stampa nel rinascimento italiano: 
Venezia, Venezia, 1894, p. 101). Questa incisione ci offre il filosofo saraceno con in capo un 
turbante ed una lunga barba che lo fanno rassomigliare al personaggio dipinto dal Gozzoli ; 
esso è seduto dinanzi alla cattedra del santo e guarda con occhio tristissimo i propri 
trattati gettati qua e là sul suolo e sdegnati dai dottori seduti da ciascun lato dell'Aquinate. 
Ed anche nel terzo Trionfo, il più importante di tutti dopo quello di S. Maria Novella, la 
dìsputa cioè di san Tommaso d'Aquino con gli eretici, dipinta da Filippino Lippi nella chiesa 
di S. Maria sopra Minerva in Roma, si vede un vecchio conculcato dal dottore Angelico, e 
intorno a quest'ultimo quattro figure femminili, di cui il sig. Paolo d' Ancona intese per la 
prima volta il vero significato, riconoscendo in esse ^ le sorelle del trivio assieme alla 
** madre loro, la Filosofia „ (cfr. op. cit., p. 68 dell'estratto, e tavola fototipica fra le pagine 
68 e 69). Ci pare dunque che in questi tre monumenti, come negli affreschi di S. Maria Novella 
di Firenze e della chiesa degli Eremitani in Padova, si tratti certamente di Averroè, che vi 
sta tutt'altro che trionfante, a dispetto dell'opinione emessa dal von Schlosser sulla pittura 
di Giusto. Del resto, il Miintz non aveva esitato a riconoscere Averroè nel quadro del Louvre 
{Histoire de l'Art citata, t. I, p. 305-306). Si può anche aggiungere che il ritratto di Guglielmo 
di Saint-Amour dipinto nella vecchia biblioteca della Sorbona non rassomigliava punto al 
filosofo con turbante e barba lunga (vedi Guillelmi de S. Amore Opera, Constanti», 1632, 
frontispizio). 



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Ctcvanuna t oonjcgfi' mmc VtuajVO lctn|lcTim«tlc..tfhB(mcn:^ittr 
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crpucto (fTfiio notcra>ii|ti«cto3iccSi:c(»WTn ajin etwtà |alii<in Jìit 
lirvoOTcm iioncfia^SmipicnSc òucrcfcte f.ruS.rnpnfla.'pttcCuii) 
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INDICI 



18 



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INDICE DELLE COSE NOTABILI 



Adighieri di Ugolino da Castagnolo (fra). 
Scrittore di un codice del Decretum Gra- 
tiani, 12, 15 (tav. II), 100 n. 11. 

Agostino (Sanf). Citato da fra Luca Man- 
nelli, 19. — Definizioni delle Virtù e delie 
Scienze estratte dalle opere di lui, 21, 23 
e segg., 53, 72, 91. ~ Ritratti, 17 (tav. Ili), 

23, 24, 54, 100 n. 16, 103 n. 52, 109 n. 105. 

— Influenza sulla dottrina e sull'arte del 
medio evo, 53 e segg., 58 e segg., 63, 67, 
70, 74, 91, 104 n. 57. — Florilegi agosti- 
niani, 59, 61, 104 n. 57. — Trattati perduti 
sulle Arti liberali, 105 n. 64. — De ordine^ 
108 n. 93. 

Agostiniani. Emulazione dottrinale ed arti- 
stica fra essi ed i Domenicani, 54, 57 e 

^^gg^y 72, 91. 

Alano di Lilla. Descrizione delle Arti libe- 
rali neW AnticlaudianuSy 62 e segg., 94, 
106 n. 73 e 75, 107 n. 88 e 90, 108 n. 97. 

Alberi delle Virtù, de' Vizi e delle Scienze, 
34, 48-49, 53, 57-59, 69, 70. 

Ambrogio (Sanf). Ritratto, 17 (tav. Ili), 23, 

24, 100 n. 16. 

Ambrosiana (Biblioteca), a Milano. Miniatura 
di Nicolò da Bologna, che è di certo la 
fonte originale delle pitture del codice di 
Chantilly, 80, 81 (e tav. XIII), 82, 83. 

Amiens. Bassorilievi della cattedrale, 47, 53. 

Andrea Pisano. Rilievi del Battistero e del 
Campanile di Firenze, 46, 47, 48, 51, 87, 
91. 

Archimede, rappresentante della Geome- 
tria (?), 69, 108 n. 101. 

Archinto (Biblioteca), 9, 10, 99 n. 4. 

Ario, conculcato dalla Fede, 30, 52, 82, 83. 

— Maciullato dall' Incredulità, 34. 
Aristotele. Rappresentante della Filosofia 

e della Dialettica, 17 (tav. Ili), 36, 61, 70, 
77, 99, 100 n. 16, 108 n. 99 e 101. — Ci- 
tato ne' Florilegi agostiniani, 61. 



Aritmetica. Rappresentazioni simboliche, 
40, 65-66 (e tav. IX), 69, 82, 83, 107 n. 85 
e segg., 108 n. 101, 109 n. 109. 

Arti Liberali (le sette). Descrizioni e rap- 
presentazioni simboliche, 36 e segg. — 
Perchè sono posposte alle Virtù, 60. — 
Dipinte nel palazzo di Carlo Magno a 
Aix-la-Chapelle, 61. -^ I loro corifei, 68-69, 
94-95. — Versi messi nella loro bocca da 
Errada di Landsberg, dall'" archiepiscopus 
Sirencis „ e da Bartolomeo di Bartoli, 70, 
96, 109 n. 104. — Dipinte nella biblioteca 
capitolare del Puy-en-Velay, 70, 108 n. 102, 
109 n. 103 e 104 ; da Nicolò da Bologna 
in un codice dell' Ambrosiana, 80-83 (e 
tav. XIII). — Motti dal sec. XII al sec. XIV, 
96. — Relazioni fra esse ed i sette Pianeti, 
97; fra esse e le sette Età dell'uomo, 97, 
111 n. 133. — Dipinte sotto forma di figure 
virili, 70, 109 n. 108. — Rappresentate con 
sant' Agostino sopra un arazzo di re 
Cario V di Francia, 109 n. 105. 

AssANDRi (Rinaldo dagli), da Mantova. Capi- 
tano sotto gli ordini di Bruzio Visconti, 22. 

Astronomia. Rappresentazioni simboliche, 
43, 67, 68 (e tav. XII), 69, 81, 82, 83, 108 
n. 95-96 e 101. 

Auxerre (Cattedrale di). Rappresentazione 
della Geometria, 66. 

Averroè. Dipinto da Giusto Padovano negli 
affreschi della chiesa degli Eremitani in 
Padova, 77. — Rappresentato in un' inci- 
sione veneziana del 1496, 112. — Dipinto 
ne' Trionfi di san Tommaso d'Aquino di 
B. Gozzolì, di F. Lippi e del pittore di 
di Santa Maria Novella, ibid, 

B amberò A (Cattedrale di). Tomba di papa 
Clemente II, 46, 102 n. 43. 

Barbaziano (Chiesa di S.), in Bologna. Af- 
fidata alle cure di monaci agostiniani, 12, 
26, 54, 103 n. 51. 



144 



LEONE DOREZ 



Bartolomeo di Bartoli da Bologna. Dedica 
della sua Canzone morale a Bruzio Vis- 
conti, 9-10, 16, 19, 21, 45. — Codici da 
lui eseguiti o riveduti, 11-15 (e tav. II),99 
n. 5-11. — S'ispira alle dottrine agosti- 
niane, 54. -^ Scrive in Bologna il codice 
di Chantilly, 71. 

Bentivegna (Signore di Pietrobono), di Bo- 
logna, copista, 84. 

Benvenuto di Buoncompaono Rambaldi 
d' Imola. Legge pubblicamente Dante in 
Bologna, 12, 99 n. 9. 

Boezio. De consolatione philosophie, 62. — 
In Topica Ciceronls Comment.j 64, 106 
n. 81. — De rhetoricce cognatione, 64-65. 

Bologna. " Lettre boulonoise „ 99. — Vedi 
Bartolomeo di Bartoli, Barbaziano (Chiesa 
di San), Benvenuto di Buoncompagno d'I- 
mola, Nicolò di Giacomo. 

Bonaventura (San). Lignum vita, 104 n. 58. 

Borgia (Appartamento), nel Palazzo Vati- 
cano. Affreschi, 107 n. 85 e segg., Ili 
n. 133. 

BoTTiCELLi (Sandro). Affreschi della villa 
Lemmi (oggi nel Museo del Louvre), 61, 
66, 105 n. 66, 1C6 n. 78, 107 n. 91. 

BouHiER (il presidente). Codice del Deere- 
tum Gratianl proveniente dalla biblioteca 
di lui, 12, 15, (tav. II), 54, 100 n. 10. 

Capella (Marciano). Nozze di Mercurio e 
della Filologia, 60, 61, 62, 67, 69, 94, 105 
n. 65, 106 n. 73. — Evidente legame fra 
le Muse e i Cieli nelle Nozze, 105 n. 71. 

Capitula in quibusdam auctoritatibuSy at- 
tribuiti a Ugo di San Vittore, 104 n. 57. 

Carità. Rappresentazioni simboliche, 32, 34, 
47, 51, 52, 53, 54, 63, 81, 82, 83, 102 n. 43, 
103 n. 52. 

Carusi (fra Bartolomeo), vescovo di Urbino. 
Milleloquium veritatis Augustini, Vedi: Pa- 
rigi, cod. lat. 3723. 

Cassiodoro. De artibus, 108 n. 93-94 e %. 

Chantilly. Vedi Condé (Museo). 

Chartres. Bassorilievi della cattedrale, 53, 
57, 64, 66, 68, 69, 94, 108 n. 101. 

Chigiana (Biblioteca), a Roma. Codice della 
Divina Commedia eseguito da Bartolomeo 
di Bartoli, 12, 99 n. 7-9. 

Chilone, rappresentante della Grammati- 
ca (?), 68, 108 n. 101. 

Cicerone, rappresentante della Rettorica, 39 
69, 70, 82, 83, 108 n. 101. — Citato in un 
florilegio agostiniano, 104 n. 104. 

Cicli dell' Enciclopedia del medio evo: Virtù, 
Scienze, Pianeti, Età dell'uomo, Arti mec- 
caniche; e relazioni stabilite fra essi, 90. 



Clemente II (papa). Tomba nella cattedrale 

di Bamberga, 46, 102 n. 43. 
Clermont (Cattedrale di). Rappresentazione 

dell'Aritmetica, 66. 
Colombe (Michel). Figure della Virtù sulla 

tomba di Francesco II duca di Brettagna, 

47, 101 n. 31, 102 n. 41 e 43. 
Condé (Museo), a Chantilly. Codice della 

Canzone morale di Bartolomeo di Bartoli, 

21 e segg.; scritto e dipinto nel 1355, 71. 

— Agostinianismo di detto codice e di 
altri consimili, 54, 74, 75. — Fonte origi- 
nale delle pitture che l'adornano, 80 e segg. 

— Altro codice contenente le pitture di 
tre Pianeti, 84 e segg. — Altro codice già 
rilegato con i due precedenti. 111 n. 125. 

Corrado di Hirschau, 104 n. 55, 105 n.63. 

Cristiani (Francesco de'), giudice pavese. 
Ritratto di lui sul frontispizio della Can- 
zone morale, 22. 

Cristo. Busto nimbato, 27. 

Dante. Codice della Divina Commedia ese- 
guito da Bartolomeo di Bartoli, 12, 99 n. 7 
e 8. — La D. C letta pubblicamente 
a Bologna da Benvenuto Rambaldi d'I- 
mola, 12, 99 n. 9. — D. C. citata, 104 
n. 58, 105 n. 59. — Convito citato: qua- 
lità della Prudenza, 48; primato delle 
Virtù sulle Scienze, 60, 105 n. 60; i nove 
cieli, 62; descrizione della Temperanza, 
102 n. 42; relazione delle sette Età del- 
l' uomo con le sette Arti liberali, nonché 
fra queste ed i sette Pianeti, 97; descri- 
zione della Dialettica, 106 n. 80. 

Demonio o Vizio (il). Rappresentazioni sim- 
boliche, 34, 101 n. 25. 

Dialettica. Rappresentazioni simboliche, 38, 
63-64 (e tav. VII), 69, 70, 81, 82, 83, 106 
n. 78 e segg., 108 n. 101-102. 

Dio. Rappresentazione simbolica, 34. 

Discrezione (la). Madre delle Virtù, 21, 23, 
33. 53, 60, 103 n. 49. 

Docilità (la). Madre delle Scienze, 19, 23, 
45, 69. 

Domenicani. Emulazione artistica fra essi e 
gli Agostiniani, 54, 57 e segg., 72, 91. 

Donato. Rappresentante della Grammati- 
ca, 68. 

DuRAND (Guglielmo), vescovo di Mende 
Rationale, 101 n. 33. 

Epicuro, conculcato dalla Temperanza, 29, 52, 

82, 83. — Maciullato dall' Intemperanza, 34 
Ercole. Personificazione della Fortezza, 34. 

109 n. 106. 
Erode, conculcato dalla Carità, 33, 52, 82, 

83. — Maciullato dall'Avarizia, 34. 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 



145 



Errada di Landsberg. Rappresentazione 
della Filosofia, 61; — dell* Aritmetica e 
della Geometria, 66,69, 187 n. 88; — della 
Musica, 67. — Motti delle Scienze nel- 
VHortus deliciarumj 70, 96. — Classifica- 
zione delle Scienze, 94-95. 

Età' dell'uomo (le sette), 90. — Relazione fra 
esse e le sette Arti liberali, 97, 111 n. 133. 

Euclide. Rappresentante della Geometria, 
41, 69, 82, 83, 108 n. 101. 

Evangelisti (i quattro). Rappresentazione 
simbolica, 25. 

Ezechiele (il profeta). Ritratto, 23, 24. 

Fede. Rappresentazioni simboliche, 30, 34, 
47, 48, 51, 52, 81, 82, 83. 

Filosofia. Rappresentazioni simboliche, 36, 
45, 61, 112. — Di rado scolpita sulle pa- 
reti delle cattedrali francesi del secolo 
XIII, 61. 

Firenze. Campanile del Duomo, 46, 47, 51, 

67, 72, 81, 90, 107 n. 91. — Battistero, 46, 
47, 48, 51. - Altare d'Or San Michele, 47, 
51, 70. — Affreschi di Santa Maria No- 
vella, 66, 70, 74, 91, 97, 103 n. 52, 106 
n. 78, 107 n. 91, 112. — Era probabilmente 
fiorentino il pittore del codice di Chan- 
tilly, 72, 81. — Codice della Magliabe- 
chiana consimile a quello di Chantilly, 73. 

Flores diversorum sanctorum, 59, 105 n. 59. 

Fortezza. Rappresentazioni simboliche, 27, 
34, 46, 47, 48, 52, 81, 82, 83, 102 n. 43. 

Francesco da Prato, correttore del Deere- 
ttim Gratiani in Bologna, 12, 15 (tav. Il), 
26, 54. — Fu forse ispiratore di Bartolo- 
meo di Bartoli nella composizione del 
codice di Chantilly, 26, 54. 

Friburgo (porta maggiore della cattedrale 
di). Rappresentazione della Geometrìa, 66 ; 

— dell'Astronomia, 67. 
Galieno, 108 n. 101. 

Geometria. Rappresentazioni e descrizioni 
simboliche, 41, 66 (e tav. X), 69, 82, 83, 
107 n. 88, 108 n. 101. 

Gerberto, rappresentante della Dialettica (?), 

68, 69, 108 n. 101. 

Giotto, Imitato dai pittori di due codici di 
Chantilly, 70, 84. — Sculture del Campa- 
nile di Firenze da lui ideate, 90, 91. — 

— Influenza sull'iconografia sacra, 91. — 
Cappella dell'Arena in Padova, 101 n. 25, 
111 n. 135. 

Giovanni Evangelista (San). Ritratto, 23,24, 77. 

Giovanni Pisano. Pulpito del Duomo di 
Siena, 47. — Pulpito di Pisa, 47, 54, 62, 
63, 64, 66, 67, 70, 72, 95, 01 n. 25. — Fon- 
tana maggiore di Perugia, 62, 63, 64, 65, 



66, 67, 69, 70, 72, 95. — Pulpito di San- 
t'Andrea in Pistoia, 101 n. 25. 

Giovanni di Salisbury. Divisione della Dia- 
lettica, 106 n. 80. 

Giovanni da Udine. Rappresentazione de' 
Pianeti nell'appartamento Borgia, 1 1 1 n. 133. 

Giove (pianeta). Dipinto a guazzo in un co- 
dice del Museo Condé, 84-85. — Scolpito 
sopra un capitello dei Palazzo ducale di 
Venezia, 85. — Dipinto nella sala della 
Ragione in Padova, 86. — Dipinto nella 
chiesa degli Eremitani in Padova, 87, 89* 

Girolamo (San). Ritratto, 23, 24. 

Giuda, conculcato dalla Speranza, 31, 52, 
82, 83. — Maciullato dalla Disperazione, 34. 

Giuditta. Uccide Oloferne, 28. 

Giustiniano imperatore, 108 n. 101. 

Giustizia. Rappresentazioni simboliche, 20, 
24, 46, 48, 52, 81, 82, 83, 101 n. 31. 

Giusto Padovano [Giusto di Giovanni Me- 
nabue o Menabuoi da Firenze). Autore del 
codicetto romano pubblicato dal Venturi, 
78 ; e degli affreschi nella chiesa degli Ere- 
mitani in Padova, 76, 91. —Forse ristau- 
ratore degli affreschi della Sala della Ra- 
gione in Padova, 85. 

GossuiN (maitre). Ymage du monde, 109 
n. 108. 

GozzoLi (Benozzo). Trionfo di San Tom- 
maso d'Aquino, 111-112 n. 136. 

Grammatica. Rappresentazioni simboliche, 
37, 62, 63 (e tav. VI), 69, 70, 82, 83, 108 
n. 101, 109 n. 104 e 109, 110 n. 114. 

Graziano (Decreto di). Codice corretto da 
Bartolomeo di Bartoli, 12, 15 (tav. II). - 
Cfr. 108 n. 101. 

Gregorio Magno (San). Ritratto, 23, 24. — 
De conflictu vitiorum et virtutum, 48. 

GuARiENTO. Pittura de' Pianeti nella chiesa 
degli Eremitani in Padova, 86 e segg. 

Guglielmo di Saint- Amour. Ritratto, 112. 

Guido di Arezzo, 42, 43. 

Ippocrate, 108 n. 101. 

Isidoro di Siviglia. Etimologie, 60, 65, 69, 
94, 108 n. 93, 98 e 100. 

Kremsmunster (badia di), nell'Alta Austrìa. 
Officium s, Marice virginis, codice ese- 
guito da Bartolomeo di Bartoli e dipinto 
da Nicolò da Bologna, 11, 15, 99 n. 5. 

Laon (cattedrale di). Rappresentazioni della 
Filosofia, 61-62; dell'Aritmetica e della 
Geometria, 66 ; dell' Astronomia, 67. — 
Classificazione delle Scienze, 94-95. 

LiBER florum sancii Augustlni, 104 n. 5'/. 

LiPPi (Filippino). Trionfo di San Tommaso 
d'Aquino, 112. 



146 



LEONE DOREZ 



Lombardia (le tredici principali città di), 18 
(tav. Ili), 19. 

Londra. Codice del Museo Britannico con- 
tenente il poema in lode di re Roberto 
d^Angiò, 73. 

LoRENZETTi (Ambrogio). Classificazione delle 
Scienze, 94-95. — Rappresentazione della 
Superbia nel palazzo pubblico di Siena, 
100 n. 16. — Rappresentazione della Pru- 
denza, 102 n. 41. 

Louvre (Museo del). Affreschi della villa 
Lemmi, di Sandro Botticelli, 61, 66, 105 
n. 66, 106 n. 78, 107 n. 91. — Trionfo di 
San Tommaso d'Aquino, di Benozzo Goz- 
zoli, 112. 

Luigia di Savoia. Lotta fra le Virtù ed i 
Vizi rappresentata nel libro di " rondeaux „, 
fatto ad uso di lei, 102 n. 40. 

Mannelli (fra Luca), domenicano fiorentino. 
Trattato de quatuor virtutibus cardinali- 
bus dedicato a Bruzio Visconti, 17 (tav. 
Iir, 19, 71. — Alberi genealogici che forse 
sono opera di lui, 57, 104 n. 53. — Com- 
pendio della filosofia morale (traduzione 
del suddetto trattato), 100 n. 16. 

Mannheim (Biblioteca Palatina di). Codice 
corretto e scritto da Bartolomeo di Bar- 
toli (ora nella R. Biblioteca di Monaco di 
Baviera), 12, 13 (tav. I), 99 n. 6. 

Maometto, conculcato dalla Fede, 52. 

Marciana (Biblioteca^ a Venezia. Cod. lat. 
XIV. 35, 106 n. 73. 

Marte (pianeta). Dipinto in un codice del 
Museo Condé, 85. — Scolpito sopra un 
capitello del Palazzo ducale di Venezia, 
ibid. — Dipinto nella chiesa degli Eremi- 
tani in Padova, 86 (tav. XIV), 88, 89. 

Menabue o Menabuoi (Giusto di Giovanni). 
Vedi Giusto Padovano. 

Milano. Codice dell'Ambrosiana contenente 
una pittura che fu la fonte ori^^inale del co- 
dice di Chantilly, 80-83 (e tav. Xlll), 99 n. 6. 

Monaco di Baviera (R. Biblioteca di). Mis- 
sale Romanum, codice eseguito da Bar- 
tolomeo di Bartoli e dipinto da Nicolò da 
Bologna, 12, 13 (tav. 1), 15, 99 n. 6. 

MosÈ. Ritratto, 23, 24. 

Muse (le). Tentativi di Coluccio Salutati 
per identificarle colle Arti liberali, 105 
n. 65. — Relazione con i Cieli nell'opera 
del Capella, 105 n. 71. 

Musica. Rappresentazioni simboliche, 33, 66, 
67 (e tav. IX), 70, 82, 83, 107 n, 90 e 
segg., 108 n. 93 e 101. — Cfr. Pitagora. 

Nantes (cattedrale di). Tomba di Francesco 



II, duca di Brettagna. Vedi Colombe (Mi- 
chel). 

Nerone, conculcato dalla Giustizia, 29, 52, 
82, 83. — Maciullato dall'Ingiustizia, 34. 

Nicola Pisano. Pulpito del Duomo di Siena, 
47. — Fontana maggiore di Perugia, 62, 
63, 64, 65, 66, 67, 69, 70, 72, 95. - Pul- 
pito di Pisa (vedi Giovanni Pisano). 

Nicolò di Giacomo da Bologna. Codici da 
lui miniati, 11, 12, 19, 71, 80-83, 99 n. 6. 
~ Pitture affini all'arte di lui, 74. — Mi- 
niatura che di certo è la fonte originale 
delle pitture del codice di Chantilly, 80 e 
segg. — Vergine della Misericordia, 109 
n. 110. 

NicoMACO. Rappresentante deirAritmetica(?), 
108 n. 101. 

Odin (Pietro), canonico del Puy-en-Velay. 
Fa dipingere le sette Arti liberali nella 
biblioteca capitolare, 70. 

Oleggio (Giovanni da), 20, 71, 100 n. 22. 

Oloferne. Ucciso da Giuditta, 28. — Ma- 
ciullato dalla Viltà, 34. — Conculcato dalla 
Fortezza, 52, 82, 83. 

Orcagna. Altare d'Or San Michele, 47, 51, 70. 

Padova. Affreschi della chiesa degli Ere- 
mitani, 76 e segg., 110 n. 117 e segg., 112. 

— Pitture de' Pianeti forse destinate alla 
decorazione della stessa chiesa, 84 e segg. 

— Rappresentazione de' Pianeti nella Sala 
della Ragione, 85 e segg. — Figura di 
Lucifero nella Cappella dell'Arena, 101 
n. 25. 

Paolo (San). Ritratto, 23, 24. 

Parigi. Biblioteca nazionale : codice del De- 
cretum Gratiani corretto da Bartolomeo 
di Bartoli {Nouv. acq. lat. 2508), 12, 15 
(e tav. 11), 54, 100 n. 10-11; - trattato de 
quatuor virtutibus cardinalibus dedicato a 
Bruzio Visconti da fra Luca Mannelli {Cod, 
laL 7467), 17 (tav III), 19, 71 ; — trattato 
morale illustrato di pitture delle Virtù 
{cod. ital. 112), 48, 49 (tav. IV), 51, 52,53, 
54, 55 (tav. V), 57, 91, 102 n. 44, 103 n. 46, 
108 n. 101, 109 n. 109-110; - De fruc- 
tibus carnis et spiritus di Ugo di San 
Vittore {cod. lat. 10,630), 53, 103 n. 50; — 
Alberi dell"* archiepiscopus Sirencis „ {cod. 
lat. 10, 630), 57, 58, 103 n. 53 ; — Virida- 
rium consolationis (ibid.)y 59, 104 n. 56; — 
Flores diversorum sanctorum (cod. lat. 14, 
413), 59, 105 n. 59; - Codice già apparte- 
nuto al Petrarca {cod, lat, 8500), 63 e segg. 
(e tav. VI-XIl), 106 n. 74 ; — Codice mu- 
sicale {cod, ital. 568), 67, 69, 107 n. 92; 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 



147 



— Capitala attribuiti a Ugo di San Vittore 
(cod, lat. 3723; riassunto de' codd, latt. 
11,643-11,644, contenenti il Milleloquium 
veritatis Augustini di Bartolomeo Carusi, 
vescovo di Urbino dal 1347 al 1350, del- 
Tordine degli Eremitani), 104 n. 57; — Li- 
ber florum S, Augustini (cod, lat. 3307), 
104 n. 57; - Ymage du monde de maitre 
Gossuin {cod, frane. 574), 109 n. 108. — 
Biblioteca Mazzarina : trattatalo sulle Arti 
liberali {cod. 3711), 109 n. 109. — Basso- 
rilievi e rosone della cattedrale, 47, 53. 

— Vedi Louvre (Museo del), Vittorini. 
Perugia. Fontana maggiore, 46, r2, 64, 65, 

66, 67, 69, 72, 95, 108 n. 95. 

Petrarca. Relazioni letterarie con Luchino 
e Bruzio Visconti, 16, 19, 20. — Codice 
della Nazionale di Parigi già appartenuto 
a lui e contenente le rappresentazioni delle 
Arti liberali {lai. 8500, tav. VI-XII), 63 e 
segg., 95. — Versi intorno alla morte di 
re Roberto d'Angiò, 73. 

Pianeti (i sette). Pitture di Saturno, di Giove, 
di Marte destinate forse alla decorazione 
della chiesa degli Eremitani in Padova, 
84 e segg. — Sculture de' capitelli del 
Palazzo ducale di Venezia, 85. — Pitture 
del Guariento nella Sala della Ragione 
in Padova, 85 e segg. (e tav. XIV). — 
Relazione con le sette Arti liberali, 97 
(tav. Ili deir Appendice). Cfr. Ili n. 
133. 

PiNTURiccHio. Affreschi delle sette Arti li- 
berali nell'appartamento Borgia, 107 n. 85 
e segg. 

Pisa. Pulpito di Giovanni Pisano, 54, 62, 63, 
64, 67, 70, 72, 95, 101 n. 25. 

Pitagora. Rappresentante dell' Aritmetica, 
40, 69 ; — della Musica, 69, 82, 83, 108 
n. 101. 

Platone. Ritratto, 36, 61, 77. Cfr. 108 n. 101. 

pRisciANO. Rappresentante della Grammatica, 
37, 68, 70, 82, 83, 108 n. 101. 

Prudenza. Rappresentazioni simboliche, 26, 
27, 34, 47, 48, 52,81, 82, 83, 101 n. 35, 102 
n. 37 e 41, 109 n. 114, 110 n. 118. 

Prudenzio. Paychomachia, 48. 

Puy-en-Velay (Le). Figure delle sette Arti 
liberali dipinte nella biblioteca capitolare 
dietro ordine di Pietro Odin, 70, 108.n. 102. 
109 n. 103-104, 109 n. 109. — Versi del- 
l' *^ archiepiscopus Sirencis , messi nella 
bocca di ciascuna di esse, 70, 109 n. 104. 

Quintiliano. Rappresentante della Rettorica, 
69, 108 n. 101. 



Raffaello. Affreschi della Stanza della Se- 
gnatura, 46, 48, 61. 

Reisch. Rappresentazione della Rettorica 
nella Margarita phiìosophica di lui, 106 
n. 83. 

Rettorica. Rappresentazioni simboliche, 39, 
64, 65 re tav. Vili), 69, 70, 81, 82, 83, 106 
n. 83 e segg., 106 n. 85, 108 n. 101, 109 
n. 103 e 104. 

Riccardo di San Vittore. Citato nel cod. 
ital. 112 di Parigi, 57. - La sua autorità 
consacrata da Dante, 108 n. 58. 

RiMiNi. Rappresentazione dell'Astronomia nel 
tempio Malatestiano, 108 n. 96. 

ROANNE (biblioteca delia città di). Rappre- 
sentazioni della Temperanza e della Giu- 
stizia, 101 n. 30-31. 

Roberto d'Angiò, re di Napoli. Poema in 
lode di lui, 73, 74. 

Roma. Codicetto della Galleria Nazionale, 
75, 76 e segg., copiato dal codice di Chan- 
tilly, 78-79. - Affreschi del Pinturicchio 
nell'appartamento Borgia, 107 n. 85 e segg. 
— Trionfo di S. Tommaso d'Aquino di- 
pinto da Filippino Lippi nella chiesa di 
S. Maria sopra Minerva, 112. — Vedi Bor- 
gia (appartamento) ; Chigiana (biblioteca) ; 
Vaticana (biblioteca). 

RouEN (cattedrale di). Rappresentazione del- 
l'Astronomia, 67. 

Salutati (Coluccio). Tentativi per identi- 
ficare le Muse con le sette Arti liberali, 
105 n. 65. 

Sansone, personificazione della Fortezza. 
Smascella il leone, 27, 46, 109 n. 106. 

Santa Maria Novella in Firenze. Cappella 
degli Spagnuoli, 70,74,90,91, 112. — Rap- 
presentazioni della Geometria, 66; della 
Carità, 103 n. 52 ; della Dialettica, 106 n. 78; 
della Musica, 107 n. 91. 

Santa Maria sopra Minerva (chiesa, di), a 
Roma. Trionfo di San Tommaso d'Aquino 
dipinto da Filippino Lippi, 112. 

Sardanapalo, conculcato dalla Prudenza, 
27, 52, 82, 83. — Maciullato dalla Pazzia, 34. 

Saturno (pianeta). Dipinto a guazzo in un 
codice del Museo Condé, 84. — Scolpito 
sopra un capitello del Palazzo ducale di 
Venezia, 85. — Dipinto nella chiesa degli 
Eremitani in Padova, 87, 89. 

ScHEDEL (Hartmann). Descrizione degli af- 
freschi di Giusto Padovano nella chiesa 
degli Eremitani, 76 e seg. 

Scienze. Vedi Arti liberali. 

Scritture canoniche (le), 23. 



148 



LEONE DOREZ 



Seneca. Citato da fra Luca Mannelli, 19. — 
Ritratto, 17 (tav. HI), 36, 77, 100 n. 16. — 
Citato dairignoto autore del trattato mo- 
rale conservato nel cod. ital. 112 di Parigi, 
57. — Citato in altri florilegi agostiniani, 
61, 104 n. 57. 

Sens (cattedrale di). Rappresentazioni della 
Filosofia, 62 ; — della Geometria, 66 ; — 
delPAstronomia, 67. 

Siena. Pulpito del Duomo, 47. - Affreschi 
del Palazzo pubblico, 95, 100 n. 16, 102 
n. 41, 111 n. 133. — Mattonelle istoriate del 
Duomo, 102 n. 36. 

SiRENCis (archiepiscopus). Alberi delle Virtù 
e de' Vizi, 57-58, 60, 103 n. 53. - Motti 
delle Scienze, 70, 96. — Relazione fra le 
sette Età dell'uomo e le sette Arti liberali, 97. 

Socrate. Ritratto, 36, 61, 77, 108 n. 101. 

Speranza. Rappresentazioni simboliche, 31, 
34, 47, 51, 52, 81, 82, 83, 101 n. 32, 111 
n. 135. 

Superbia. Origine di tutti i Vizi, 19, 57. 

Taddeo di Bartolo. Pitture de* Pianeti nel 
Palazzo pubblico di Siena, Min. 133. 

Tarquinio, conculcato dalla Temperanza, 52. 

Temperanza. Rappresentazioni simboliche, 
28, 34, 46, 48, 52, 81, 82, 83, 101 n. 80, 102 
n. 41 (cfr. 102 n. 42), 102 n. 43. 

Teologia. Rappresentazioni simboliche, 25, 
53, 55 (tav. V). 

Tito Livio. Rappresentato negli affreschi 
della chiesa degli Eremitani in Padova, 77. 

Tolomeo. Rappresentante dell' Astronomia, 
44, 69, 82, 83, 108 n. 101. 

ToMMASiNO DI Zerclaere. Poema morale, 94- 
95 n. 1. 

Tommaso d'Aquino (san). Ritratto, 17 (ta- 
vola IH), 100 n. 16. — Influenza della dot- 
trina di lui sull'arte del trecento, 53, 54, 
57, 60. — Consacra l'autorità di Riccardo 
e di Ugo di San Vittore, 90, 104-105, 
n. 58-61. — • Trionfi „ dipinti a Santa Maria 
Novella, e poi da Benozzo Gozzoli e da 
Filippino Lippi, 90-91, 112; in una inci- 
sione veneta, 112. — Summa citata, 103 
n. 49, 105 n. 61. 

Trionfi (Agostino). Milleloquium S. Augu- 
stini, 74. 

TuBALCAiN. Rappresentante della Musica, 42, 
43, 69, 70, 82, 83, 107 n. 91. 

Uberti (Fazio degli). Relazioni letterarie con 
Luchino e Bruzio Visconti, 16, 20. 

Ugo di San Vittore di Parigi. Trattato de 
fructibus carnis et spiritus] alberi del 
vecchio e del nuovo Adamo ; influenza 



sull'arte medievale, 53, 54, 57, 58, 59, 70, 72, 

104 n. 55. — Classificazione e storia delle 
Scienze {Eruditio didascalica), 60, 64,66, 
67, 69, 91, 94, 106 n. 80, 107 n. 89, 108 n. 
93, 98 e 100. — Autorità consacrata da 
Dante e da san Tommaso d'Aquino, 104- 

105 n. 58, 105 n. 6L 

Umiltà'. Origine di tutte le Virtù, 57, 60. 

Vaga (Pierin del). Rappresentazioni de' Pia- 
neti nell'appartamento Borgia, 111 n 133. 

Valerio Massimo. Ritratto, 17 (tav. IH), 100 
n. 16. 

Vaticana (Biblioteca). Codice illustrato da 
Nicolò di Bologna {Urb, lat. 160), 99 n. 
6. — Codice illustrato dell'opera del Ca- 
pella (Urb. lat. 329), 106 n. 73. - Rappre- 
sentazioni della Rettorica e della Musica 
(Val. lat 329), 107 n. 85 e 91. 

Venezia. Pianeti scolpiti sui capitelli del 
Palazzo ducale, 69, 72, 85, 95, 108 n. 99. 
— Relazione fra le sette Età dell'uomo e 
le sette Arti liberali secondo gli stessi ca- 
pitelli, 97. 

Vergine della Misericordia, 109 n. 110. 

Vienna. Codice dell'antica collezione Am- 
bras consimile a quello di Chantilly, 73, 
77-78. 

Vincenzo di Beauvais. Specula, 90. 

Viridariam consolationis, 59. 

Virtù' (le sette). Rappresentazioni simboliche, 
26 e segg., 46 e segg. 55 (tav. V), 101 n« 
33. — Iscrizioni dell' albero simbolico di 
Bartolomeo di Bartoli, 34, 35. — Lotta con 
i Vizi, 48. — La loro serie negli alberi 
dell'arcivescovo Sirense e di Ugo di San 
Vittore, 57-59. — Perchè le sono posposte 
le Scienze, 60. 

Visconti (Bernabò). Ritratto di lui sul fron- 
tispizio della Canzone morale, 22; 100 n. 
19 e 22. 

Visconti (Bruzio). Relazioni letterarie con 
Fazio degli Uberti e col Petrarca, 16, 19, 
20. - Tiranno di Lodi, 16-19. — Racco- 
glitore di libri morali, 19. — Un Tractatus 
de quatuor virtutibus cardinalibus a lui 
dedicato da fra Luca Mannelli ; 17 (tav. HI), 
19. — È cacciato da Bologna e muore nel 
Veneto, 20. — Bartolomeo di Bartoli gli 
dedica la Canzone morale, 21. - Ritratti 
di lui sul frontispizio del trattato morale 
di fra Luca Mannelli, 17 (tav. Ili), 19, 22; 
Ritratti di lui sul frontispizio del trattato 
morale di fra Luca Mannelli, 17 (tav. Ili), 
19 22; e su quello della Canzone morale, 
22. — Lettera e sonetto indirizzatigli dal 



LA CANZONE DELLE VIRTÙ E DELLE SCIENZE 149 

Petrarca 20, e da Fazio degli Uberti, 20. dell'iconografia di cotesti simboli, 53, 58 

— Soggiorna a Bologna ed è cacdato e segg-, 93, ecc. 

da questa città nel 1355, 71. Vizi. Lotta con le Virtil, 48, 51, 102 n. 40. 

Visconti (Giovanni), v. Oleggio. Cfr. 103 n. 47. 

Visconti (Luchino). Padre di Bruzio, 9, IO. Vizio o Demonio (il). Rappresentazioni, 34, 

— Relazioni con Fazio degli Ubarli e col lOI n. 25. 

Petrarca, 16. Vostre (Simone). Heures, 101 n. 35, 102 n. 

Visconti (Matteo), 100 n. 19. 40 e 45. 

Vittorini di Parigi. Loro influenza sullo Zoroastro. Rappresentante della Dialettica, 

sviluppo della dottrina medievale intorno 36, 69, 82, 83, 108 n. 100. 

alle Virtil, ai Vizi ed alle Arti liberali, e 



V 



i 



INDICE DEL VOLUME 



Introduzione : 

I. Storia del codice di Chantilly Pag. 6 

II. Bartolomeo di Bartoli , 11 

IH. Luchino e Bruzio Visconti „ 16 

IV. Descrizione del codice di Chantilly „ 21 

V. Le fonti artistiche e letterarie del codice di Chantilly ^ 46 

VI. Luogo e data delPesecuzione del codice , 71 

VII. Altri codici consimili del sec. XIV 73 

Vili. Gli affreschi della chiesa degli Eremitani in Padova e di S. Maria Novella 

in Firenze , 76 

IX. La fonte originale delle pitture del codice di Chantilly n 80 

X. I sette pianeti , 84 

Appendice — Tavola I , 94 

Tavola II % 



it 



Tavola III 97 



rt 



Note all' Introduzione „ 99 

Testo : 

Fac-simile del codice di Chantilly „ 117 

Indici : 

Indice delle cose notabili .... „ 143 

Indice delle tavole , 152 



INDICE DELLE TAVOLE 



di BMTiera, Ut lOJJfTZi - Pag. 13 



: Panorama di Bologna.